Quando ero bambina, ogni anno l’arrivo della primavera iniziava in un momento preciso.

Non erano le vacanze scolastiche a sancire questo lieto ritorno, non era il prolungarsi delle ore di sole: la pimavera iniziava esattamente quando, affacciandomi dal terrazzo della mia stanza, la vedevo comparire nel “canton” (pron. Cantùn).

Non era un giorno prestabilito, ma era il momento in cui si poteva iniziare a restare fuori casa la sera, complice le temperature più miti e le giornate più lunghe. Il posto designato nient’altro era che un vero e proprio canton, come lei amava chiamare quel punto, un angolo di un’abitazione del nostro piccolo agglomerato di case a Priocca, un piccolo paese di poco più di 2mila abitanti nel Roero, dove era solita sedersi, munita della sua sedia pieghevole, per leggere, ricamare, stare in compagnia, parlare con le donne del vicinato scambiando consigli su cucina, faccende domestiche, giardinaggio e cucito.

L’arrivo della primavera

Rodello

Ogni anno, non appena le giornate iniziavano ad allungarsi e i fiori a fare capolino sugli alberi del giardino di casa mia, attendevo con ansia quel momento. Vederla comparire e poi, appena finiti i compiti, correre giù dalle scale e andarle incontro, portando con me un libro e un uncinetto con una piccola matassa di filo. Quello era uno dei tanti insegnamenti del canton: insieme alle lezioni di come cucinare i caponét e alle direttive su come far crescere al meglio i garofani. Le donne del quartiere non si erano dimenticate di insegnarmi questa attività, di cui “la tota” era l’indiscussa regina.

Giovanna Barile era nata il 5 febbraio 1917 a Rodello – un piccolo comune delle Langhe – da una famiglia di origine contadina. Ultima di otto figli, come ogni sua coetanea, era stata chiamata fin dalla più tenera età ad accompagnare le bestie al pascolo, a lavorare nei campi, a svolgere le mansioni domestiche più disparate. Una vita, quella delle donne della prima metà del ventesimo secolo, che appariva già ben definita e senza grandi possibilità di svoltare: concludere la scuola dell’obbligo – spesso nemmeno quella – continuare a occuparsi degli animali, lavorare la terra, sposarsi il prima possibile -con il miglior partito disponibile- dedicarsi alla casa e alla cura dei bambini. Una vita già scritta che a Giovanna appariva troppo stretta: il desiderio di imparare era tanto, il sogno di emanciparsi e poter scegliere il proprio destino lo era ancora di più. Così, all’età di 27 anni, Giovanna iniziò a studiare da privatista e, in meno di sei mesi, ottenne la licenza di quarta enologica, titolo che le permise di proseguire gli studi. Un percorso costellato di difficoltà e di rinunce: Giovanna iniziò realizzando con le proprie mani pizzi e merletti che rivendeva per poter pagare le spese scolastiche. Giorno dopo giorno, Giovanna riuscì a iscriversi alla scuola di Ostetricia presso la Clinica Universitaria di Torino, in anni in cui le donne laureande negli atenei italiani si contavano sulle dita di una mano. Giovanna riuscì così a coronare il sogno di diventare levatrice.

Non ci univano legami di sangue, l’unica relazione che avevamo era quello della vicinanza tra le nostre abitazioni, eppure Giovanna fu una vera e propria nonna per me. Passate le ore di asilo e, successivamente, le lezioni a scuola, i miei pomeriggi trascorrevano al suo fianco. La vedevo muoversi nella sua abitazione e svolgere le attività più comuni: cucinare, leggere, ricamare, scrivere. Fin dalla più tenera età con lei imparai a impastare la pasta fatta in casa, a prendermi cura delle piante, a raccogliere i pomodori del suo orto, quelli piccoli piccoli che piantava ogni anno appositamente per me. Una volta cresciuta mi insegnò a ricamare, a lavorare all’uncinetto, a tagliare piccole strisce nella buccia dei mandarini che mi regalava per la merenda e a lasciarli sul calorifero, così che rilasciassero un piacevole profumo in tutta la stanza. Occasionalmente mi capitava di dormire a casa sua: adoravo il suo letto, il più alto e grande che avessi mai visto. Talmente alto e talmente fuori dalla portata di una bambina che, ogni volta che ci salivo sopra, Giovanna prontamente lo circondava di cuscini, gettati sul pavimento. <Così se nel sonno ti giri e cadi non rischi di farti male> mi diceva. Io li usavo come instabili scalini per scalare quella montagna e coricarmici in mezzo, come un trono contornato da nuvole fatte di piume d’oca.

