Con l’imminente inaugurazione della totale pedonalizzazione di Via Roma, Torino compie un atto di riappropriazione spaziale che va ben oltre il semplice intervento urbanistico di superficie. La restituzione dell’asse al passo pedonale permette di ridefinire l’interpretazione spaziale e la fruizione urbana di quello che costituisce, storicamente e concettualmente, il decumano massimo della città.
Liberata dal flusso dei veicoli, l’arteria rivela la sua natura intrinseca, un gesto dritto di pietra e luce che congiunge Palazzo Reale alla Stazione Porta Nuova, due luoghi inabitabili ma fondamentali per definire i poli di tensione. Via dritta, militare, dura, prospettica, fortunatamente e miracolosamente realizzata senza concessioni al pittoresco o al pacchiano green presepiale che prospera via social, la strada si traccia nella maglia cittadina quasi come una ferita, un taglio di Fontana, in cui l’alternanza ritmica tra ombre porticali, quinte di pilastri e cielo aperto come specchio azzurro, scandisce, pezzo a pezzo la percezione dei volumi.
L’assenza del traffico evidenzia la realtà stereometrica dell’intervento e la qualificazione tridimensionale degli edifici, consentendo di comprendere a fondo il significato dei pieni, degli intervalli, dei vuoti e di captarne la struttura. Vi risiede una chiara compresenza di valori poetici e prosaici, in cui lo spazio si fa protagonista dell’organismo urbano. Il disegno della via si rivela per ciò che è: un lunghissimo cannocchiale prospettico che si apre a clessidra per far respirare la vista mentre dilaga nel largo delle piazze, guidando la fruizione visiva verso una teatralità monofocale e un rigoroso continuum prospettico.

Nella dimensione diurna, selciato, facciate e panchine appaiono puri sotto la luce stabilendo un colloquio silenzioso, mentre la notte, quando l’architettura si fa più severa con profili definiti e netti, il suono dei passi viene a ricordare il senso di infinita solitudine che questa città infligge come pena e come cura. Tra le qualità più inattese si avverte un non detto, ossia la difesa da qualsiasi tentazione commerciale: basta camminare nel mezzo della strada con lo sguardo in avanti per cogliere il rigore del rettifilo pseudoromano evitando così vetrine luminose e il richiamo della foresta contemporanea fatta di vestiti, oggetti, gioielli e ghiotti stimoli alla vanità.
La speranza, in verità molto esigua, è che l’accertata disposizione assessorile alla concessione plateatica non infierisca avvelenando la via a lose con baracconate cioccolatose, mercatini, fierucole e ogni sorta di strapaese possibile fatto di bancarelle e tendopoli confondendo il piacere di una passeggiata con un bazar di quart’ordine.

Questo benvenuto intervento finisce per inverare un ideale fondato su una precisa logica di taglio fievolmente calvinista, in cui la via appare incagliata in un ordito prospettico rigorosamente controllato. La nuova configurazione dell’arredo urbano ricompone così quel legame essenziale tra l’individuo e la forma della città, permettendo al cittadino di muoversi protetto dentro funzioni soddisfatte e di percepirne una possibile e suggestiva torinesissima malinconia d’infinito.

