Parlare di Torino è molto facile. Il problema è che, però, può risultare anche molto difficile e, soprattutto, riservare sorprese. È semplice ricordare l’eleganza della città, dei suoi edifici e di chi vi risiede. Ancora più semplice è enfatizzarne la geometria cartesiana della viabilità, il pragmatismo del progetto intorno al quale si è sviluppato l’intero insediamento e la coerenza, anch’essa geometrica, dell’orientazione rispettosa dei punti cardinali, come dimostra la rosa dei venti sul selciato di piazza Castello.
Insomma, una città discreta e razionale, come i suoi abitanti, che sorprende ma non ostenta, mai supponente e, come recita un motto appartenente al codice genetico dei torinesi, ostile alle esagerazioni.
E, tuttavia, questo non basta ancora a definirne l’identità. Il primo rischio in cui incappa chi vuole parlare di Torino è quello di semplificare troppo, omettendone, o ignorandole, le contraddizioni, irrisolte, che la connotano. Questa è la città della nobiltà che ha unito la Nazione, la patria del liberalismo italiano e la sede del miracolo industriale del dopoguerra. Qui, però, si è consumato l’autunno caldo del ’69, si è celebrato il primo processo alle Brigate Rosse e si è subito il declino della più grande tra le industrie italiane. Sempre qui, per molti anni non si è fatto nulla per adeguare il tessuto urbano alla modernità, salvo, poi, cambiarne il volto in occasione delle Olimpiadi.
Torino era una città grigia – dicono i “forestieri” -; Torino, come vediamo, è meta turistica tra le più apprezzate. Da qualche anno, abbiamo la metropolitana e, ultimamente (questa è per palati raffinati) abbiamo anche risolto l’insormontabile problema di piazza Baldissera, archetipo di tutti gli ingorghi.
Torino non è simpatica. Non lo era al Duce, non lo è stata ai governi della prima Repubblica e non lo è neanche oggi. Probabilmente, la città, così come noi, non riesce a scrollarsi quell’immagine sussiegosa, che ha indotto molti a confondere il nostro riserbo con la supponenza, tipica di una nobiltà decaduta refrattaria alle innovazioni. Peccato: qui, di cose e di idee nuove, ne sono nate più d’una, ma ce le siamo fatte scappare. Anzi: more solito, per non venire meno alla nostra way of life, non le abbiamo difese.
Il nostro non è un derby tra due squadre di calcio: è il confronto tra due modi di essere, tra due scelte di vita del tutto inconciliabili, il cinismo bianconero e il cuore granata. Non troverete nulla di simile in nessun’altra città italiana. Al pari di tutti i centri urbani, Torino ha un centro ed una periferia. Fino ai primi anni ’90, la circoscrizione 1 era appannaggio dei liberali, mentre Mirafiori era saldamente in mano alla sinistra. Oggi, in Crocetta vince il PD, in periferia la spunta la destra. Quanto alla carica di sindaco, è opinione diffusa che Torino non sia una città contendibile: niente da fare, salvo una breve parentesi pentastellata, qui vince sempre la sinistra, che veste i panni della moderazione, così tanto graditi da queste parti.
Forse, sarebbe ora di rompere, di dare uno strappo, di cambiare qualche cosa. Di tornare, insomma, a scrivere l’agenda delle idee anche per gli altri.
Dico questo perché, da qualche tempo, ho l’impressione che della nostra connotazione identitaria restino soltanto i palazzi ed il Museo Egizio. Siamo d’accordo sul fatto che, per forza di cose, l’intero mondo galoppa verso l’omologazione. Noi, tuttavia, non dovremmo rinunciare supinamente a ciò che siamo (o siamo stati), limitandoci a difendere il brand dei nostri cibi e del nostro cioccolato. Abbiamo uno stile, una lingua, un modo di rapportarci agli altri che è parte di noi, ma, ancora una volta, non lo difendiamo.
Questo non significa respingere i “forestieri” o assumere posizioni oltranziste: questo è dire ciò che siamo, mettendo da parte un ecumenismo farisaico capace soltanto di produrre solidarietà di facciata, davanti alla quale i santi Bosco e Cottolengo impallidirebbero. Siamo al punto: è ora di smetterla di andare a rimorchio degli altri e di subire in silenzio. Abbiamo perso molte cose e altre – il Salone del libro, le Finals di tennis – le perderemo ancora. Contiamo poco perché non ci facciamo sentire e chi ci rappresenta tace. Non abbiamo il coraggio – vorrei dire: il pudore – di chiedere chi pagherà i danni delle devastazioni a negozi e veicoli ad opera di chi disprezza la democrazia.
Parafrasando un grande uomo mi viene da dire che potevamo scegliere tra il declino e la perdita di identità. Abbiamo scelto il declino; perderemo anche l’identità. Ecco. Non siamo più torinesi. Tutto qui.
Mauro Anetrini

