Giornata storica a Torino. Si sono aperte le celebrazioni del centenario della morte di Piero Gobetti, morto tragicamente il 16 febbraio 1926 a Parigi a soli 25 anni. Torinese, vissuto nella città crepuscolare, della belle Époque, della affascinante industrializzazione ma anche della fine del liberalismo, dell’ascesa del nazionalismo violento e nero del fascismo nella città affascinata nell’enclave della città operaia, dalle sirene del bolscevismo nel biennio rosso.

Tutti in attesa del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, simbolo dell’integrità morale e civile dell’Italia repubblica odierna, senza dimenticare la sua origine e radice cattolico democratica che si innerva in quel popolarismo sturziano oggi ahinoi dimenticato nella dotta e approfondita relazione del professor Zagrebelsky. Dunque, Gobetti cento anni, il Centro studi con il prof. Revelli e l’infaticabile Pietro Polito, Dora Marucco e le impeccabili Marta Vicari e Claudia Bianco e poi gli storici gobettiani, l’intellighenzia torinese, un poco attempata ma agguerrita, presente al teatro Carignano.

Istituzioni rappresentante al livello più alto civile, militare e politico con le relazioni asciutta e prezioso del sindaco di Torino Stefano Lo Russo sull’esempio e il pensiero di Gobetti e larga e arrembante del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio. Gran cerimoniere Stefano Tallia, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, che ha ricordato il Gobetti giornalista ed editore, senza dimenticare il martirio dei cronisti di oggi.

Naturalmente è stata la lectio del prof. Gustavo Zagrebelsky ha farla da padrona. Il costituzionalista, già presidente della Corte, animatore da quindici anni di Biennale Democrazia, erede di quella tradizione azionista dotta e accademica, ha affondato ed esaltato l’opera del fragile ma fortissimo Piero Gobetti, la rivolta morale, il liberalismo eretico, l’autobiografia della nazione e la feroce critica all’Itaglietta pronta ad essere assopita e travolta dal fascismo del cavalliere Mussolini.

Tanti i passaggi e le note, le citazioni degli intellettuali del tempo che entrarono in contatto con Gobetti: Prezzolini e Salvemini, gli irregolari capaci di surfare tra la deriva fascista e i principi del liberalismo post-risorgimentali. Spunti interessanti sulle influenze mazziniane del Gobetti editore e giornalista di Rivoluzione liberale, Energie nuove, il Baretti. E ancora il rapporto e le differenze con Antonio Gramsci e il suo Ordine nuovo. Intellettuale organico il sardo, intellettuale ideale e ispiratore di processi il torinese.

Per Gobetti il liberalismo non è la dottrina dell’equilibrio, né una semplice tecnica di governo – scrive Cannavale- che aggiunge “È, piuttosto, un principio di formazione del cittadino ed un metodo di analisi storico-politica. La libertà non è una condizione assunta, ma una conquista: disciplina, responsabilità, capacità di reggere il conflitto dentro forme pubbliche, producendo istituzioni e caratteri all’altezza della vita civile. In questo senso, la libertà non vive in astratto, ma esiste solo dentro condizioni sociali e politiche concrete. È anche per questo che il liberalismo gobettiano sembra dialogare, per sensibilità e tensione, con le future elaborazioni del socialismo liberale dei Rosselli e del liberal-socialismo di Calogero: la libertà, se vuole essere reale, deve fare i conti con la giustizia e con le disuguaglianze che la rendono sterile”.

Piero Gobetti

Ma in fondo ciò che colpisce è la precocità di una vita, quella di Gobetti e poi il suo amore per Ada e il figlio Paolo che non vedrà crescere. Di quella rivolta morale che sarebbe stata fonte di ispirazione dell’intellettualismo laico e progressista del resto del Novecento. Gobetti nasce a Torino il 19 giugno 1901, l’anno un cui nasce sempre nel capoluogo subalpino un altro grande e oggi santo Pier Giorgio Frassati. Piero frequenta ancora il liceo quando, nel 1918, fonda la rivista “Energie Nove” e a soli 18 anni riceve la proposta di assumere la direzione del periodico l’Unità da Gaetano Salvemini, proposta che però rifiuta. scritto a Giurisprudenza, entra in contatto con l’ambiente dell’”Ordine Nuovo”, collaborando al settimanale diretto da Antonio Gramsci, che stimava. Nel febbraio 1922 esce il primo numero della “Rivoluzione Liberale”, rivista che diventa uno dei centri dell’opposizione al fascismo e l’anno dopo avvia una casa editrice che in poco più di due anni pubblica oltre cento titoli, ospitando firme come quelle di Luigi Einaudi, Francesco Saverio Nitti, Giovanni Amendola, Francesco Ruffini e, tra gli altri, Eugenio Montale, di cui pubblica nel 1925 la raccolta di poesie ‘Ossi di Seppia’.

Tra le opere principali di Gobetti, “La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia” (1924), in cui esplora il suo pensiero e auspica una rivoluzione che possa rigenerare il paese in contrasto allo spirito fascista che si dilagava in quegli anni e che definisce come l’espressione dei mali cronici italiani: pigrizia, conformismo, assenza di spirito critico e infantilismo politico.

Gobetti quello spirito lo subisce sulla propria pelle. Viene aggredito da un gruppo di fascisti e nel gennaio 1925 la sua rivista viene sequestrata e poi soppressa. Dopo nuove intimidazioni sceglie l’esilio e parte per Parigi il 6 febbraio 1926, lasciando sua moglie Ada Prospero – altra figura chiave della Resistenza – e il figlio Paolo, come riportato dalla biografia del Centro Studi Pietro Gobetti. Muore nella notte tra il 15 e il 16 febbraio, a soli 24 anni a causa delle complicazioni dovuti ad una bronchite.

Quell’ultima notte accanto a lui ad assisterlo c’erano Francesco Fausto, Francesco Saverio Nitti e Giuseppe Prezzolini. Dopo la morte, a cura di Santino Caramella, nel 1926 escono i due volumi storici Risorgimento senza eroi, che reca la dedica “A mio figlio Paolo” e Paradosso dello spirito russo. Quel Santino Caramella editorialista della Terza pagina del quotidiano riformista “Il Lavoro” rifugio di riflessioni democratiche fino alla metà degli anni Venti, sotto l’ala del conservatore eretico Giovanni Ansaldo. Insomma, Gobetti è ancora tutto da studiare e approfondire, i gobettiani da analizzare nel loro richiamo al maestro, dipinto e inteso secondo le convenienze. Certo i temi della libertà, della moralità, della concretezza e del pensiero, della visione di una Italia che andasse oltre gli stereotipi e i vizi atavici del suo popolo.

Luca Rolandi