Gentile Signor Sindaco, oggi la sociologia parla spesso di “crisi delle identità collettive”. C’è chi ritiene che l’identità locale sia un concetto ormai superato, persino rischioso perché escludente, e chi invece la rivendica come un’àncora psicologica indispensabile contro lo smarrimento globale. In questo scenario, l’idea stessa di una “identità torinese” possiede ancora una valenza reale e una necessità per i suoi cittadini, o rischia di essere un’operazione nostalgica? Se ha ancora senso parlarne, come si progetta un’identità cittadina che sia una “piattaforma” aperta e non un “recinto” che esclude?
Torino è una città con un forte senso di identità e di appartenenza, a partire dai quartieri, come abbiamo avuto modo di riscontrare nel lavoro di ascolto del territorio propedeutico alla redazione del nuovo piano regolatore. I cittadini si riconoscono anzitutto nel proprio quartiere, nei suoi luoghi, nelle relazioni e nei servizi che lo rendono una comunità. Questo orgoglio di essere torinesi, il senso di appartenenza alla comunità cittadina, credo vada coltivato e rafforzato.
La nostra è una città che ha saputo unire tradizione e innovazione anche grazie a quella che rappresenta una delle sue maggiori ricchezze, ovvero il capitale umano. La chiave del suo successo è ed è stata la capacità di fare squadra. Comune, università, fondazioni, imprese, organizzazioni sindacali, corpi intermedi, terzo settore, associazioni e istituzioni hanno contribuito alla costruzione di una traiettoria comune fatta di persone che condividono una visione della città. Una città cresce quando la sua strategia coinvolge tanto i grandi attori istituzionali ed economici quanto i lavoratori, le comunità locali e le reti civiche presenti nei quartieri. Io credo che il punto di partenza stia proprio qui.
Torino sta compiendo una complessa transizione da “città dell’automobile e della manifattura” a “città della cultura, dei grandi eventi e dei servizi”. Da un punto di vista sociologico, questo passaggio rischia di tradursi in una perdita di ancoraggio identitario per le classi lavoratrici storiche. Come si può evitare che la nuova Torino “immateriale” dimentichi la concretezza sociale della sua anima operaia? Qual è oggi l’equivalente spirituale e sociale della “fabbrica” come luogo di coesione e riconoscimento collettivo?
Torino affronta difficoltà reali: la crisi dell’automotive, il calo demografico, le nuove povertà e le disuguaglianze tra i quartieri richiedono risposte forti e continuative. Questa parte della realtà va riconosciuta e affrontata apertamente. Allo stesso tempo, un racconto concentrato esclusivamente sulla crisi offre un’immagine parziale della città. Non credo nella narrazione che contrappone le diverse anime di una città, come se una dovesse escludere l’altra. Torino è unica, proprio per la sua capacità di tenere insieme la vocazione manifatturiera, che è parte integrante della sua storia e del suo presente, lo sguardo al futuro, come luogo d’innovazione e modello per la transizione ecologica, l’attrattività sempre più forte come città universitaria, culturale, dei grandi eventi. Sono numerose anche le realtà che raccontano una traiettoria di crescita. Il settore aerospaziale registra uno sviluppo importante, Reply consolida e amplia la propria presenza e diverse aziende, appartenenti a settori differenti, scelgono Torino. Penso, ad esempio, a MSC, che ha deciso di localizzare qui il proprio centro dedicato alla sicurezza navale. È una scelta significativa per una città senza mare e dimostra quanto siano apprezzate le competenze tecnologiche e ingegneristiche presenti sul territorio. Torino mette a disposizione grandi competenze, anche nel settore dell’automotive, da cui occorre ripartire.

Il filosofo Henri Lefebvre parlava del “diritto alla città” come possibilità di riscrittura attiva dei propri spazi da parte degli abitanti. Oggi Torino vive forti polarizzazioni tra un centro monumentale sempre più orientato al consumo e periferie (penso a Barriera di Milano, Aurora o Porta Palazzo) che ridefiniscono continuamente la loro multiculturalità. Qual è la sua visione per una reale “democrazia dello spazio“? Come si impedisce che la rigenerazione urbana diventi mera gentrificazione che sposta il disagio sociale altrove?
