Nel biennio 2024 – 2025 sono stati quasi ventimila gli oggetti trafugati nel nostro Paese. Tra di essi, non solo beni archeologici, ma anche archivistici, antiquariali, librari, ecclesiastici fino alle opere d’arte contemporanea. Oltre a ciò, il numero di oggetti falsificati e contraffatti messi in vendita come originali nell’ultimo anno solare conferma l’andamento crescente del decennio in parallelo allo sviluppo dei nuovi mezzi virtuali di comunicazione convertiti ad uso commerciale (Fonte: Attività operativa 2025 – Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale).
Nel torinese, ricordiamo i casi eclatanti più recenti: il sequestro di duecentocinquanta falsi “Carol Rama” nel settembre 2025, il furto alla casa d’aste Sant’Agostino nel giugno 2026 e la restituzione del 3 luglio di una pala d’altare e di un lampadario appartenenti a Palazzo Chiablese scomparsi dal 1943.
Collezioni private, case d’asta, istituzioni museali, sono solo alcuni degli ambiti ancor oggi vulnerabili.
La tutela del patrimonio culturale rappresenta, dunque, una sfida complessa che richiede un coordinamento di competenze investigative, conoscenze storico-artistiche e capacità di operare su scala internazionale altrettanto articolato. In Italia, questa funzione è affidata dal 1969 al Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), una struttura specializzata che ha progressivamente sviluppato metodologie e strumenti specifici per contrastare fenomeni criminali che vanno dal traffico illecito di opere d’arte agli scavi clandestini, dal furto in luoghi di culto alla falsificazione.
La scelta di dotare una forza di polizia di un reparto dedicato esclusivamente alla protezione dei beni culturali, costituisce un’opzione organizzativa non scontata. In Europa, solo pochi Stati hanno sviluppato strutture analoghe all’interno dei propri apparati di sicurezza: la Francia con l’Office central de lutte contre le trafic des biens culturels (OCBC) nel 1975, la Spagna con la Brigada de Patrimonio Histórico (BPH)nel 1977. Altrove prevalgono modelli diversi, con competenze distribuite tra più enti o affidate a unità non specializzate. Questa specificità italiana riflette tanto la densità del patrimonio presente sul territorio quanto una precisa scelta culturale e istituzionale sulla rilevanza pubblica della sua difesa.
L’attività del Comando si articola attraverso nuclei territoriali che collaborano con soprintendenze, musei, autorità giudiziarie e organismi internazionali. Particolare rilevanza ha assunto negli anni la gestione della Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti, strumento di consultazione che ha modificato le modalità operative sia nella prevenzione che nel recupero.
Per approfondire questi temi abbiamo incontrato il Magg. Ferdinando Angeletti, Comandante del Nucleo TPC di Torino.

Buongiorno, C.te Angeletti. Quali circostanze storiche e culturali hanno determinato la costituzione del Comando proprio nel 1969?
Come noto, gli anni ’60 del secolo passato sono stati anni particolarmente importanti, sotto il profilo dottrinale e operativo, nel campo della tutela del patrimonio culturale. Non si dimentichi, infatti, che i lavori della Commissione Franceschini, da cui tutt’oggi ereditiamo definizioni fondamentali, come quella di patrimonio culturale, terminano nel 1967. Ad essa seguì la Commissione Papaldo che, tra il 1968 e il 1970, avrebbe dovuto tradurre in norme le dichiarazioni della precedente Commissione. È quindi proprio in questo humus culturale e normativo che, da una felice intuizione e intesa tra il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri e l’allora Ministero della Pubblica Istruzione, è nato quello che allora fu denominato Nucleo Tutela Patrimonio Artistico.
L’intendimento era quello di fronteggiare, con efficacia di strumenti ed interventi mirati, l’allarmante fenomeno della depauperazione del patrimonio culturale nazionale.
L’Italia fu così la prima Nazione al mondo a dotarsi di un organismo di polizia specializzato nello specifico settore, anticipando peraltro di un anno la raccomandazione della Conferenza Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), che, da Parigi, indicava agli Stati aderenti l’opportunità di adottare varie misure volte a impedire l’acquisizione di beni illecitamente esportati e favorire il recupero di quelli trafugati, tra cui la costituzione di servizi a ciò preposti.