Per tre anni Giovanna Barile visse a Torino e proseguì i propri studi di formazione. Anni ricchi di sogni, ma anche di sacrifici e dolore, in una città sconvolta dalla guerra e dalle battaglie tra partigiani e militari.

Fu così che divenne “La Tota” e nel 1947 iniziò a lavorare come levatrice. Una missione, più che un lavoro con l’obiettivo di fare del bene.

Una intera esistenza spesa nell’accudimento delle vite che venivano al Mondo, nell’amore più puro e incondizionato per i bambini. Bambini di altri, perché Giovanna mai si sposò e mai visse in prima persona l’esperienza di diventare madre. Eppure, con oltre mille bambini tenuti tra le braccia appena emesso il primo vagito, sfido chiunque a non considerarla come una mamma amorevole nei confronti delle nuove vite che ha aiutato a venire al Mondo.

Iniziò a lavorare a Viola, piccolo comune dell’alto monregalese, dove arrivò nel 1950. Una piccola rivoluzione per un paese dove, fino a quel momento, i bambini nascevano in casa senza il supporto di una professionista. L’arrivo di Giovanna fu accolto subito con grande entusiasmo, ancora di più a seguito del salvataggio di un nascituro, erroneamente ritenuto morto dalle donne che confortavano la partoriente e prontamente salvato dalla levatrice.

Nel 1950 Giovanna Barile concluse il suo lavoro nel paese e venne trasferita a Priocca, nel cuore del Roero.

<Ma perché non hai un marito? Non hai trovato nessuno che ti piacesse?>.

Crescendo furono queste le domande che cominciarono a balenarmi nella testa. Quando venni al mondo, infatti, Giovanna aveva ampiamente superato i settant’anni ed era in pensione: per anni e anni, quindi, non mi chiesi chi fosse la donna con cui condividevo tante giornate. Era la persona che si prendeva cura di me e che, chissà come, sapeva sempre di cosa avessi bisogno. Giocavamo insieme, mi raccontava storie, mi portava con lei a passeggiare, mi insegnava l’amore per la lettura, per i fiori e le piante, che spesso curavamo insieme: per me Giovanna, di professione, era la mia compagnia di giochi.

Negli anni, però, iniziai a notare qualche differenza rispetto alle anziane del paese: tante erano vedove, altrettante sposate, ma Giovanna – nonostante mi raccontasse storie della sua vita, soprattutto della sua infanzia, ogni giorno – mai aveva nominato amori, mariti, figli e famiglia.

<Ma no Alessia, ho incontrato tante persone nella vita e avrei sicuramente potuto sposarmi. Con il mio lavoro, però, non avrei avuto modo di essere vicina a un marito e a dei figli: per questo ho preferito rinunciare a una famiglia mia> mi rispondeva.

Inutile scrivere che, una risposta di questo tipo data a una bambina di poco meno di dieci anni, sortì l’effetto di farmi divorare dalla curiosità di scoprire di più riguardo a quella donna di cui, solo in quel momento capii, sapevo ancora troppo poco.

In poco tempo Giovanna divenne una vera e propria istituzione a Priocca. Si trasferì nel centro del paese da dove, a bordo della sua inseparabile Lambretta rossa, raggiungeva le case delle partorienti per dare loro il sostegno e seguirle durante il parto. Un lavoro, a differenza di oggi, basato principalmente sull’empatia e su un’assenza quasi totale di strumenti tecnologici per monitorare lo stato della gestante. Un lavoro fatto di lunghe attese, che Giovanna condivideva con la famiglia del futuro nato tra consigli, suggerimenti, ricette, chiacchiere per ingannare il tempo. Racconti e segreti che, nel 2010, vennero raccolti in un libro, che custodisce gli appunti di anni di lavoro della Tota. Ricette, suggerimenti per il giardinaggio, consigli di economia domestica: un volume che raccoglie una inestimabile collezione di suggerimenti nati dalla tradizione popolare. Suddiviso in capitoli, il libro “I miei appunti” è il volume che raccoglie anni e anni di scritti – originariamente appuntati a mano su un quaderno – che Giovanna Barile ha redatto con attenzione nel tempo.