In un quadro generale, se guardiamo ad altre grandi città, vediamo che il ceto medio fatica sempre di più. Torino resta una città dove è ancora possibile acquistare una casa, far studiare i figli in università di alto livello e costruire un progetto di vita. Sempre più persone la scelgono per studiare, vivere e lavorare. Questa accessibilità è un patrimonio da proteggere attraverso politiche per la casa, servizi pubblici efficienti, mobilità, welfare e qualità del lavoro in tutti i quartieri. Le città sono per loro natura organismi viventi in continuo mutamento e dobbiamo saper governare questo cambiamento, promuovendo non solo le trasformazioni urbane ma anche innovazione e inclusione sociale. Dobbiamo partire dal presupposto anche qui che gli obiettivi strategici non sono affatto in contrasto: l’attrattività internazionale di Torino per turisti e studenti universitari è un pilastro fondamentale della sua economia e dell’identità che sta costruendo, ma ciò deve essere riconciliato in modo intelligente e innovativo con la necessità di renderla attrattiva anche per i giovani che vogliano viverci e lavorarci stabilmente, a fronte di un calo demografico e di un invecchiamento della popolazione crescenti. Come amministrazione abbiamo investito in rigenerazione urbana nelle periferie, da nord a sud, oltre 300milioni di euro, l’equivalente di quanto fu speso in infrastrutture per le Olimpiadi di Torino 2006, consapevoli che una città cresce se cresce tutta insieme, a partire dai luoghi che più chiedono attenzione. Certamente diseguaglianze e criticità esistono e vanno affrontate con risposte concrete e investimenti nella formazione, nel buon lavoro e nell’abitare, sostenendo le scuole e i quartieri, prevenendo e governando le tensioni che possono emergere e contrastando ogni forma di sfruttamento verso chi è più fragile.

Per quasi un secolo, essere torinesi ha significato definirsi attraverso il proprio lavoro. Oggi, nell’era della gig economy, dell’intelligenza artificiale e della precarietà, quel legame si è spezzato. Se il lavoro non è più il principale collante sociale e generatore di identità per i giovani torinesi, attorno a quale nuova “promessa collettiva” possiamo ricostruire il senso di cittadinanza e di appartenenza a Torino?
La cultura del lavoro, dei saperi e del saper fare, è parte integrante del dna della nostra città, lo abbiamo visto chiaramente nel lavoro che ha condotto all’individuazione del nuovo city brand. È ancora così. Se guardiamo al mondo dell’alta formazione, l’Università degli Studi dal 1404 si connota come una delle più poliedriche d’Europa, il Politecnico continua ad attrarre talenti da tutta Italia e dall’estero. Dobbiamo continuare a investire, come istituzioni, affinché questa attrattività diventi sempre più un elemento distintivo della nostra identità e della nostra capacità competitiva a livello nazionale e internazionale e perché chi sceglie di venire a studiare a Torino possa trovare le condizioni per costruire qui il proprio futuro. Ma è anche del tutto naturale che non tutti coloro che si laureano a Torino decidano poi di vivere e lavorare nella nostra città, così come avviene nelle grandi città universitarie del mondo, dove i percorsi di studio rappresentano spesso l’inizio di esperienze professionali e di vita che si sviluppano anche altrove. Il legame però resta: ogni studentessa e ogni studente che si forma a Torino rappresenta un ambasciatore della città nel mondo e contribuisce a rafforzare una rete internazionale di relazioni, competenze e opportunità che genera valore anche per il nostro territorio. La sfida è continuare ad attrarre talenti, offrire loro percorsi di crescita e creare le condizioni perché possano scegliere liberamente se costruire qui il proprio futuro o portare nel mondo il valore dell’esperienza torinese.

