È successo, alla fine. Quel timbro l’hanno messo. L’UNESCO ha detto sì, la cucina italiana è patrimonio immateriale dell’umanità.

Ora, fermi tutti. Respirare.

Perché lo so cosa state pensando. State pensando che abbiamo vinto. State pensando che finalmente c’è un pezzo di carta che dice, nero su bianco, che gli spaghetti al pomodoro sono meglio del sushi, che la carbonara batte il foie gras, che siamo i più bravi, i più buoni, i primi della classe. Toglietevelo dalla testa. Non è andata così. Non è una gara. Non c’è un podio.

Se pensate che questo riconoscimento serva a dire che cuciniamo meglio dei francesi o dei peruviani, non avete capito nulla del gioco. Ci sono cucine, nel mondo, di una complessità vertiginosa, tecniche che noi nemmeno immaginiamo, sapori che esplodono con un’esattezza che fa quasi paura. Non è lì che abbiamo vinto. Non hanno premiato il cosa. Hanno premiato il come.

Hanno premiato quel gesto, antico e sbadato, con cui ci sediamo a tavola e il mondo, improvvisamente, smette di fare rumore. Hanno premiato il fatto che per noi mangiare non è nutrirsi, è accadere. È un modo di stare al mondo. È la grammatica elementare con cui ci diciamo “ti voglio bene” o “facciamo pace” o semplicemente “sono qui“. È patrimonio immateriale non perché è una ricetta segreta, ma perché è un fantasma: aleggia tra le sedie, nel tintinnio delle posate, nel sugo che macchia la camicia bianca della domenica. È cultura, non gastronomia. È il rito tribale di un popolo che ha deciso di salvare la propria anima impastando farina e acqua.

È bellissimo. Davvero. Ma c’è un però. Un “però” grande come una casa. Se questa cucina è patrimonio dell’umanità, se è la nostra cultura profonda, la nostra lingua madre… allora qualcuno mi deve spiegare perché sta diventando un lusso per pochi eletti. Guardatevi in giro. Entrate in un ristorante, oggi. Uno qualsiasi, non per forza quello con le stelle appuntate sul petto come generali russi. Guardate i menu. Guardate i prezzi.

È successo qualcosa di storto. Abbiamo preso una cosa che era di tutti, nata dalla terra, dalla povertà, dall’ingegno di chi non aveva nulla – la cucina italiana è questo, è il miracolo del nulla che diventa tutto – e l’abbiamo trasformata in un’esclusiva. Abbiamo eretto muri di prezzi ingiustificati. Abbiamo pompato i listini come se ogni piatto di pasta fosse un’opera di ingegneria aerospaziale.

C’è questa idea folle che per mangiare bene, oggi, serva un mutuo. Che la qualità debba per forza costare come l’oro. Abbiamo confuso il valore con il prezzo. E così, tradendo la nostra stessa storia, stiamo rendendo la cucina italiana una cittadella chiusa, inaccessibile, aristocratica nel senso peggiore del termine. Ecco il salto che dobbiamo fare. Adesso. Se vogliamo onorare quel timbro dell’UNESCO, dobbiamo smetterla di speculare sulla nostalgia. I ristoratori devono avere il coraggio di una rivoluzione copernicana: tornare all’accessibilità. Contenere i costi. Smettere di farci pagare l’atmosfera, il design, o l’ego dello chef, e ricominciare a farci pagare il cibo. Il giusto.

La cucina italiana è diventata patrimonio dell’umanità perché era popolare. Democratica. Se le togliete questo, se le togliete la possibilità di essere mangiata da chiunque, ovunque, senza la paura del conto finale, le togliete l’anima. Le togliete l’unica cosa che la rendeva magica. Diventa un pezzo da museo. Bellissimo, intoccabile, morto.

L’UNESCO ha detto che siamo un patrimonio vivo. Vogliamo dimostrarlo? Abbassiamo i ponti levatoi. Torniamo a cucinare per la gente, non per i critici. Facciamo scendere quei prezzi dalla stratosfera e riportiamoli sulla terra, lì dove crescono i pomodori, lì dove la gente ha fame, lì dove la cucina italiana è nata. Altrimenti quel riconoscimento sarà solo una bellissima etichetta su un barattolo vuoto.

Mario Antonaci