E’ morto un monumento della cultura italiana. Un uomo che ha saputo vedere chiaramente la traiettoria del collante nazionale più potente, più identitario, più rappresentativo e rappresentato del Made il Italy. E lo ha salvato, lo ha accompagnato, lo ha valorizzato, come una sorta di coach che ha dato speranza, dignità e futuro al cibo.

Ma facciamo un salto indietro: cinquant’anni fa, una degustazione alla cieca cambiò il mondo del vino, o almeno così l’hanno raccontata gli americani (si sa che quando gli Stati Uniti vincono qualcosa, non si limitano quasi mai a vincerla, ma la trasformano in una narrazione epica, in una sceneggiatura, in un pezzo di mitologia contemporanea).

E anche quella volta il vino non fece eccezione.

Nel 1976, a Parigi, durante una degustazione organizzata dal commerciante britannico Steven Spurrier, alcuni vini californiani vennero messi a confronto con grandi Bordeaux e Borgogna francesi. La giuria era francese e la degustazione era alla cieca. Il risultato fu uno shock, perché i vini americani finirono davanti a quelli francesi. Da lì nacque il celebre “Judgment of Paris”, il Giudizio di Paride, che giocava anche sulla assonanza-scrittura con Paris, la capitale, e Paride, che in inglese si scrive allo stesso modo. Il Giudizio di Paride riguarda il “pomo della discordia”, una mela d’oro destinata alla più bella tra le dee. Secondo l’Iliade, per risolvere la disputa tra Era, Atena e Afrodite, Zeus affida il giudizio al giovane principe troiano Paride. Le dee offrono diversi doni, ma Paride sceglie Afrodite, la quale gli promette in sposa Elena, considerata la donna più bella del mondo. Motivo scatenante della guerra di Troia.

E da lì partì anche il racconto hollywoodiano della “California che sconfigge l’aristocrazia europea”. Cannoni puntati contro la Francia, orgoglio nazionale, rivincita del Nuovo Mondo, democratizzazione del gusto. Tutto molto americano. Tutto molto cinematografico. Ma il punto interessante, forse, non era davvero la vittoria americana. Il vero terremoto culturale era un altro: quella degustazione demolì l’idea che autorevolezza, gerarchia e reputazione bastassero da sole. Quella degustazione introdusse il principio che “il gusto” potesse sfuggire al sistema simbolico del vino. E aprì la strada al vino globale contemporaneo.

In altre parole: il vino iniziava lentamente a uscire dalla nobiltà per entrare nel mercato.

Ed è qui che la storia diventa interessante: mentre gli americani costruivano il racconto della performance, dell’efficienza e della competizione globale, in Italia stava nascendo qualcosa di completamente diverso. Non una controffensiva tecnica, ma una controffensiva culturale. E il suo nome era Carlo Petrini.

Prima di Petrini il cibo “alto” era soprattutto gastronomia, tecnica, ristorazione, élite. Il territorio era folklore o marketing turistico, il contadino era invisibile, la biodiversità era roba da specialisti. Dopo Petrini, il concetto “buono, pulito e giusto” è diventato un paradigma globale, il cibo è diventato un fatto politico e culturale, il produttore artigiano ha acquisito dignità narrativa, e termini come filiera, biodiversità, presidio, sovranità alimentare sono entrati nel linguaggio comune. Slow Food non fu semplicemente un’associazione gastronomica, ma un cambio di grammatica.

Mentre il mondo accelerava Petrini parlava di lentezza. Mentre arrivava la standardizzazione globale, lui parlava di biodiversità. Mentre il cibo diventava industria, lui riportava al centro il produttore, il territorio, il gesto agricolo. E bisogna riconoscere che ha avuto una visione enorme, capendo prima di molti altri che il cibo non sarebbe più stato soltanto nutrizione o lusso, ma identità, cultura, politica, relazione, appartenenza.

Carlin Petrini (tutto insieme, magari tutto attaccato, come Pininfarina = Pinin Farina) ha trasformato il contadino in figura culturale, ha dato dignità internazionale a prodotti che il mercato considerava marginali, ha costruito una nuova estetica del gusto italiano. Ma sarebbe troppo semplice fermarsi all’agiografia, perché Slow Food ha avuto anche effetti collaterali culturali, e alcuni molto potenti. Ad esempio ha contribuito a trasformare il cibo in capitale simbolico, ha elevato il linguaggio gastronomico fino a renderlo, a volte, identitario e quasi liturgico, e ha aiutato il vino artigianale e territoriale, (Però indirettamente ha anche favorito quella deriva da “vino da spiegare” che oggi molti iniziano a percepire come distante).

E qui arriva la parte interessante del mio osservatorio sul vino, che pare stia vivendo una crisi profondissima. Petrini ha avuto una visione gigantesca che però nasceva dentro un’epoca in cui lentezza, profondità, ritualità, competenza e territorialità erano ancora valori socialmente aspirazionali.

Oggi invece molta di quella grammatica culturale è entrata in crisi insieme al tempo disponibile, ai consumi quotidiani e alla convivialità tradizionale, ed è qui che il vino si trova davanti a un passaggio storico delicatissimo. Perché per decenni il vino europeo ha costruito il proprio prestigio sulla competenza, sulla gerarchia, sulla ritualità e sulla narrazione del territorio. Tutte cose che avevano perfettamente senso nel mondo novecentesco. Ma il Novecento è finito.

Carli Petrini © Marcello Marengo

Oggi il pubblico vive in modo diverso, mangia diversamente, socializza diversamente, ha meno tempo, meno rituali condivisi, più attenzione salutistica, più individualismo, più fluidità culturale. Quindi il punto non è più soltanto “come difendere il vino”, ma anzi bisogna chiedersi: che forma può avere il vino dentro la nuova grammatica della vita contemporanea? Siamo forse ancorati al criterio di “scegliere” tra la Francia e la California, tra il terroir e il marketing, tra Slow Food e il consumo veloce, senza esserci resi conto che il vino, negli ultimi cinquant’anni, ha cambiato religione più volte. E oggi, probabilmente, è entrato in una nuova fase, in cui non basta più essere importante ma deve tornare ad essere desiderabile. Serve un nuovo passaggio culturale. Bosigna capire che non si mangia più come prima e non si beve più come una volta. Capito quello, si possono fare tutte le strategie per fottere la concorrenza.

Pier Marco Tripaldi