La Galleria d’Arte Moderna di Torino si prepara a cambiare volto con il progetto firmato da MVRDV e Balance Architettura.
Con l’esito del concorso internazionale di progettazione in due fasi (promosso da Fondazione Torino Musei, Compagnia di San Paolo, Città di Torino e Fondazione per l’architettura), il capoluogo piemontese ha svelato il futuro della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea. A vincere la competizione è il raggruppamento guidato dallo studio olandese MVRDV, in sinergia con i torinesi di Balance Architettura insieme a EP&S Group, l’architetto Sonia Beatrice Calzoni e un folto team specialistico, capaci di superare in finale profili internazionali del calibro di Kengo Kuma, Guillermo Vázquez Consuegra e Mario Cucinella.

Il progetto promette una rivoluzione silenziosa ma radicale: si vince sottoterra. L’idea cardine si sviluppa infatti nei livelli ipogei, proponendo un museo aperto, ibrido e modulare, fortemente flessibile e integrato con il tessuto urbano circostante. In superficie, il segno visibile è la cosiddetta “Diagonale di luce”: un percorso pedonale che taglia l’edificio e connette gli spazi pubblici, perforato da una griglia regolare di lucernari che proiettano un’illuminazione zenitale fino ai piani interrati. Una vera e propria importazione di atmosfere nordiche, “luci del nord” pronte a rischiarare la rigida griglia monumentale torinese.
Tuttavia, come spesso accade nelle grandi presentazioni pubbliche dell’architettura contemporanea, l’entusiasmo per il verdetto si scontra con le modalità di comunicazione visiva scelte per l’evento. I rendering diffusi che mostrano la nuova Agorà restituita alla città, le gallerie espositive temporanee descritte come un “organismo vivente“, la sezione permanente 1912-2012 e l’atrio monumentale colpiscono l’occhio, ma lasciano aperti profondi interrogativi tecnici e spaziali.
I render, per loro natura commerciale e comunicativa, tendono a vendere un’atmosfera, un’emozione intangibile: una luce perfetta e quasi eterea, una vegetazione lussureggiante che spunta in punti improbabili, visitatori stilizzati che fluttuano in spazi monumentali privi di ombre reali, spigoli vivi o imperfezioni materiali. Se da un lato queste immagini riescono a trasmettere la vision poetica di MVRDV, dall’altro non permettono affatto di avere idee chiare sul reale funzionamento dell’organismo architettonico. Come si articolano i percorsi verticali? Qual è lo spessore reale dei solai che connettono la superficie alle aree sotterranee? In che modo la Diagonale di luce convive con le strutture preesistenti del complesso museale?

Davanti a questa imponente riscrittura ipogea e superficiale della GAM, emerge una questione più profonda, che tocca l’essenza stessa dell’identità dell’edificio storico (il capolavoro originale di Carlo Bassi e Goffredo Boschetti). Viene da chiedersi fino a che punto un intervento contemporaneo possa spingersi prima di scivolare in quello che Milan Kundera definirebbe un vero e possibile “tradimento”.
Nel suo celebre saggio I testamenti traditi, lo scrittore ceco rifletteva su come la posterità tenda spesso a modificare, censurare o reinterpretare l’eredità spirituale e strutturale di un autore, sia esso un romanziere, un compositore o, per estensione, un architetto, in nome delle mode o delle necessità del proprio tempo. Il “testamento” di Bassi e Boschetti era una precisa partitura geometrica e materica. Intervenirvi introducendo una monumentale “Diagonale di luce” e svuotando il sottosuolo è un atto di audacia che rischia di tradire lo spirito originario per assecondare la retorica contemporanea del museo-piazza flessibile?

Tuttavia, Kundera ci ricorda anche che il contrario del tradimento non è la cieca fedeltà letterale, bensì la comprensione profonda della struttura intima dell’opera. Il vero tradimento della GAM avverrebbe se l’innesto olandese ignorasse la logica costruttiva del vecchio edificio, nascondendone le cicatrici dietro la cosmesi digitale dei pixel. Se il progetto riesce invece a instaurare un dialogo dialettico con il passato. usando la luce nordica non come un’imposizione, ma come un contrappunto alle ombre e ai cementi originari, allora la metamorfosi smette di essere un tradimento e diventa evoluzione. Ma per capirlo, ancora una volta, le immagini commerciali non bastano.

Per comprendere se questo presunto “tradimento” sia in realtà un atto di amorevole e intelligente riscrittura, il rendering si dimostra uno strumento parziale e persino fuorviante. La risposta alle legittime perplessità di cittadini, critici e addetti ai lavori non risiede nei pixel patinati, ma negli elaborati tecnici tradizionali.
È solo attraverso lo studio delle piante che si riesce a decifrare la reale modularità e la flessibilità degli spazi espositivi, capendo dove finisce l’ambiente didattico e dove inizia quello sociale. Sono le sezioni a svelare la vera complessità dello scavo sottoterra, quantificando i rapporti volumetrici, le altezze reali e la penetrazione effettiva della luce zenitale nei sotterranei, lontano dalle esagerazioni luminose dei software di visualizzazione 3D. Infine, sono le mappe e le planimetrie generali a chiarire come questo nuovo “angolo civico” che unisce l’auditorium e il centro civico si cucirà urbanisticamente con i flussi pedonali e viari della Torino esistente.
Il progetto di MVRDV e Balance Architettura ha indubbiamente le carte in regola per proiettare la GAM nel futuro museale europeo. Resta però fermo un monito per la committenza e la critica: per giudicare la buona architettura, valutarne il rispetto della memoria e comprenderne l’impatto sulla città, l’emozione di un rendering d’effetto deve essere sempre il punto di partenza, mai quello di arrivo. La verità di un edificio è altra cosa.

