Esiste Torino? la domanda è una provocazione ma è anche un grido e una invocazione per ridefinire non i confini e i limiti ma le potenzialità di una città, che poi è una comunità forse una grande famiglia. La storia di Torino è nota e piena di strappi e passaggi, sicuramente dal 1563 anno storico del trasferimento della capitale dei Savoia da Chambery nella vecchia Augusta Taurinorum ha accelerato i processi, nella dinamica dinastica, militare, cavalleresca e soprattutto rurale fuori le mura daziarie. La leggenda dell’Assietta, l’assedio della città e poi l’epoca aurea che parte dal XVII secolo e si trasfigura nel Risorgimento sabaudo, l’inizio dell’indipendenza nazionale con le luci e le ombre di una nazione per certi versi mai nata.
La seconda grande accelerazione è datata 1899 la nascita della Fabbrica Italiana Automobili Torino, nasce l’epopea tra lacrime e sangue, emancipazioni e diritti, di una città laboratorio: la catena di montaggio, lo sviluppo tumultuoso e irregolare che scardina le certezze del vecchio Piemonte ma che esalta l’arte del sapere fare. Gli anni Venti del secolo scorso sono quelli di Gobetti e Gramsci ma anche di Frassati, il giovane santo laico cattolico, che chiude l’epopea dei santi della carità dopo un secolo di stole, congregazioni, missioni piene d’amore. Torino operaia, con i tempi della fabbrica, l’immigrazione che innesca la mutazione genetica della comunità, i volti, le storie e le lingue di Torino è la storia lunga del secolo breve.
L’identità allora era forte, signori contro proletari, operai e padroni, terroni e polentoni, con le sfumature di una politica di culture e ideologie forti, quella comunista e socialista, quella democratico cristiana, la liberale e azionista unite nella Carta costituzionale contro la barbarie del fascismo, e poi in “battaglia” ideologica nel tempo dei blocchi, dei sogni, della rivoluzione imminente o meglio immanente, utopia che diventa almeno realtà nella conquista di diritti, emancipazione delle donne e dei giovani, di riforme incredibili di una paese cattolico in formato laico a guida democristiana.
I tempi cupi del terrorismo e l’illusione di abbattere il potere distruggendo e ammazzando i miti, nel senso di uomini buoni tra i politici, i giornalisti, gli imprenditori e i sindacalisti. I nomi li conosciamo e Dio solo sa come saranno consolati nella nuova vita. Poi Torino ha svoltato perché è entrata in “coma” dopo il 1980 e lungo due decenni, perché il declino, nonostante gli sforzi, la piccola e media impresa, è arrivato sotto i colpi dell’era post-industriale, la one company Twon è finita.

Il funerale è stato celebrato da quella fila infinita che salendo la pista del lingotto nel gennaio 2003 ha omaggiato, come solo i Papi o i grandi dittatori o imperatori e Re o Regine, hanno avuto. Non era un sovrano ma l’avvocato Gianni Agnelli. Il 2006 è l’anno della svolta epocale le Olimpiadi ultimo regalo della famiglia Agnelli, dinastia succeduta nell’immaginario collettivo e nella realtà delle cose a quella Savoia, assegna i Giochi Olimpici Invernali a Torino. Sei anni di lavori, finanziamenti mai visti, una linea di metropolitana in cinque anni (record mai più raggiunto), un mese e mezzo di sogno, Torino come e più di Milano, Parigi, New York…..
Intanto la politica e l’economia sono mutate, la società è cambiata, la città si è ridotta in abitanti dall’oltre milione dei primi Settanta allo stabile 850mila degli anni Duemila. L’età postindustriale ha portato alla desertificazione dell’industri meccanica, ma all’apertura a nuovi comparti, i torinesi sono diventi multietnici, nuove cultura, lingue, tradizioni e religioni. Le due città quella inclusa e ricca l’altra povera ed esclusa hanno continuato a guardarsi ma senza troppo mescolarsi.
A Nord il futuro e le sofferenze a Sud la storia e la memoria. Esattamente il contrario del quadro nazionale. La politica è in affanno, i giovani in minoranza hanno paura del futuro, chiedono di essere dentro il “sistema” per cambiarlo radicalmente ma senza fare rivoluzioni politiche, non c’è nessun Palazzo d’Inverno o Bastiglia da conquistare. Gli anziani si spengono tra rimpianti o ritorni nel Meridione, nel Veneto o semplicemente nel basso Piemonte. Università e Politecnico sono esplose, Torino è diventata una città dell’accademia, della ricerca, della tecnologia e dell’innovazione, della Intelligenza artificiale. I laureati sono tantissimi, ma si cercano artigiani, meccanici e agricoltori. Milano è vicinissima con l’alta velocità ma lontana perché è una metropoli bulimica ed esplosiva socialmente parlando, Torino riflette e fa cultura, aumenta il turismo, riscopre le sue bellezze storiche, poche antichità e medioevo, tanto barocco e romanticismo.
Sacro e profano, tra laicismo e illuminismo, massoneria e circoli privati alla quale si giustappone il volontariato cattolico e le comunità del bene dei nuovi profeti della carità dal Gruppo Abele al Sermig. Torino vive ma non esiste ancora. Almeno la Torino in costruzione, la sua nuova fisionomia urbana e sociale, culturale e scientifica, tecnologica e commerciale. Il centro si illumina le periferie, con sfumature diverse, cercano una identità, i quartieri conservano i nomi di borghi, di santuari o di antiche fabbriche. Torino è in cammino, vorrebbe diventare capitale della cultura nel 2033, il tempo per capire chi è veramente e dove vuole andare ad approdare ci sarebbe. Ma ha bisogno di tutti e di tutte.
Luca Rolandi

