Ifigenia e la violenza di genere
La figura mitologica di questa donna-bambina immolata alla dea Artemide (si parla di sacrificio impuro) e assassinata dal padre-padrone Agamennone rivive tutt’oggi in ogni donna oltraggiata, violentata e uccisa. La violenza di genere non si arresta. E i personaggi mitologici della tragedia greca non bastano per rimarcare e ricordare i danni esistenziali, morali o psicologici subiti da chi non può difendere la propria vita e la propria dignità.
Tutti gli abusi sulle donne denotano una carenza di umanità, si identificano con un degrado crescente della società civile. Sono un pericolo costante per la stabilità politico-sociale e un attentato alla sicurezza. Non ci sono attenuanti, perché le lacerazioni, sia personali che collettive, sono profonde. E le persone perbene ne sono consapevoli. Sono consapevoli che la voce di pochi non è la voce di tutti, che Ifigenia eternamente sarà una vittima sacrificale.
La sua è una non voce, la cessazione del diritto di esistere, di ribellarsi, di riaffermare che la sacralità della sua vita non si tocca, di ribadire che essere figlia è un dono, essere moglie è una ricchezza, essere madre è un diritto.

Vincono, però, gli stereotipi che ostacolano la formazione di una società paritaria e vincono anche figure identitarie tenaci che esprimono dissenso, ma non sono risolutive e positive. Donne come le eroine greche Clitemnestra e Medea si ribellano e rivendicano con l’astuzia e l’inganno il loro ruolo familiare e sociale. Ma, ahimè, non sono un modello esemplare e solido. Clitemnestra, infatti, verrà manipolata, isolata e uccisa. Medea sarà abbandonata e vivrà di rancori, rimorsi e solitudine. A volte si è portati a lodare un atteggiamento del genere, perché diventa quasi una rivalsa, ma in realtà spesso denota una condanna. Le loro azioni violente e sanguinarie hanno generato altra violenza, la loro punizione ha ostacolato la loro redenzione. Il loro agire è un non agire, è il ribaltamento della giustizia, è la non giustizia. Clitemnestra e Medea saranno condannate per sempre.
Ma Ifigenia va salvata. E’ vero, non possiede una propria identità femminile, perché non le è stato consentito di scegliere il proprio destino, di difendere la propria vita ma, nonostante la sua fragilità, il suo personaggio rimane irreprensibile. Spesso la donna-vittima di oggi, purtroppo, non sa sottrarsi al dominio di un uomo squilibrato, incapace di controllarsi, oppresso a sua volta dalla sua ambivalenza, intolleranza, violenza o prevaricazione. Ma Ifigenia è Ifigenia.
Ifigenia deve diventare il punto di partenza della rivalsa di ogni donna violata, che può essere consapevole di potersi ribellare, di potersi difendere. Solo così la giustizia non sarà sovvertita e il carnefice cesserà di sovrastare. La spada di Damocle prima o poi lo colpirà. La donna non è sola, la donna lo deve sapere. E lo Stato si deve impegnare a difenderla meglio. Lo Stato c’è, ma perché aumentano i femminicidi? Perché è difficile contrastare, limitare o debellare questo fenomeno violento e inarrestabile?
Come reagire? Come riscattarsi? Ogni donna che subisce violenza lo sa.
Deve ritrovare e recuperare la propria libertà, non colpevolizzarsi, non rassegnarsi ad una situazione assurda. Deve denunciare. Lasciarsi andare vuol dire non voler sperare, vuol dire già morire. Ogni azione in difesa delle donne è già una vittoria. E ognuno, singolarmente, dovrebbe avere il coraggio di parlare, di tutelare le donne e gli orfani, vittime anche loro della violenza di genere. Solo così Ifigenia verrà vendicata.
Parlare della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è difficile. Ma non parlarne è irriverente.
Maria Giovanna Iannizzi

