Un momento sospeso, in un tempo non definito. Fissato lì, come un post-it sul frigo. Perché, diciamocelo chiaro, il Salone dell’Auto di Torino è stato questo. Definirlo salutare per l’industria dell’auto italiana è un azzardo? No, se si tratta dell’industria immateriale del ricordo o di quella (progettuale) del design.

I dati della produzione di vetture in Italia sono impietosi. Siamo oscillanti tra il 10° e il 13° posto tra le nazioni europee, dietro realtà come la Romania e l’Ungheria. In pratica, in 15 anni o poco più, siamo gradualmente scomparsi dalla mappa dei grandi produttori di veicoli. E’ bene dirlo, giusto per non dare più terreno a chi “vende” Torino come “capitale italiana dell’auto”. Quella vera, guardando i numeri, è Pomigliano d’Arco. Per i non ferrati in geografia è uno stabilimento campano che il fu Marchionne dedicò al filosofo Giambattista Vico. Forse perché, da bravo laureato in filosofia (oltre alla laurea in giurisprudenza e un MBA) sapeva che certe cose, nella vita, vanno prese utilizzando questa disciplina, giusto per non incazzarsi.

Ebbene: questo stabilimento ha prodotto nel 2025 ben 131.000 Pandina, la classica vettura che piace: pratica, 5 porte, economica (e, almeno per il 2027, priva anche del bollo). E’ questa vettura che per meriti acquisiti doveva troneggiare in piazza Castello, non i nuovi piccoli SUV Fiat prodotti nella ridente cittadina marocchina di Kenitra.

Quindi dietro i grandissimi comunicati del Salone c’è una realtà che vede l’Italia a pezzi dal punto di vista produttivo. Diciamocelo chiaro: il Salone dell’Auto è stato soprattutto una vetrina. E così, con la complicità del Comune, il simbolo dell’Italia produttiva si è tramutato in un evento come le ATP: siamo diventati il terreno di gioco delle spregiudicate logiche produttive globali e campo ideale per i cinesi. I quali, argutamente, hanno ben capito qual è il ventre molle dei costruttori europei: la storia.

Cosa da intendersi sia come vicenda da narrare sia come tradizione produttiva. Non appesantiti dal già fatto possono prendere i nostri migliori ingegneri, far progettare loro l’hardware dell’automobile e poi schiantare nell’abitacolo la loro migliore tecnologia e il loro design più ricercato. Di marche cinesi il Salone ne era pieno, peccato che nessuna di queste sia fatta in Italia: ad essere state furbe sono state l’Ungheria (con la fabbrica BYD) e la Spagna (futuro terreno di gioco di gioco dei cinesi in Europa). Detto in soldoni: come nazione non abbiamo nessuna possibilità di ritornare ad essere un grande produttore di auto. Tutto questo, al Salone, nessuno l’ha detto perché sarebbe stato poco elegante, soprattutto in una città che deve ancora pregare Stellantis di portare a Mirafiori un secondo modello da produrre.

Il Salone ha evidenziato il fascino del ricordo con la parte classica (nei giardini Reali), zona dedicata anche al design. Tutto bene, ma un po’ di approfondimento non avrebbe guastato: ci si ritrova così l’Automotoclub Storico Italiano con la solita Collezione Bertone (finalmente riportata a Torino presso l’Heritage Hub di Stellantis a Mirafiori). Ci sono poi i grandi designer Giugiaro e Pininfarina: a quest’ultimo è stato dedicata una mostra nel cortile di Palazzo Reale (per ricordare i 100 anni dalla nascita di Sergio). Anche qui, però, cose viste e straviste. Idem con patate per le vetture da rally della Lancia: sicuramente sante, ma sono 4 decenni che le vediamo. In sintesi: vanno bene per la pletora di appassionati, ma alla devozione c’è un limite. Tutti questi pensieri per definire la vera anima del Salone: il ricordo. Oppure, se la vogliamo mettere sul romantico (magari dopo un doppio negroni) il fascino immortale delle grandi creazioni del design italiano. Un po’ come gli alpini quando cantano le loro canzoni ai raduni. Non perché sia brutto il vissuto, ma per celebrare il bello.

Tutto sommato tollerabile mantenere questa parte del salone in quel contesto, ma ci andrebbero più contenuti.Il lato più dolente è sicuramente aver dato in pasto alle lamiere piazza Castello, con stand da fiera della salsiccia (miserelli), un tappetino sotto le vetture comprato in saldo da Leroy Merlin e un colpo d’occhio da fiera della concessionaria (non è un segreto che tante Case sono presenti con gli allestimenti fatti dalle Concessionarie).

Ripetiamolo: in piazza non vi era una vettura fatta a Torino. L’organizzatore ci ha visto lungo e, sapendo la “fame” di grandi eventi del Comune, ha preteso tutto. Meno male che l’inaugurazione di via Roma totalmente pedonale non ha permesso la sfilata insensata di vetture sgasanti che, in passato, hanno rotto ossa e divelto i sanpietrini intorno al Caval’d Brons.

Prima nota: a Milano le vetture (stesso evento di Torino) non sono più esposte in centro ma solo all’autodromo di Monza. Seconda nota: come ci guadagna l’organizzatore a Torino, visto che l’evento è gratis? Nessuno lo scrive, ma pare che il Comune conceda gratis il suolo pubblico e che poi questo venga fatto pagare alle Case dall’organizzatore stesso.

In sintesi: forse sarebbe meglio far approfondire meglio l’argomento salone, dedicando alla tecnologia dell’auto un’apposita parte dello stesso a Mirafiori e una parte “classica” ai giardini Reali. Questo perché a Mirafiori esiste anche l’Heritage Hub di Stellantis, che potrebbe essere aperto al pubblico per l’occasioni: è una straordinaria esposizione di vetture. Ciò potrebbe rientrare in una strategia di valorizzazione dei quartieri suddividendoli a seconda dei loro “talenti” e/o peculiarità, attuando quella strategia policentrica di cui tanto si parla. Nelle piazze auliche, quindi, basta fiera della concessionaria: in queste si parli in modo profondo di architettura, di arte, di storia e di bellezza.

Filippo Zanoni