Torino, Auditorium Giovanni Agnelli – La chiusura della stagione 2025-2026 di Lingotto Musica ha deciso di misurarsi con la complessa architettura sinfonica del capolavoro beethoveniano il Concerto in re maggiore op. 61. Protagonisti della serata la violinista Anne-Sophie Mutter e la Royal Philharmonic Orchestra, guidata dal suo direttore musicale Vasily Petrenko.

L’interpretazione dell’op. 61 offerta dalla Mutter sembra iscriversi oggi in una terza e più matura stagione artistica. Lontana sia dal turgore tardo-romantico della celebre incisione giovanile con Karajan, sia dalla severità introspettiva della successiva registrazione con Masur, la lettura della violinista tedesca ha puntato a una sottrazione espressiva che riduce il gesto all’essenziale, senza tuttavia scivolare nella freddezza. Il suono, sostenuto dallo Stradivari del 1710, è rimasto calibrato e caldissimo, eccellendo soprattutto nei primi due movimenti (l’Allegro ma non troppo e il Larghetto), dilatati nei tempi ma sorretti da una concentrazione ferrea.

L’intesa con Petrenko è apparsa evidente fin dal celebre attacco affidato ai colpi di timpano: il direttore russo ha evitato qualsiasi monumentalità retorica, lasciando respirare la musica con una calma contemplativa e una trasparenza geometrica che ha integrato perfettamente il solismo della Mutter nel tessuto orchestrale.

Anne-Sophie Mutter

Al termine, dopo una calorosa accoglienza, fatta di applausi, fiori omaggiati e pubblico in piedi, la Mutter prendendo tutti un po’ di sorpresa ha preso la parola e prima omaggiato l’Auditorium Agnelli e la sua qualità acustica, raccontando poi di quando i suoi genitori (negli anni della sua gioventù) possedevano la Fiat 500, e la conseguente emozione di suonare nel luogo dove la 500 è nata e veniva fabbricata.

La violinista ha poi proposto come bis Likoo della compositrice iraniana Aftab Darvishi: una pagina per violino solo eseguita con una tensione quasi perturbante, anticipata da un breve e arguto saluto in cui ha ricordato la storicità del luogo.

La seconda parte del concerto ha ridefinito l’atmosfera della sala con la Sinfonia n. 5 in do diesis minore di Gustav Mahler. Opera complessa, definita dalla critica un vero “macrocosmo” di contrasti e ripensamenti strumentali, la Quinta ha trovato in Petrenko un interprete di estrema lucidità geometrica. Il direttore pietroburghese ha governato le macrostrutture mahleriane con mano salda e un gesto analitico, particolarmente efficace nel far emergere i crolli e le repentine implosioni dello Stürmisch bewegt (secondo movimento) e le robuste, talvolta ironiche, movenze da Ländler nello Scherzo.

Vasily Petrenko.

La Royal Philharmonic Orchestra, al suo ritorno al Lingotto dopo quindici anni, ha messo in mostra una sezione ottoni di impeccabile compattezza sin dal livido squillo di tromba che apre la Trauermarsch, e un settore archi capace di densità notevole. L’atteso Adagietto è stato affrontato da Petrenko con una semplicità severa e asciutta, tenendosi a distanza da abbandoni sentimentali o compiacimenti cinematografici.

Il dato più interessante dell’interpretazione è emerso nel conclusivo Rondò-Finale: la complessa architettura fugata è stata restituita con assoluta chiarezza contrappuntistica dalle prime parti della compagine britannica, ma la risoluzione conclusiva orchestrata da Petrenko non ha cercato l’effetto del trionfo liberatorio. La luce finale è apparsa inquieta, faticosamente conquistata e ancora percorsa dalle ombre dei movimenti precedenti. Una lettura febbrile e disincantata, che restituisce appieno la modernità e l’ambiguità della scrittura mahleriana, salutata alla fine da lunghi e convinti applausi da parte del pubblico torinese.