Come eliminare macchie di vino dalla tovaglia? Come fertilizzare le piante in modo naturale? Come preservare la bellezza delle mani dai lavori di giardinaggio? Le risposte sono nascoste tra le pagine, insieme a tante altre curiosità.

<Sapessi quanti bambini ho visto nascere!>

Così Giovanna, per la prima volta, mi spiegò quale lavoro le era stato così caro da influenzare la sua vita e la sua scelta di non crearsi una famiglia. Una frase apparentemente semplice, che mi stregò alla vista degli occhi luccicanti della “Tota”, che mai avevo visto brillare così tanto. Esattamente così scoprii che Giovanna non era madre, ma era circondata da centinaia e centinaia di figli che aveva aiutato a portare alla luce. Tanti di loro erano le persone che ogni giorno vedevo gravitare intorno alla sua abitazione, sempre aperta ai tanti amici che non mancavano di farle visita. C’era chi le portava le uova delle proprie galline, chi la aiutava a cambiare una lampadina o chi, invece, raggiungeva la sua abitazione solo per scambiare qualche parola o per portare i saluti di questo o quell’amico.

<Alessia, l’avessi visto quando era nato: era piccolo piccolo, non più grande di così> mi diceva, indicandomi con le mani le dimensioni del neonato di fronte agli adulti che le facevano visita, per poi aggiungere: <Non si direbbe, vero? Guarda ora quanto è cresciuto!>

L’arrivo della Tota in una abitazione portava inevitabilmente scompiglio: la sua sola venuta significava che un nuovo componente della famiglia era in arrivo. I bambini, in particolare, erano molto incuriositi dalla sua presenza e non capivano come fosse possibile che quella donna portasse con sé piccoli lattanti in ogni luogo che raggiungeva.

Alcuni piccoli priocchesi controllavano se la Tota nascondesse i bambini nel radiatore della sua Lambretta, altri frugavano nella sua borsa nell’intento di capire quale mistero nascondesse quella insolita cicogna che, senza ali né becco, portava con sé il nascituro.

Crescendo Giovanna non smise di condividere con me i suoi insegnamenti e i suoi consigli sulla vita. Era una persona saggia, forse la persona più saggia che avessi mai conosciuto e non mancava mai di ricordarmi quanto il suo lavoro le avesse condizionato e migliorato la vita.

<Ho lavorato tanto, non è stato facile, ma quante soddisfazioni!> mi ripeteva spesso.

Fu proprio lei a leggere i miei primi racconti, i primi articoli che descrivevano le mie giornate, che narravano degli animali che incontravo in giardino, degli insetti che osservavo affaccendarsi sugli alberi e in seguito i racconti di personaggi inventati, ricchi di avventura.

<Ricordati che imparare è la cosa più bella al Mondo e quella che farà davvero la differenza nella vita: non smettere mai di essere curiosa e di guardare il mondo con meraviglia> ripeteva ogni giorno.

Giovanna Barile ha proseguito il suo lavoro di levatrice fino al 1972, superando i mille bambini portati alla luce nel paese roerino. Continuò a vivere a Priocca, circondata dalle tante persone che aveva conosciuto nel corso dei suoi anni di lavoro. Nel luglio 2011 ricevette dalla comunità priocchese una targa come riconoscimento per il lavoro svolto in tanti anni di carriera.

La Tota si spense presso il “Soggiorno Alfieri” a Magliano il 18 marzo 2012, il 21 vennero celebrate le sue esequie, alla presenza di tantissimi dei “figli” che aveva aiutato a venire al Mondo.

L’arrivo della primavera

Puntuale come ogni anno, esattamente come quanto ero bambina, ritorna la primavera ed esattamente come allora, quando le giornate si allungano e gli uccellini ritornano a cantare sugli alberi, tornando a casa dei miei genitori butto un occhio al canton nella speranza di vederci ancora Giovanna, con la sua solita sedia pieghevole, intenta a lavorare al telaio per preparare il suo “filè”. L’angolo è sempre quello, ma le persone che lo abitavano ormai se ne sono andate tutte: me le immagino ancora lì mentre si scambiano qualche ricetta e, vedendomi arrivare, mi ricordano sorridendo che, nonostante sia la più piccola del gruppo, sono diventata davvero brava con il mio uncinetto.

Alessia Alloesio