Esiste un confine invisibile dove la mobilità sostenibile smette di essere una virtù e diventa una forma di sgraziata arroganza. È quel limite travalicato ogni giorno da sciami di bici elettriche e monopattini che sfrecciano a rotta di collo, guidati da nuovi conquistatori urbani persuasi che il codice della strada sia un consiglio facoltativo e i semafori rossi dei trascurabili suggerimenti cromatici.
L’assistenza elettrica non ha solo azzerato la fatica: ha azzerato il senso del limite. Ma quando la tecnologia corre troppo più veloce del rispetto per il prossimo, l’unica cura è un’iniezione di pura realtà. Con questi presupposti a Torino è nato, da una possiamo dire “stop-up” di non più giovani inventori, Le Méchant, o semplicemente “Il Dispettoso”: non un’arma di vendetta dicono, ma un piccolo, poetico richiamo all’ordine. Soliti a ritrovarsi a cena in una nota bocciofila cittadina il piccolo gruppo di amici ha tra loro un ingegnere elettronico in pensione e un paio di brontoloni folgorati da un’idea. Se posso spegnere la televisione con un tasto si possono spegnere anche monopattini e bici; le Tesla no, quella è un’altra tecnologia.
La bicicletta, che per un secolo è stata la sintesi perfetta tra l’ingegno umano e lo sforzo biologico, si è improvvisamente arresa al ronzio del silicio. Oggi assistiamo a una strana illusione: individui immobili sopra telai a batteria che si muovono nello spazio senza risiederci davvero. Un’asettica traslazione da un punto A a un punto B dove il paesaggio diventa uno sfondo sfocato e la volontà si riduce all’atto passivo di girare una manopola. È per ricucire questo strappo tra l’uomo e la materia che è nato Le Méchant.

A vederlo, sembra un oggetto privo di ambizioni. Un piccolo scatolino di plastica colorata, liscio come un sasso, da custodire nel palmo della mano o nel taschino della giacca. Eppure, al suo interno batte il cuore di un dispositivo squisitamente filosofico. Premendo il suo unico tasto, Il Dispettoso invia un soffio di radiofrequenza: un’onda invisibile che sfiora la centralina dei mezzi elettrici nei paraggi e, senza la minima violenza, spegne per una decina di minuti la propulsione assistita. Niente strattoni, nessun blocco. Soltanto una parentesi di pura verità meccanica.
Il ciclista, che un attimo prima fluttuava sull’asfalto svincolato dai limiti del proprio corpo, sente improvvisamente la materia opporre resistenza. La gravità reclama il suo tributo. Per dieci, lunghissimi, meravigliosi minuti, la bicicletta smette di essere un simulacro tecnologico e torna a essere ciò che è sempre stata: un’estensione della muscolatura umana. Colui che la guida, risvegliato dal torpore dell’accelerazione gratuita, si ritrova costretto a compiere il gesto più politico e democratico della storia della mobilità: spingere sui pedali.
È un momento di folgorante epifania. Il mezzo, quando smette di funzionare da solo, smette di essere invisibile e “si rivela” in tutto il suo peso di mezzo meccanico. Il volto del guidatore perde la rigidità del mero consumatore di chilometri e si accende di un’improvvisa consapevolezza. Si avverte la pendenza della strada, si calcola il peso dell’aria, si riscopre il vento, quello vero, che si guadagna, non quello generato artificialmente dalla velocità del motore.

Il Dispettoso non è uno strumento di sabotaggio, né un’invettiva contro la modernità cafona. È una critica della ragion pratica invisibile ma dall’effetto coercitivo. È un promemoria viscerale che ci ricorda come l’energia elettrica sia soltanto un privilegio temporaneo e un’illusione di libertà, mentre la fatica resta l’unico, saldo principio democratico capace di dare misura al mondo. Perché, in fondo, nessun paesaggio possiede un reale valore spirituale se lo si attraversa troppo velocemente senza percepire dove si è, cosa si ha intorno, quali regole governano le strade e chi si muove attorno.
Appendice: Le Tre Leggi dell’Etica del Dispettoso
(Dal foglietto illustrativo scritto a mano allegato. Non hanno ancora decido se metterlo in commercio, tuttavia funziona a meraviglia)
- Prima Legge (Principio di Proporzionalità Poetica): Il Dispettoso non deve mai essere azionato con cattiveria, ma unicamente per restaurare la bellezza del mondo. È severamente vietato colpire chi trasporta la spesa pesante o la cassetta della frutta. L’impulso va riservato prioritariamente a chi sfreccia sulle aree pedonali guardando lo smartphone e a chiunque ostenti una postura da re del creato mentre sale una pendenza del 12% senza muovere un singolo muscolo facciale.
- Seconda Legge (Principio di Heidegger): Lo spegnimento non è un’interruzione, è un risveglio. Nel momento in cui la batteria cede il passo all’inerzia, l’utilizzatore del Dispettoso ha l’obbligo morale di osservare il volto del ciclista. L’istante esatto in cui lo sguardo passa dalla certezza tecnologica allo smarrimento esistenziale, per poi assestarsi sulla rassegnazione muscolare, è il vero scopo del dispositivo.
- Terza Legge (Principio del numero dieci): La fatica deve essere una lezione, non un supplizio. La durata della sospensione elettrica non supererà mai i dieci minuti. Il Dispettoso dona soltanto un assaggio di realtà, un’incursione della fisica nella bolla della modernità. Quando il motore riparte e la bici torna a scivolare via da sola, il ciclista non sarà più lo stesso: per un attimo, avrà ricordato cosa significa essere ancora umano.