E quali considerazioni hanno orientato la scelta di aprire una sede nel capoluogo piemontese?
L’allora Nucleo Tutela Patrimonio Artistico di Torino nacque nel maggio 2001, esattamente 25 anni fa. L’apertura del Nucleo si inserì nell’ambito di una più ampia evoluzione del Comando TPC che, da entità unica in Roma con competenza nazionale, aveva iniziato quella diffusione sul territorio, fino a livello regionale o interregionale, che oggi vede quasi ogni regione amministrativa avere il proprio Nucleo di competenza. Questa diffusione territoriale era legata, essenzialmente, alla necessità di un migliore confronto con le fenomenologie criminali che, tra le varie regioni italiane, potevano differenziarsi. In particolare le regioni amministrative Piemonte e Valle d’Aosta risultavano particolarmente colpite da reati predatori contro il patrimonio culturale, in particolare quello ecclesiastico. Le scarse misure di sicurezza, l’assenza di veri e propri inventari e la presenza di una forte domanda, avevano comportato migliaia di furti e trafugamenti di beni nell’ultimo trentennio del secolo XX. Ancora oggi, spesso, riemergono nelle attività investigative beni asportati in quei periodi.
Come si colloca, dunque, il Nucleo di Torino all’interno della rete operativa nazionale?
L’attuale articolazione del Comando Carabinieri TPC prevede a livello centrale un Ufficio Comando, quale organo di supporto decisionale del Comandante nell’azione di comando, controllo e coordinamento delle attività di istituto in Patria ed all’estero, un Reparto Operativo con competenza sull’intero territorio nazionale per le indagini di più ampio spessore (a sua volta suddiviso in quattro sezioni: Antiquariato, Archeologia, Falsificazione e Arte Contemporanea, Cyber Investigation) e, a livello periferico, 16 nuclei, con competenza regionale o interregionale alle dipendenze dei Gruppi Carabinieri TPC di Roma e Monza. Si tratta di una rete che risponde contemporaneamente sia alle fenomenologie criminali locali che a quelle di stampo interregionale o internazionale. Ogni Nucleo ha le sue peculiarità territoriali come ad esempio, per il Piemonte e Valle d’Aosta, la presenza di un ricco mercato antiquario o delle frontiere (e quindi delle problematiche in materia di circolazione internazionale). Il coordinamento tra i Nuclei, e di questi con il centro, è fondamentale. Le fenomenologie criminali non guardano alle giurisdizioni.
Questo ci conduce ad ampliare di nuovo lo sguardo a livello nazionale. Oltre al contrasto del traffico illecito e al recupero di beni trafugati, su quali fenomeni si concentra l’attività operativa e come è mutato nel tempo il perimetro degli interventi?
Il Comando CC TPC, attraverso le sue articolazioni, svolge attività preventive e repressive. Nell’ambito preventivo si devono ricordare le verifiche delle misure di sicurezza di musei, biblioteche e archivi nonché i periodici controlli a aree archeologiche o aree dichiarate di interesse paesaggistico. In ambito repressivo non si può non citare il costante controllo del mercato antiquario e della circolazione internazionale.
Come cambia il mondo dell’arte così muta la fenomenologia criminale ad esso purtroppo sottesa. In un mercato dell’arte sempre più interessato al mondo dell’arte contemporanea, ad esempio, lo sviluppo della contraffazione è sempre più all’ordine del giorno.
Ma anche sviluppi tecnologici o sociali possono portare a cambiamenti. Oggi, ad esempio, alla presenza di professionisti dediti a scavi clandestini di reperti archeologici (i cd. “tombaroli”), si stanno affiancando persone dedite all’uso del metal detector quale “hobby della domenica”, magari perché influenzate da programmi televisivi (spesso ambientati all’estero dove il contesto legislativo è diverso) o perché poco a conoscenza della normativa. Ad oggi, per esempio, il semplice possesso di un metal detector in certune aree del territorio nazionale è vietato. La Regione Valle d’Aosta ha vietato l’uso del metal detector su tutto il territorio regionale sin dagli anni ’80 del secolo scorso, salvo specifiche autorizzazioni. A riguardo, ci tengo a ribadirlo, fuori dalle aree ove è vietato il possesso non è l’uso del metal detector in sé ad essere considerato illecito, quanto lo scavo che ne è la naturale attività conseguente. Le ricerche archeologiche, infatti, sono monopolio del Ministero della Cultura per legge.

