C’è un limite invisibile, eppure solidissimo, che chi abita a Torino fatica a superare: i confini amministrativi della città. Per decenni abbiamo pensato la nostra identità racchiusa dentro la griglia geometrica dei corsi ottocenteschi, all’ombra della Mole, tutt’al più allungando lo sguardo fino alla collina. Ma l’identità profonda di una città non è un fossato medievale; è un organismo vivo che respira con il territorio che la circonda. Se oggi l’identità torinese appare a molti sfuggente e impalpabile, è perché la stiamo cercando nel posto sbagliato dentro le logiche effimere del branding urbano, o nella nostalgia di un passato industriale che non c’è più.
Per ritrovare il vero volto di questa terra dobbiamo alzare lo sguardo e considerare un dato strutturale che spesso rimuoviamo: Torino è il motore di una città metropolitana di due milioni di persone e 310 comuni. Un immenso mosaico che racchiude ogni ambiente e tipologia di territorio — dalle vette alpine alle colline, dalle pianure agricole ai distretti tecnologici — con l’unica eccezione del mare.
Pensare Torino oggi significa pensarla come un sistema integrato intorno ai suoi diversi poli. La sua cintura, da tempo sottratta al ruolo passivo di dormitorio delle fabbriche, è oggi un’area vitalissima; territori come il Canavese o le valli montane non sono satelliti, ma motori autonomi di innovazione e pensiero.
Del resto, ripercorrendo la storia di questa città, ci fu un altro momento in cui incorremmo nella stessa tentazione di guardare solo l’ombelico della cinta daziaria. Era il 17 marzo 1861, quando il Regno di Sardegna divenne Regno d’Italia e poi il 19 novembre 1864 quando il Parlamento ratificò lo spostamento della capitale da Torino a Firenze. Un evento drammatico per i “torinesi”, che scatenarono tre giorni di scontri durissimi. Tutti parlarono di declino, si sentivano espulsi dal grande gioco della politica europea e prendeva piede la narrazione del crepuscolo triste. Poi avvenne la svolta: Torino cominciò a guardare alla produzione e alla crescita economica, cominciando a sviluppare dal 1871 un sistema di trasporti locali su rotaia, che rese molto interessante l’agglomerato torinese per imprenditori, in gran parte stranieri, che installarono stabilimenti moderni in molte parti della sua “cintura”, come il Villaggio Leumann.
In questo immenso bacino di potenzialità, il vecchio concetto piemontese del “bogianen” rivela la sua fecondità originaria. Non è mai stato sinonimo di pigrizia, ma di fermezza: è chi tiene la posizione sotto l’assedio, chi sa stare alla stanga nei tempi avversi. Oggi quella stessa determinazione deve compiere un salto quantico, trasformandosi in un dinamico “Turin ch’a bôgia” (Torino che si muove) con la postura solida del “bogianen” e, soprattutto, in un corale “bôgiuma ansema” (muoviamoci insieme).
Perché questo territorio, anche nei momenti di disorientamento politico o strategico, non si è mai fermato: produce, inventa, sperimenta e innova per forza propria, grazie a un tessuto di relazioni forti che costituisce l’ordito di comunità straordinariamente laboriose e resilienti. Questa forza diffusa unisce i grandi poli della conoscenza, come le università, a una fitta trama di professionisti, artigiani e piccole e medie imprese. Ma c’è di più: la potente dimensione sociale, quella filigrana che unisce i grandi Santi Sociali di ieri alle reti di solidarietà e di formazione professionale di oggi. Senza dimenticare la solidità del suo patrimonio artistico e monumentale e delle sue vive comunità religiose.
È un’infrastruttura spirituale e civica unica, un “piano regolatore dell’anima” che ha sempre saputo curare le ferite delle transizioni storiche senza fare rumore, assumere la dimensione del rischio insita in ogni trasformazione e dare forma alle infrastrutture del futuro. Il vero nodo del presente è che questo immenso potenziale si muove in ordine sparso, in assenza di luoghi e visioni capaci di canalizzarlo in una robusta strategia di protezione e proiezione verso il futuro. Eppure, l’ambizione a cui dobbiamo attingere è alta: fare di questa terra-regione una delle eccellenze traenti della grande trasformazione europea. Non solo nei campi delle tecnologie e delle produzioni di domani — dall’aerospazio alla transizione ecologica — ma anche nella scrittura di un nuovo contratto sociale, capace di coniugare competitività globale e coesione comunitaria.
La Torino metropolitana che si muove non ha bisogno di rincorrere i modelli altrui o di urlare per farsi notare. Può camminare come un corpo solo, passo dopo passo, con il passo cadenzato, metodico e inarrestabile del montanaro, con il suo carattere un po’ austero, persino chiuso, molto riflessivo, dove le grandi cose si fanno “a fari spenti”, spesso in apparenti solitudini e invece profondamente connessi (tra fabbrica, laboratori scientifici e artigianali, cenacoli culturali, ecc.).
Una postura che rifugge il rischio di molte città odierne, che diventano sempre più dei “non luoghi” di grandi eventi che si susseguono e di turismo di massa, intercambiabili, tutti, fotocopie di uno stesso brand di marketing con grafiche diverse. Torino ha una struttura geometrica, anche del paesaggio nel quale è insediata, rigorosa, quasi magica, una sua percepibile “profondità verticale”. È una città che non urla, ma progetta, che non apprezza la fretta dell’esibizionismo, ma la decisiva, incrollabile fermezza di chi sa esattamente quale vetta vuole raggiungere, perché nel suo DNA sa di saper fare.
Luca Jahier
Già Presidente CESE

