C’è qualcosa di profondamente ironico — e forse inevitabilmente umano — nell’idea di affidare a milioni di cittadini un giudizio ponderato su questioni che richiederebbero, per essere comprese davvero, anni di studio, pratica e, soprattutto, una certa dimestichezza con quel linguaggio iniziatico che è il diritto.
Il referendum sulla magistratura, in questo senso, è un piccolo capolavoro di filosofia politica applicata: una celebrazione della sovranità popolare che, allo stesso tempo, ne mette a nudo i limiti con una sincerità quasi brutale.
Perché, diciamolo senza troppe cerimonie: la maggior parte dei cittadini, compreso chi scrive, non ha — e difficilmente può avere — una cognizione di causa adeguata per esprimersi su temi come la separazione delle carriere, le valutazioni di professionalità dei magistrati o il funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura. Non per ignoranza colpevole, ma per una semplice questione di economia esistenziale: la vita è breve, e il diritto amministrativo è lungo.
A rendere il quadro ancora più paradossale contribuisce una certa scelta della politica, che, non volendo o non riuscendo a discutere fino in fondo la riforma nelle sedi proprie, finisce per gettarla — con una punta di elegante cinismo — sul corpus vile dei cittadini. Come se la complessità potesse essere risolta per referendum, e come se la delega alla sovranità popolare non fosse, in questo caso, anche una forma di abdicazione alla responsabilità.
La democrazia moderna si regge su una finzione nobile: che ogni cittadino, posto davanti a una scelta, sia in grado di deliberare razionalmente nell’interesse collettivo. È una finzione necessaria, perché l’alternativa sarebbe l’aristocrazia del sapere, che suona sempre bene finché non si decide chi sono gli aristocratici.
Eppure, nel caso dei referendum tecnici, questa finzione si incrina. Il cittadino medio si trova davanti a un quesito che sembra scritto da un notaio in una giornata particolarmente vendicativa, e deve decidere se votare “sì” o “no” basandosi su un titolo letto di sfuggita, su una discussione a cena con amici altrettanto confusi, su un post indignato sui social o, nei casi più virtuosi, su un articolo che riesce comunque a semplificare ciò che semplice non è.
Il risultato è che la decisione, lungi dall’essere “informata”, diventa spesso un atto di fiducia: verso un partito, un’opinione dominante, o semplicemente verso l’istinto del momento.
Qui emerge il paradosso: chiediamo partecipazione su temi che scoraggiano la comprensione. È un po’ come invitare qualcuno a esprimere un giudizio su una sinfonia dopo avergli fatto ascoltare solo l’accordatura degli strumenti. Tecnicamente ha partecipato all’esperienza musicale, ma difficilmente potrà dire qualcosa di significativo su ciò che non ha realmente potuto afferrare.
E tuttavia, escludere i cittadini sarebbe ancora più problematico. La democrazia, infatti, non è un sistema progettato per massimizzare la competenza, ma per distribuire il potere. Anche a costo di distribuirlo in modo imperfetto.
Quando la comprensione tecnica viene meno, subentra spesso una scorciatoia morale. Il cittadino non valuta il contenuto del quesito, ma ciò che quel quesito “rappresenta” simbolicamente: più controllo sembra bene, meno privilegi suona giusto, qualcosa che si chiama “riforma” appare automaticamente desiderabile. Il problema è che queste categorie morali, pur legittime, non coincidono necessariamente con gli effetti reali delle norme.
Così si finisce per votare non su ciò che è, ma su ciò che sembra.
E qui l’ironia si fa quasi socratica: il sistema che celebra la volontà popolare finisce per chiedere al popolo un atto che assomiglia molto a un’opinione senza conoscenza. Ma, a differenza di Socrate, la democrazia non beve cicuta per questo. Va avanti. Imperfetta, rumorosa, contraddittoria.
Forse perché, in fondo, la questione non è se i cittadini siano in grado di votare sempre con cognizione di causa. La questione è se esista un sistema migliore che, pur garantendo maggiore competenza, non sacrifichi qualcosa di ancora più prezioso: la possibilità, per ciascuno, di dire comunque la propria.
E allora il referendum sulla magistratura diventa ciò che davvero è: non una prova di conoscenza collettiva, ma un esercizio di fiducia reciproca. Fragile, discutibile, ma — almeno per ora — insostituibile.

