Il ritorno de I puritani al Teatro Regio di Torino non è stato solo un appuntamento atteso con il belcanto, ma una vera e propria immersione nel cuore pulsante del romanticismo ottocentesco. In questo nuovo allestimento, l’ultimo capolavoro di Vincenzo Bellini ha ritrovato quella rara sospensione tra rigore storico e astrattismo psicologico, merito di una produzione che ha saputo far dialogare la vertigine vocale con una visione scenica di struggente bellezza.

E proprio la visione scenica ha richiamato alcune righe di un testo della scrittrice Yasmina Reza. Il primo atto inizia con un lungo silenzio, tre minuti o poco più; l’orchestra tace e così i cantanti in scena mentre il pubblico sembra trattenere il respiro in attesa che l’opera conquisti voce.

E in questo tempo sospeso si inserisce la riflessione della scrittrice. Che felicità aver conosciuto il tempo beato della non partecipazione. Un tempo in cui si trattava soltanto di ricevere, in tutta semplicità e in tutta onestà – forse l’atteggiamento più nobile -, un tempo in cui non bisognava esprimersi, dimostrare, essere un sé rumoroso e apparente. Oggi ovunque andiamo, penso, le persone applaudono sull’ultima nota. Nessun silenzio. Non un solo secondo di raccoglimento. Presto, applaudire. Presto, manifestarsi, presto, partecipare, esprimersi, enunciare a squarciagola il proprio importantissimo verdetto”.

Si confà questo testo perché durante la prima stona il troppo applaudire, in continuazione, è sufficiente la fine di un’aria, un piccolo cambio di scena, un accenno di pausa e parte lo scroscio immediato, sregolato, impudente in cima all’ultima nota.

Non che lo spettacolo non meriti, anzi. Il pubblico ha assistito alla consacrazione di un sodalizio artistico ormai collaudato, quello tra il direttore Francesco Lanzillotta e il regista Pierre-Emmanuel Rousseau, capaci di trasformare la vicenda di Elvira e Arturo in un viaggio nelle ombre della mente umana.

La regia di Rousseau, che ha curato con mano sicura anche scene e costumi, si è distinta per una cifra stilistica elegante e intimista. Lungi dal proporre una ricostruzione didascalica della guerra civile inglese, il regista ha scelto di raccontare il logoramento delle certezze: durante i tre atti, le architetture neoclassiche si sono progressivamente trasformate in rovine, mentre i costumi perdevano la loro fiera lucentezza per farsi consumati neri duri e polverosi. Al centro di questo disfacimento visivo è rimasta lei, Elvira, una donna sola circondata da una guarnigione di soldati, la cui ragione vacilla sotto il peso di un amore vissuto come tradimento. Il rosso, simbolo ricorrente della stagione, ha punteggiato la scena come una ferita aperta, rappresentando quella passione che resiste anche quando tutto il resto si sgretola. La scritta Arturo sul muro sopra in lettere scarlatte a rievocare il proprio dramma.

Sul piano musicale, la direzione di Francesco Lanzillotta ha restituito tutta la raffinatezza della partitura belliniana. Il direttore romano ha guidato l’Orchestra e il Coro del Regio — quest’ultimo preparato con la consueta precisione da Gea Garatti Ansini — ricercando un suono trasparente e flessibile, capace di assecondare le celebri, facili, melodie “infinite” di Bellini senza mai perdere la tensione drammatica aiuato dall’altissima qualità del coro del Regio.

Il ritorno di John Osborn nel ruolo di Arturo è stato ben accolto, il tenore statunitense ha confermato una padronanza tecnica, dominando le asperità della scrittura con un’intensità espressiva. Accanto a lui, Gilda Fiume ha dato voce a un’Elvira di cristallo, capace di momenti di estasi e abissi di follia resi con una purezza d’accento ammirevole. La solidità del basso Nicola Ulivieri, pilastro della scuola italiana, ha conferito nobiltà al ruolo di Sir Giorgio, mentre il baritono Simone Del Savio ha tratteggiato un Riccardo di buon vigore vocale, confermando l’alto livello formativo del Conservatorio di Torino da cui proviene.

Nel testo dell’opera scritto da Carlo Pepoli, solo il loro ricongiungimento e l’amnistia proclamata dal vittorioso Cromwell scioglieranno il conflitto, restituendo ai due amanti, Elvira e Arturo, la speranza e la felicità. Ci vorrebe oggi un ricongiugimento alla moderazione dell’applauso, un’amnistia con il richiamo al presto applaudire, un lungo secondo in sospeso, prima di dar plauso con l’applauso.