C’è un’ironia storica nel vedere La bohème di Leoncavallo sul palco del Teatro Regio: è lo stesso teatro in cui il capolavoro di Puccini ebbe la sua prima nel 1896. L’opera del rivale, composta nel 1897 e rappresentata per la prima volta a Venezia, torna così a Torino dopo molti anni di oblio, per la prima volta in epoca moderna. Rientra nel Festival Verismo che apre la stagione 2026/27, con la direzione di Andrea Battistoni e la regia di Francesco Micheli.

Chi arriva con la Bohème pucciniana nelle orecchie deve cambiare prospettiva. Leoncavallo, che scrisse anche il libretto, definì l’opera una commedia lirica. Il tono è più ironico e brillante, più vicino al Murger delle Scènes de la vie de bohème, e il dolore arriva senza sentimentalismo. Cambiano anche le voci: Marcello è tenore e Rodolfo baritono, e Musetta ha un peso drammatico molto maggiore.

Ph Mattia Gaido

Questa vitalità senza compiacimenti ha un’origine biografica. Leoncavallo conosceva davvero la bohème. Nato a Napoli nel 1857, nel 1882 era in Egitto, dove lo portò il lavoro di musicista. Lo scoppio della rivolta e il bombardamento britannico di Alessandria lo costrinsero a fuggire. La tradizione biografica vuole che abbia lasciato il paese travestito da arabo, e il racconto è in parte leggenda, ma la fuga fu reale. Approdò in Francia senza mezzi e a Parigi sopravvisse con lezioni di pianoforte e serate nei café-concert, conoscendo da vicino quella miseria e quella spensieratezza che Murger aveva definito «gaia e terribile». Quando mette in musica la bohème, Leoncavallo parla di un mondo che ha attraversato. Fu un periodo duro, ma gli diede accesso alla compagnia di artisti squattrinati, amori fragili e allegria precaria che avrebbe poi messo in scena. Il successo venne solo anni dopo con Pagliacci (1892), e il confronto con Puccini sulla stessa materia ne fece uno dei grandi duelli dell’opera italiana.

In sala, la risposta al direttore, che imprime alla partitura una vitalità e un ritmo incalzanti, restituendo la passionalità viscerale di una scrittura che non cerca il sentimentalismo, è partecipata e apprezzata. Nei momenti più aspri, tornano gli accenti crudi e la potenza espressiva di Pagliacci. È il Leoncavallo verista, quello che scrive il dolore senza addolcirlo. Ben si accorda la regia di Francesco Micheli che sceglie con intelligenza di valorizzare la natura di «commedia lirica in quattro atti» della prima parte, per poi scivolare con coerenza nel dramma cupo e malinconico del finale. Il passaggio non è mai brusco, e rende il tono dell’opera, che è proprio questo scarto tra festa e lutto.

Ph Mattia Gaido

Il momento più travolgente arriva nel secondo atto: i coristi sono collocati direttamente in sala e avvolgono il pubblico con un suono energico, festoso e coinvolgente durante il celebre Inno della Bohème. L’effetto è di partecipazione fisica, e porta la Parigi dei caffè dentro il teatro. Le scene di Davide Signorini e i costumi di Giada Masi passano con efficacia dalla vivacità goliardica della Parigi bohémienne e dei suoi locali alla gelida intimità della soffitta. Il finale è il momento visivamente più suggestivo: la facciata del palazzo si vela di tende trasparenti e dall’alto cala una natura morta con un teschio, simbolo discreto e potente della morte di Mimì.

Il cast, guidato da voci di spicco, affronta con duttilità una scrittura complessa, che chiede ironia, accoramento e spiccate doti attoriali. Ottimi riscontri raccoglie anche il fitto reticolo dei personaggi di contorno, dall’eccentrico Barbemuche ai vari bohémien, capaci di restituire quell’impasto di giovinezza, miseria, talento e spensieratezza che fa il cuore del romanzo di Murger. Questa Bohème non compete con quella di Puccini, ma la completa. Dove Puccini culla, Leoncavallo graffia, e a Torino, la città che vide nascere il rivale, la sua voce si fa finalmente ascoltare. Le repliche proseguiranno fino al 22 novembre.