Solo una città come Venezia, splendida e fatiscente, dal temperamento libero e ribelle, per secoli crocevia di fede e pragmatismo, di visione politica e apertura al mondo, poteva dare i natali a due animi inquieti come Iacomo Robusti, per tutti noto come il Tintoretto, ed Emilio Vedova. Entrambi veneziani, entrambi figli di decoratori, nati a quattro secoli di distanza esatti, maturano l’incapacità di accettare i limiti della società e del proprio tempo, con un impeto e una furia interiori che incanalano nella pittura, nel gesto veloce del pennello: al di là dell’apparente ossimoro, fu, infatti, la teatralità vertiginosa delle tele di Tintoretto ad ispirare la violenza materica e gestuale dell’informale di Vedova, che nell’antecessore ritrovò, già in tenera età, il suo «compagno di strada», identificazione e risuono, in grado di comprendere, più dei coevi, la sua indole d’urgenza espressiva e di febbrile dinamismo.

La mostra Vedova Tintoretto. In dialogo, allestita a Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica di Torino sino al 12 gennaio 2026, mette in scena questo parallelismo per costituire un fil rouge temporale tra il passato più remoto di Tintoretto, quello più recente di Vedova e il presente del visitatore sottolineando l’urto che gli artisti produssero nei loro tempi e il fervore interiore che li attraversò in vita.

La voracità, la spavalderia, la curiosità e l’ardore di Tintoretto di uscire dall’anonimato destabilizzarono l’ordine della pittura rinascimentale, Vedova rifiutò la compostezza del linguaggio figurativo del Novecento con eros, impulsività e impegno civile. Nessuno dei due fu comodo ai contemporanei: troppo teatrale e drammatico il primo, troppo aggressivo e incomprensibile il secondo. Entrambi hanno costretto chi guardava le loro opere a misurarsi con l’energia che supera la forma.

Jacomo Robusti detto Tintoretto Autoritratto
, 1588, olio su tela Musée du Louvre, Parigi © GrandPalaisRmn (Musée du Louvre) / Jean-Gilles Berizzi

Il percorso espositivo si apre con l’«Autoritratto di Tintoretto» (1588), prestito eccezionale dal Louvre che ne diviene la chiave di lettura complessiva: lo sguardo scuro e scarnificato dell’artista è quello di un uomo che interroga ancora se stesso, pur nella sua stagione senile, anziché di un maestro pacificato. L’apice conclusivo è affidato a Vedova e all’installazione «…in continuum, compenetrazione/traslati ’87/’88»: l’artista, nel culmine della sua ricerca artistica, non dipingeva più soltanto quadri, ma la fisicità delle sue opere aveva ormai trasceso la singola tela. Più di un centinaio di esse assemblate in modo da assecondare la verticalità della Sala del Senato, inglobano il visitatore in un vortice che si contrae sempre di più nell’ultimo tratto della mostra, costringendolo a sentirsi parte di una tensione che non si lascia risolvere. È la traduzione contemporanea della teatralità del Tintoretto: non una scena sacra immota da contemplare, ma un’esperienza diretta in cui chi osserva si sente parte della narrazione emotiva, intensa e passionale.

Questo fil rouge temporale, tuttavia, non si limita ai due protagonisti veneziani. Giovanni Carlo Federico Villa e Gabriella Belli, curatori ed esperti conoscitori dell’arte veneta, hanno voluto recuperare con questa mostra lo spirito civico che negli anni ’60 e ’70, sotto la direzione di Vittorio Viale, rese Palazzo Madama e con esso Torino, una fucina di dialogo tra arte contemporanea e antica.

In tale visione pare riecheggiare anche il motto stesso della famiglia Savoia Carignano, In stipite regnat, impresso ancor oggi nel derma del museo: come la dinastia regnava nel solco dei propri antenati, così la direzione odierna di Palazzo Madama raccoglie l’eredità del proprio antecessore, trasformando la memoria di quella stagione nell’impegno attuale di mantenere vivo il dialogo tra antico e contemporaneo, affinché il Passato parli al Presente nel linguaggio dell’insegnamento e dell’immedesimazione. Il successo di questa operazione è una scommessa aperta.

Oggi, se questa mostra parla con tanta forza, è poiché intercetta ancora quegli stessi moti interiori. L’informale di Vedova nacque sulle rovine della Seconda guerra mondiale e sotto l’ombra della Guerra Fredda, ma non appartiene al passato. Parla a chi vive l’angoscia della tensione geopolitica odierna e il disorientamento di un mondo accelerato, frammentato, dove la connessione moltiplica le solitudini e la superficialità soffoca il bisogno di profondità.

Tintoretto e Vedova, ciascuno a suo modo, ci ricordano che l’arte non serve a riprodurre fedelmente l’apparenza delle cose reali, ma a rendere visibile ciò che abita nell’interiorità di ognuno di noi: le passioni, le insicurezze, le inquietudini e le domande che non trovano voce altrove.

Jessica Matarrese