Al Museo Nazionale del Cinema di Torino arriva una mostra dedicata a Orson Welles, figura monumentale del Novecento, regista, attore e narratore capace di lasciare un’impronta indelebile nella storia del cinema. Un percorso che ripercorre la sua carriera, da Quarto potere fino alle opere più mature, tra materiali d’archivio, fotografie e documenti che restituiscono tutta la complessità di un artista fuori scala. Ne si ha la più chiara percezione salendo la scala a chiocciola che si snoda sulle pareti del museo dove alle pareti è allestita questa esposizione celebrativa, curiosa, accurata; dove macchina da presa e macchina del tempo si fondono sul quell’astuto gigante di Orson Welles.

Ma più ancora delle pellicole, delle sceneggiature e delle voci registrate, c’è un dettaglio che colpisce e attraversa quasi ogni immagine esposta: il sigaro. Welles lo tiene tra le dita, lo stringe tra le labbra, lo usa quasi come un’estensione del proprio personaggio. Non è solo un vezzo estetico, ma un segno distintivo, un elemento scenico che contribuisce a costruire quella figura ingombrante e magnetica che il pubblico ha imparato a riconoscere.

Guardando quelle fotografie, viene naturale pensare a quanto fosse diverso il mondo in cui Welles viveva e lavorava. Un’epoca in cui si fumava ovunque: sui set cinematografici, negli studi radiofonici, nei teatri, nei taxi, nei ristoranti, persino negli uffici. Il fumo faceva parte dell’immaginario, della socialità, del linguaggio visivo. Era un gesto quotidiano, quasi invisibile nella sua normalità.

Oggi, quelle immagini assumono un sapore diverso. Non solo per la distanza storica, ma perché raccontano un rapporto con il corpo, con il rischio e con la libertà personale che appare lontanissimo. Il sigaro di Welles diventa così anche un simbolo di un tempo meno regolato, meno attento — o meno ossessionato — dalla salute.

Senza indulgere nella nostalgia facile, la mostra suggerisce però una riflessione più sottile. Nel tentativo contemporaneo di eliminare ogni rischio, di normare ogni comportamento, qualcosa si è forse perso lungo la strada. Quel margine di imperfezione, di eccesso, perfino di contraddizione che apparteneva a figure come Welles e che contribuiva, nel bene e nel male, alla loro grandezza.

Chissà se qualcuno rimpiange quelle sale fumose e non osa dirlo. Ma osservando quelle immagini, viene da chiedersi se questo presente così attento, così corretto, così “in salute”, stia rendendo meno sano altro, smussando e diminuendo alcuni tratti dell’esperienza umana. Se, nell’illusione di anestetizzare e proteggere da ogni pericolo i luoghi chiusi, non ci si dimentichi di osservare meglio quelli aperti ai pericoli della follia umana, alle guerre inique, alle armi, ai disastri del potere mal affidato.

La mostra torinese non dà e non deve dare risposte a queste oziose considerazioni e non permette nemmeno di fumare all’interno della Mole. Ma tra un fotogramma e un ritratto, tra un copione e un primo piano, lascia emergere l’idea che il cinema, come la vita, è fatto di luci e ombre, di grandezze e di eccessi. E che, a volte, basta un sigaro acceso per raccontare un intero mondo.

Pier Sorel