Il British Museum ha eliminato, nelle scorse settimane, il riferimento esplicito alla Palestina da una serie di mappe esposte nelle gallerie egizie del museo. La decisione è maturata in seguito alla contestazione dell’associazione UK Lawyers for Israel (UKLI), che, come si legge chiaramente dal suo sito ufficiale, ha espresso preoccupazione alla dirigenza museale sull’uso del termine, a suo dire, politicamente orientato.

Le grandi testate italiane, troppo impegnate a contare le medaglie olimpiche o a giudicare le mise sanremesi, pare abbiano lasciato scivolare questa vicenda come altre riguardanti quel piccolo angolo di Asia occidentale, nell’indifferenza o nell’ignoranza deliberata che si traveste da selezione editoriale. Il risultato è il solito: chi non legge il Guardian o riviste culturali (pur italiane, ma di settore), semplicemente non sa.

Parafrasando Kundera, il rumore grandioso della storia palestinese scompare in un silenzio infinito così che non vi è più differenza tra la storia e il silenzio.

Il museo, nella sua accezione moderna, nasce come istituzione epistemica: un luogo dove la realtà viene ordinata, classificata, nominata. Assegnare un nome è un atto tutt’altro che neutro. È un atto di riconoscimento, che implica sempre una scelta su cosa esiste, su cosa merita di essere detto. È qui che cultura e politica si saldano in modo particolarmente visibile. La politica non produce i propri sistemi di legittimazione dal nulla: li eredita, li prende in prestito, li estrae dal sistema culturale di una società. Le categorie attraverso cui si legittima un’azione militare, si definisce un confine, si nega o si concede uno status, sono categorie che la cultura, intesa in senso lato come produzione di senso, dall’accademia ai musei, dall’editoria ai media, ha già precostituito.

Chi controlla il vocabolario, controlla in misura significativa il perimetro del pensabile. Non è una tesi nuova. La ritroviamo in Gramsci, nella riflessione sull’egemonia culturale come precondizione dell’egemonia politica. La ritroviamo in Foucault, nel modo in cui le istituzioni del Sapere organizzano, costruiscono e disciplinano le rappresentazioni del reale. La ritroviamo, più prosaicamente, nella storia del colonialismo, che è sempre cominciato con la ridenominazione: di terre, di popolazioni, di pratiche. Rinominare è sempre stato un gesto di potere.

Ad oggi, in questo deficit di attenzione collettivo, l’assessorato di Vinovo decide di nominare, mostrare, non tacere, portando al Castello Della Rovere «Occupied Territories: stories from the West Bank, Gaza and Lebanon», la mostra che raccoglie oltre dieci anni di lavoro di Fabio Bucciarelli, fotoreporter torinese nei territori segnati dall’occupazione israeliana. Allestita sino al 3 maggio 2026, l’esposizione nasce da un’idea di Lejla Hodžić come trasposizione dell’omonimo libro pubblicato da Dario Cimorelli Editore. Il progetto raccoglie circa un centinaio di scatti e arriva a Vinovo dopo essere stato presentato nel luglio 2025 al WARM Festival di Sarajevo, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati al giornalismo di guerra, e a settembre 2025 a Modena, nella cornice del DIG Festival.

I conflitti armati ci accompagnano ormai da decenni attraverso i telegiornali, entrano nelle nostre case come un rumore di fondo quotidiano; con l’avvento dei social network, le riprese video si sono insinuate nei nostri interstizi di tempo libero, tra un reel e l’altro.

Il lavoro di Bucciarelli riesce ad infondere con intensa veridicità l’intimità dei momenti quotidiani di chi vive nelle zone di guerra. «Un territorio occupato», spiega Fabio Tonacci, giornalista di Repubblica che firma la prefazione al libro, «finisce per essere un conflitto permanente anche nei periodi in cui non si spara, attrito lento che logora lo spirito, che indurisce le espressioni». E in tal contesto, Fabio Bucciarelli non vuole essere un altro occupante: non irrompe bruscamente nella vita delle persone, non cattura qualcosa di già deciso, andandosene poi con rapidità a risultato raggiunto. Nel suo approccio alla fotografia vi è un profondo rispetto per il luogo, per le persone che lo abitano, per il trascorrere del tempo. L’autentica e, talvolta, cruda intimità di una madre e di un fratello al capezzale di un volto scolorito, abbandonato dall’afflato della vita, viene colta con pazienza, attendendo quell’istante fugace in cui i soggetti dimenticano la presenza dell’obbiettivo e tornano ad essere loro stessi.

Alcuni scatti sono stati resi in bianco e nero, altri a lente sfocata, quasi a voler fermare un istante, privandolo delle sue coordinate spazio-temporali, per mostrarcelo nella sua essenza: bambini su una strada scalcinata che imbracciano con naturalezza fucili veri, la loro ordinarietà. Riacquisiscono colore una volta che l’occupazione si fa più violenta, si tramuta in battaglia; le grida, i lamenti, gli spari travalicano il limite della pellicola fotografica e il dolore torna ad essere sincrono alla nostra vita. «[…] ci si domanda», continua ancora Tonacci, «cosa saremmo disposti a fare noi se vivessimo nelle medesime condizioni, in quei tuguri, a quelle regole, in quei recinti dalla geografia illogica. E con chi ce la prenderemmo, quanto saremmo in grado di alzare la voce, quante linee rosse saremmo spinti a oltrepassare».

L’esposizione, che sta già avendo un buon riscontro di pubblico, contribuisce a ridefinire il ruolo stesso del Castello Della Rovere nel tessuto culturale e sociale della città trasformando un edificio rinascimentale in un contenitore di memoria contemporanea. Proprio a tal fine, nelle mattinate di sabato 14 marzo, 28 marzo, 11 aprile e 2 maggio, dalle ore 10 alle ore 12:30, l’accesso in mostra sarà preceduto da una visita guidata del Castello (con prenotazione obbligatoria), inclusa nel biglietto di ingresso.

Il Comune di Vinovo dimostra così che valorizzare un patrimonio architettonico non significa soltanto restaurarlo, ma anche farne un luogo vivo che la comunità non è chiamata solo ad attraversare, ma anche a vivere come spazio di riflessione. La scelta di portare tra queste mura una mostra come «Occupied Territories» dice qualcosa di preciso sulla visione culturale che si vuole incarnare: quella di un luogo che non tace, che non distoglie lo sguardo, che restituisce ai propri cittadini la complessità del mondo che abita.

Jessica Matarrese