“Basta un primo sguardo all’S. 55, sia che volteggi in aria come un candido airone, ad ali spiegate, con la sua leggerezza quasi diafana sotto il bacio del sole, sia che dondoli a fior d’acqua, sugli scafi gemelli, come un uccello acquatico appena posato da un lungo viaggio e ancora librato a mezz’aria nel fremito del volo. Nulla è più bello nel significato classico della parola, del profilo che esso ci mostra nella linea dolcemente ascendente delle sue delicate nervature, dagli scafi alle ali affusolate, col possente motore issato in alto come una testa d’aquila in agguato.”
Così Italo Balbo descriveva nei suoi racconti, come incantato, il velivolo al quale avrebbe legato il proprio nome. Lo faceva esprimendo una nuova forma di sensibilità estetica, che, educata dal futurismo, era di rintracciare, anche in una macchina, l’armonia e la grazia proprie di un’opera d’arte. Soprattutto quando nella macchina, a differenza dell’immobile opera d’arte, si concretizzassero dinamismo, velocità e movimento.
Quando gli ingegneri Alessandro Marchetti, innovativo progettista di molti famosi aerei, e Pier Luigi Torre, giovane talento laureatosi appena ventenne a Torino, nel 1923 vollero realizzare, per la SIAI di Sesto Calende, una macchina rivoluzionaria, che avrebbe dovuto essere non solo affidabile, ma la migliore sintesi possibile di stabilità, robustezza, capacità di carico, autonomia e velocità, inevitabilmente la loro soluzione tecnica ebbe delle implicazioni estetiche.
Concepirono un’idrovolante, in gran parte realizzato in legno, dal design del tutto inusuale che stravolgeva la forma classica di un aereo. Un’unica grande ala a freccia di 24 metri di apertura; così grande da poter accogliere nel proprio spessore la cabina di pilotaggio e l’equipaggio. Ad essa si connettevano due scavi simmetrici, sufficientemente grandi da poter alloggiare i passeggeri e il carico, che avrebbero garantito il galleggiamento anche in condizioni critiche; gli impennaggi, sostenuti da due lunghe e sottili strutture metalliche, che si slanciavano posteriormente e, in alto, il blocco motore, costituito da due propulsori collocati, anche in questo caso in modo del tutto originale, in tandem: uno traente ed uno spingente.

Nonostante le soluzioni introdotte da Marchetti e Torre e i tanti record che la macchina avrebbe battuto: velocità, tangenza ed autonomia, essa non convinse mai del tutto i militari, nonostante fosse stata pensata soprattutto per usi bellici. Ma, nonostante ciò, le sue qualità inevitabilmente emersero. Nel 1927, con un S. 55, chiamato Jahù, il brasiliano João Ribeiro de Barros effettuò la prima traversata dell’Atlantico. Lo stesso anno Francesco De Pinedo e Carlo del Prete volarono con un S. 55, soprannominato Santa Maria, nelle Americhe, per visitare le tante comunità italiane; viaggiando per oltre 43.000 km. Con un S. 55 Umberto Maddalena localizzò, nel giugno 1928, la tenda rossa e i superstiti del dirigibile Italia, decollando dalle Svalbard. Poi l’idrovolante fu sistematicamente utilizzato da Balbo per le sue crociere. Dapprima per quelle di propaganda nel Mediterraneo, nel 1928 e nel 1929, e poi per quelle transatlantiche. Nel 1930 sotto il suo comando di una squadra di 14 S.55 percorsero, rigorosamente in formazione, oltre 10.000 km diretti a Rio de Janeiro; mentre nel 1933 25 S. 55 nella versione “X”, appositamente ottimizzata da Torre, volarono, sempre in formazione, a Chicago, dove gli equipaggi furono accolti da folle entusiaste, in occasione sia dell’Esposizione Mondiale Century of Progress che dell’anniversario della fondazione della Regia Aeronautica.

Questi successi fecero sì che l’S. 55 entrasse prepotentemente a far parte dell’immaginario moderno. Divenne protagonista nell’iconografia dell’epoca. Comparve ovviamente nei manifesti celebrativi delle crociere atlantiche di Luigi Martinati e Umberto Di Lazzaro, ma anche nelle opere dei pittori Thayaht e Cesare Andreoni. Da allora, come aveva intuito Balbo, la sua silhouette concentrata nell’essenzialità geometrica delle sue parti che la compongono, insistentemente moltiplicata, nell’immagine, in modo prospettico e progressivo, meglio di ogni altra avrebbe evocato, in modo grandioso, quella che Enrico Prampolini avrebbe definito come “una nuova spiritualità plastica extraterrestre”: un nuovo modo di abitare la modernità, fatto di ritmo e movimento, che si proiettava in una dimensione nuova, oltre l’orizzonte del mare, liberato dal peso della gravità.

Ancora oggi l’S. 55 non ha perduto la sua forza iconica. Ha ancora molto da raccontare e non solo per quanto attiene alla dimensione della memoria. È il caso dei ragazzi del Team S. 55 del Politecnico di Torino che, animati non solo da interessi scientifici, ma da sincera passione e curiosità verso la storia dell’areonautica, hanno scelto, fin dal 2017, l’aereo come caso di studio; incuriositi dall’unicità della sua linea e dalla peculiarità delle sue caratteristiche tecniche. Sotto la supervisione del professor Enrico Cestino e dell’ingegnere Vito Sapienza, il team, coordinato dal Team leader Anouar Labioui, si è dato l’obiettivo di costruire repliche volanti, sempre più perfette, del velivolo.
Recuperati i disegni originali, grazie alla collaborazione con il museo di Volandia di Somma Lombardo (dove ne è in costruzione una versione statica), il team ha potuto analizzarli fino al dettaglio, comprenderne i carichi aerodinamici e idrodinamici e le tecnologie di costruzione. Questo approccio metodologico ha permesso di reingegnerizzare tutto il materiale, avvalendosi di strumenti digitali e, infine, sperimentare le soluzioni trovate, realizzando i modelli in scala 1:8 e 1:6 utilizzando carbonio laminato, Kevlar e resine stampate in 3D che, in futuro, saranno alimentati anche da celle a idrogeno. Si tratta di un intenso lavoro di squadra in progress che consente agli studenti di allenare competenze tecniche e manageriali e di imparare a progettare e costruire macchine sempre più complesse.
Accompagnato dagli scongiuri di tutti, il primo modello spiccò il volo nell’ottobre del 2024, comportandosi bene; oltre ogni aspettativa. Questa primavera, ottenuto il certificato di aeronavigabilità dall’ENAC, saranno previsti nuovi test.
A tanti anni di distanza da quel 1923, l’S.55 continua a suscitare trepidazione ed emozioni e a rappresentare ancora una sfida.
Luigi Vigliani