A tal proposito, a quale legislazione fa riferimento la vostra attività?
I Carabinieri TPC sono stati definiti “I Carabinieri dell’Arte”. La normativa cui facciamo riferimento non può che essere, quindi, quella che riguarda sia il nostro essere Carabinieri, e quindi una forza militare di polizia, che il nostro essere “dedicati” al mondo dell’arte e della cultura. Al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D. Lgs. 42/2004) che funge da base, si aggiungono ovviamente le normative penali e processuali penalistiche. In particolare, con la legge 9 marzo 2022, n. 22 è stato introdotto nel Codice penale il Titolo VIII-bis contenente poco più di una decina di fattispecie penali relative al patrimonio culturale: dal furto alla contraffazione, dal riciclaggio alla ricettazione. È chiaro poi che spesso dobbiamo confrontarci anche con le normative che, ad esempio, regolano il mercato antiquario (contenute nel Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza e in altre leggi speciali) o che riguardano specifiche materie (ad esempio il Testo unico in materia di edilizia, o le leggi speciali in materia di armi antiche, rare, artistiche e di importanza storica). A queste poi non può non soggiungersi la presenza di normative di livello comunitario. Ricordo ad esempio la disciplina comunitaria in materia di mutuo riconoscimento di provvedimenti giudiziari (utilissima per i sequestri di beni culturali italiani rinvenuti in altri Paesi dell’Unione Europea).
Ecco, da un punto di vista internazionale, in che modo il Comando si coordina con Interpol, Europol e le forze di polizia di altri Paesi?
I reati contro il patrimonio culturale spesso non badano alle frontiere tra Stati. In questo contesto il Comando CC TPC sfrutta tutte le modalità di cooperazione di polizia (e, attraverso l’autorità giudiziaria, anche le forme di cooperazione tra autorità giudiziarie) attualmente disponibili. Ecco quindi che Interpol ed Europol, ognuna al proprio livello e con le proprie procedure, consentono di mettere in contatto le forze di polizia dei vari Paesi al fine di confrontare informazioni e effettuare attività investigative comuni. Il Comando CC TPC è dotato, a livello centrale, di una sezione esplicitamente dedicata al coordinamento e allo scambio informativo con le altre forze di polizia straniere.
Quale percorso formativo è richiesto per accedere al Comando di specialità? Come si integrano le competenze militari e investigative proprie dell’Arma con le conoscenze storico-artistiche, archeologiche e di storia dell’arte necessarie per operare efficacemente in questo settore?
Sgombriamo subito il campo da quella che può sembrare un’ovvietà. Non si accede al Comando CC TPC direttamente dalla vita civile e non servono competenze tecniche speciali. Non si entra al TPC perché si è (stati) architetti, archeologi o storici dell’arte. Normalmente ogni anno l’Arma dei Carabinieri dirama una specifica interpellanza interna nei confronti di tutti i militari che vogliano accedere al comparto di specialità. Nella realtà, requisiti, potremmo dire, dedicati a competenze tecniche (archeologia, storia dell’arte, archivistica, ecc.) sono graditi ma non obbligatori. Questo perché in realtà al Comando CC TPC occorrono investigatori che debbano poi dedicarsi al mondo, peculiare, dell’arte. Non a caso uno dei pochi requisiti obbligatori è un minimo di anzianità di servizio già maturata in altri reparti dell’Arma. Serve un minimo di esperienza operativa per potersi dedicare a questo mondo. I prescelti, a seguito di una procedura concorsuale interna, fatta di prove scritte e orali, verranno poi avviati al corso di specializzazione, tenuto da militari del Comando CC TPC e da esperti del Ministero della Cultura e di altri enti esterni, per poi essere destinati ai vari Nuclei del territorio nazionale.
L’esperienza maturata in decenni di attività ha reso il modello italiano un riferimento per altri Paesi, ponendo al contempo questioni di metodo sul rapporto tra tutela, mercato dell’arte e circolazione dei beni culturali.
Jessica Matarrese

