Amara, disincantata e realistica: è la voce di Domenico Quirico sulla complessità storica e politica del Medio Oriente, come si rivela dalle pagine di “Le quattro Jihad. Lo scontro tra islam e Occidente da Napoleone a Hamas” (Rizzoli, 2025). Il saggio, avvincente come un romanzo, si distingue per una prosa asciutta, immaginifica e meditativa, capace di guidare il lettore in una riflessione profonda sul presente attraverso la lente di un passato molto lungo, in cui cristiani e musulmani si erano affrontati in forme diverse ma equivalenti.
Le crociate e le risposte difensive erano, nella sostanza, jihad reciproche, momenti speculari di un conflitto che ha attraversato i secoli. Quirico – in una presentazione del volume a Torino – osserva che la vera cesura arriva nel 1798 con la spedizione napoleonica in Egitto. “Per la prima volta gli europei occidentali, gli infedeli, sono immensamente più forti. Dispongono di armamenti, di tecniche di combattimento e di un apparato militare che è nettamente superiore a quel mondo immobile che fino ad allora in qualche modo riusciva a contenerli.”
La battaglia delle Piramidi si rivela una vera ecatombe per le truppe arabe e mamelucche, “in due ore, i cavalieri vengono spazzati via, letteralmente, sotto gli occhi inorriditi della popolazione del Cairo dalle mura e dai minareti”.
Altro elemento scioccante, gli avversari non seguono alcuna religione: “figli della Rivoluzione si professano atei, commettendo il peccato più atroce e imperdonabile: che non è credere in un dio sbagliato, bensì non credere in nessun Dio”. Con Napoleone, per la prima volta, avviene lo scontro con la modernità. La modernità è la cifra dell’Occidente ed è considerata da allora come un pericolo mortale.
Ma anche il jihadismo non è immobile. Cambia, si adegua, muta, trova nuovi spazi. Quirico lo ritiene una minaccia radicale per il mondo occidentale, diversa da quella incarnata da leader come Putin, che, pur essendo un tiranno, fa parte del nostro stesso universo di riferimento.

I jihadisti, che operano da territori desertici ma attraversati da vita, traffici e congiure, rappresentano la negazione assoluta dei valori occidentali, senza possibilità di compromesso. Le frange più radicali — non certo l’insieme dei musulmani o del mondo islamico — provengono da ambienti eterogenei: ci sono analfabeti e commercianti, laureati e pastori. Uniti dallo stesso ardore fanatico, costituiscono una minaccia perché ispirano il loro agire alla distruzione della nostra civiltà, puntando a sostituire l’ordine occidentale con un sistema religioso-politico assoluto.
“Quando i francesi arrivarono in Egitto, si accorsero della mancanza di due cose: orologi e pietre miliari, la misura dello spazio e del tempo. Il tempo a quell’epoca era scandito dalle preghiere, che erano fissate in modo approssimativo: quando il sole si levava dietro la montagna, poi quella di mezzogiorno, infine quella del crepuscolo. Lo spazio veniva misurato sulla base dei giorni di viaggio”. Per l’Islam, e non solo per i jahdihisti, l’affermazione del Verbo avverrà, è solo questione di pazienza. “Non lo faremo noi, toccherà ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai pronipoti, l’importante è che quella lotta continui, perché poi voi vi stancherete.”

Che fondamentalisti basino la loro forza sull’attesa strategica, non sulla tecnologia o sulla potenza militare, lo dimostra la vicenda dell’Afghanistan, in cui i talebani hanno aspettato per anni, fino al ritiro delle truppe statunitensi e della coalizione Nato. Se l’idea è che la loro visione del tempo, unita alla fede intransigente, li vedrà alla lunga prevalere, anche nelle tensioni future in Medio Oriente, si può credere nel recente cessate il fuoco volto a porre fine al conflitto a Gaza e a definire un nuovo assetto politico e umanitario per la regione? “Sono antropologicamente pessimista: il mio pessimismo nasce dalle condizioni storiche. Gli estremisti non sanno che farsene della cosiddetta “pace di Trump”.
Da quando è stato firmato l’accordo – constata amaramente il relatore – sono morte centinaia di palestinesi. “Due risultati positivi ci sono stati: il livello di violenza è diminuito e i sequestrati sono tornati a casa. Ma la coesistenza tra i due popoli resta un problema insolubile nelle condizioni attuali.” L’esperienza porta l’ex inviato in zone di conflitto – si ricorda il suo rapimento in Siria nel 2013, durante il quale fu tenuto prigioniero per oltre cinque mesi – a credere che la riconciliazione non sia possibile, stanti una narrazione palestinese fondata sul ricordo costante del trauma del 1948 e quella israeliana arroccata sull’attentato del 7 ottobre. Ci vorrebbe un “miracolo” simile a quello del Sudafrica. “Lì Mandela e de Klerk, due leader straordinari, decisero di azzerare il peso del passato, unica possibilità per costruire una convivenza possibile”. Pur con problemi e violenze ancora presenti, il Sudafrica evitò la guerra civile grazie a quella lungimirante scelta politica e morale.

Quirico si avvia alla conclusione: “Posso usare un’immagine della mitologia greca? Il mito di Orfeo: Orfeo ama Euridice e la vuole riportare nel mondo dei vivi. È poeta e musicista: crea bellezza, incanta il mondo, ma non ha potere sulle leggi ultime dell’esistenza. Così commuove il re degli Inferi, che accetta di restituirgli Euridice, ma a una condizione: durante il cammino verso la luce, Orfeo non dovrà mai voltarsi indietro.
L’uomo inizia la salita, ma il dubbio lo divora: dietro di lui c’ è davvero la donna amata o una sua ombra? E, vinto dalla curiosità umana, Orfeo si volta. Euridice svanisce per sempre. I contendenti da 76 anni vivono intrappolati nello stesso errore: si voltano sempre indietro, al 1948. In quell’anno, proclamata la nascita dello Stato di Israele, l’ultimo ufficiale britannico consegnò simbolicamente le chiavi della città al rappresentante ebreo.
Da allora si è innescata una spirale di violenze che non si è più arrestata.” E i fatti più recenti sembrano, almeno in parte, confermare questo sguardo disincantato.
Anna Scotton

