Pensioni, sanità e risparmio:
i numeri di un sistema sotto pressione e perché il benessere di domani si costruisce con le scelte di oggi.
Potremo continuare a permetterci lo Stato sociale che conosciamo? È la domanda di fondo attorno alla quale si è svolta, dal 22 al 25 ottobre a Torino, la quinta edizione del Festival Internazionale dell’Economia, intitolata «Salvare lo Stato sociale». Per quattro giorni economisti ed esperti di livello internazionale hanno discusso della tenuta di pensioni, sanità e assistenza, i pilastri di un sistema di protezione che deve fare i conti con trasformazioni demografiche ed economiche profonde.
Per misurare la portata della sfida bastano pochi numeri. Secondo le previsioni demografiche dell’ISTAT, nello scenario mediano nel 2050 gli ultrasessantacinquenni saranno il 34,5% della popolazione, contro il 24,7% di inizio 2025: più di un italiano su tre. Nello stesso periodo la quota dei residenti in età lavorativa, tra i 15 e i 64 anni, scenderà dal 63,4% al 55,3%. E poiché il nostro sistema previdenziale si regge sulla ripartizione, cioè sui contributi dei lavoratori di oggi che finanziano le pensioni di oggi, una platea potenzialmente più ristretta di lavoratori, chiamata a sostenere un numero crescente di pensionati, rappresenta una delle principali sfide per gli equilibri previdenziali.

Il punto di partenza, del resto, non è dei più comodi. L’Italia è il Paese dell’Unione europea che destina alle pensioni la quota più alta della ricchezza che produce: secondo Eurostat, nel 2023 la spesa pensionistica ha assorbito circa il 15,5% del PIL, a fronte di una media europea del 12,3%. Più di tre punti di distanza, che dipendono anche dalle caratteristiche storiche del nostro sistema e che restringono i margini di manovra di una finanza pubblica già appesantita da uno dei debiti più elevati tra le economie avanzate.
La Ragioneria Generale dello Stato sottolinea che le riforme già varate e i meccanismi di adeguamento introdotti negli anni contribuiscono alla sostenibilità del sistema nel lungo periodo. Resta però aperta la domanda che interessa davvero chi lavora oggi: quanto varranno, rispetto al tenore di vita, le pensioni di domani? Con il sistema contributivo l’assegno dipende sempre più da quanto si è versato nel corso della carriera, e carriere discontinue, stipendi modesti e periodi di inattività possono tradursi in prestazioni inferiori alle aspettative.

Sul fronte della sanità il quadro non è più rassicurante. Una popolazione più anziana e il conseguente aumento delle malattie croniche tendono ad allargare la distanza tra i bisogni di cura e le risorse disponibili. In assenza di interventi strutturali capaci di rafforzare la sostenibilità del welfare, è concreto il rischio che le famiglie debbano ricorrere sempre più alle proprie risorse per integrare le pensioni pubbliche e sostenere una quota crescente delle spese sanitarie. Questo non vuol dire rinunciare allo Stato sociale. Vuol dire prendere atto che la sola protezione pubblica potrebbe non bastare a garantire il livello di benessere al quale siamo abituati.
Ecco perché la gestione del risparmio diventa una scelta strategica. L’obiettivo non è l’accumulo di denaro fine a sé stesso, ma la costruzione nel tempo di un patrimonio capace di affiancare la pensione pubblica, di far fronte a eventuali spese sanitarie e di preservare la propria autonomia. Previdenza complementare, investimenti diversificati, una riserva di liquidità e coperture assicurative adeguate sono i tasselli di una pianificazione fatta con criterio.
Su tutto pesa un fattore spesso sottovalutato: il tempo. Nella costruzione del patrimonio, iniziare presto può essere importante quanto la somma investita. La capitalizzazione composta permette infatti ai rendimenti reinvestiti di generare, a loro volta, nuovi rendimenti. Un meccanismo che può diventare particolarmente significativo su orizzonti pluridecennali, a condizione di adottare una strategia d’investimento coerente con i propri obiettivi e la propria propensione al rischio.

Non sappiamo quali regole varranno per le pensioni fra trent’anni, quanto costeranno le cure di cui avremo bisogno né che cosa cambierà con il progresso tecnologico. Possiamo però decidere oggi di farci trovare pronti. Per questo considero l’educazione finanziaria una necessità sociale, prima ancora che economica. La vera ricchezza non è soltanto il patrimonio accumulato o, come accade non di rado in Italia, ereditato: è la libertà di scelta che quel patrimonio ci garantirà domani.
Salvare lo Stato sociale è una sfida collettiva. Costruire il proprio futuro economico è anche una responsabilità personale.
Piero Clarizia

