Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

Così, in apertura di un album del 1990 De Andrè con dolcezza obbligava l’occhio ad alzarsi e a cercare nel cielo qualcosa che persisteva, quasi incorporeo, tra noi e il cielo.

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Colouds

Non per via di musica ma per presa di colore, immagine e scena l’artista Ernesto Morales, argentino di nascita, ma naturalizzato torinese, conduce a contemplare una mostra dal titolo emblematico “Memoria dell’Impermanenza” a cura di Nicola Angerame.

L’opening è previsto per sabato 22 giugno, alle ore 18.00, presso la Fondazione Peano di Cuneo.
La mostra si colloca in continuità con la riflessione che la Fondazione Peano porta avanti, fin dalla sua istituzione, sul rapporto tra arte e natura. Natura che in questa mostra va in scena attraverso la rappresentazione delle nuvole che sono da intendersi, come spiega l’artista, come rappresentazione del ciclo dell’acqua: “la nuvola diventa fiume, mare, oceano e magari torna nuvola dall’altra parte del mondo. La nuvola che è sempre diversa ma è sempre la stessa, attraversando il tempo. La nuvola diventa simbolo di tutto ciò che si rigenera, si trasforma, la nuvola ci indica che tutto è interconnesso”.

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Le nuvole hanno dapprima attratto l’attenzione di Morales nella sconfinata Pampa argentina, paesaggio in cui è cresciuto e hanno confermato la loro centralità nella ricerca dell’artista in modo continuativo e sistematico dal 2001, quando inizia il progetto dell’Atlante delle nuvole costituito da centinaia e centinaia di fotografie scattate in tutto il mondo e poi rielaborate per la serie pittorica Clouds qui presentata e le cui prime opere risalgono al 2012. Come spiega il curatore Nicola Davide Angerame, le nuvole di Morales mostrano significativi elementi di discontinuità rispetto alla classica iconografia delle nuvole, esse “vanno intese in un’ottica di trascrizione pittorica di una metafisica delle nuvole tesa a costruire con esse tanto un complesso simbolico ricorrente quanto un gesto pittorico iniziatico, volto alla concentrazione, dentro un campo visivo, di una pratica il cui senso esonda l’alveo della rappresentazione per occupare la pianura immensa e sconfinata di un paesaggio ulteriore: quello dello spirito, della mente, della psiche e di quella verità di cui ogni cosa è partecipe”.

La mostra ha ottenuto il patrocinio del Consolato Generale Argentino di Milano, e il cui catalogo verrà presentato, a dicembre anche a New York in occasione della prossima mostra dell’artista.

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Astraendo dal testo di Angerame in catalogo riportiamo un paragrafo che tra storia passata e presente ferma l’importanza dell’elemento nimbico “. . . poiché le nuvole sono entità plurime, eteree: gassose come il vento, liquide come pioggia, solide come montagne inerpicate nel cielo. Michelangelo e Giambattista Tiepolo le hanno usate, infatti, come trampolini di lancio nei loro affreschi: il Giudizio universale nella Cappella Sistina usa le nuvole come sostegno materico e solido per sopportare corpi muscolosi e pesanti, marmorei. Tiepolo invece le ammanta di colori tenui e gioiosi, quasi irreali, dentro cui avvolge le figure di un mondo classico tradotto in allegoria. Ma è Giotto il primo a consacrare le nuvole come protagoniste di un affresco e nel 2011 la studiosa Chiara Frugoni scopre nella Morte di San Francesco il profilo nascosto del volto del diavolo. Sta lì, mimetizzato da ottocento anni, nel ciclo pittorico che segna l’inizio dell’arte figurativa occidentale: l’affresco della basilica superiore di San Francesco di Assisi. Prima di ciò, il primato di maestro illusionista di giochi mimetici nebulari spettava al Mantegna che in alcuni dipinti dà forma alle nubi, un po’ come facciamo tutti noi quando davanti ad un cielo nemboso sferzato dai venti proiettiamo le nostre visioni evocando forme cangianti. E se il Barocco è per vocazione volubile e vaporoso, sarà la pittura romantica ad esaltare il senso di presagio che le nuvole portano con sé quando si fanno minacciose e oscure. William Turner ne esalta la materia luminosa e cromatica sulle lagune veneziane, e non solo, mentre John Constable addirittura dedica loro interi quadri come Uno studio di nuvole del 1822, facendo lo stesso gesto che, un secolo dopo nel 1922, Alfred Stieglitz compie con la sua fotocamera, realizzando due serie di scatti, gli Equivalenti e Canti del cielo, che ritraggono nuvole e le eleggono a tema centrale di una produzione decisiva per la storia della fotografia intesa come arte. Stieglitz le sceglie perché parlano “del caos del mondo e del rapporto con il caos”. Trent’anni dopo, il compagno di strada Edward Steichen scatterà il fungo atomico, padre di tutte le nubi di morte, da Hiroshima a Chernobyl. E se il Magritte ne fa un uso surreale, Luigi Ghirri nel 1974 le insegue per 365 giorni nel suo ciclo manifesto intitolato Infinito.

In questa appena evocata iconografia delle nuvole, la produzione pittorica di Ernesto Morales trova una propria originale collocazione e mostra elementi di discontinuità significativi rispetto ad un trattamento del soggetto che lo porta a tentare la trascrizione pittorica di una metafisica delle nuvole tesa a costruire con esse tanto un complesso simbolico ricorrente quanto un gesto pittorico iniziatico, volto alla concentrazione, dentro un campo visivo, di una pratica il cui senso esonda l’alveo della rappresentazione per occupare la pianura immensa e sconfinata di un paesaggio ulteriore: quello dello spirito, della mente, della psiche e di quella verità di cui ogni cosa è partecipe“.