Un filosofo, un politologo, un rivoluzionario: il racconto postumo di Antonio Negri arriva al pubblico attraverso il film Toni, mio padre, diretto dalla figlia Anna Negri. Mentre in tutta Italia il documentario viene proiettato per tre giornate (10, 11 e 12 novembre), Torino, città operaia per antonomasia, si concede una sola proiezione. Un’occasione mancata, forse, per una città che tanto deve a uno dei periodi più turbolenti della storia della Prima Repubblica.

Oltre alla fondazione di Potere Operaio e a un’intensa attività accademica, la vita di Negri è segnata da lunghe e tormentate vicende giudiziarie: ingiustamente accusato di essere il capo delle Brigate Rosse, incarcerato e dopo dieci anni prosciolto. Toni, mio padre racconta tutto questo, ma non si ferma alla cronaca. È un film a doppio respiro, in cui la dimensione politica del secondo Novecento italiano si intreccia con il rapporto intimo e irrisolto tra padre e figlia.

Toni Negri con la figlia Anna

I tumulti degli anni ’70 si fondono con il presente veneziano in una delicata alternanza di racconti autobiografici, filmati d’archivio e fotografie in bianco e nero. A sorprendere non è tanto la storia pubblica di Toni, quanto il coraggio di Anna nel mostrare le crepe private di una famiglia travolta da un’eredità troppo grande. Il suo sguardo non concede indulgenze: mette a nudo le fragilità di un padre che, pur guidato dagli ideali di lotta e solidarietà, non ha saputo combattere per la propria famiglia. È proprio Anna a condurre il padre, ora consapevole e rammaricato, ad assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie scelte: “Per avere una vita normale io avrei dovuto abiurare te, mio padre, invece ho scelto di fuggire in esilio”. La figlia si sfoga con un tale rancore e una tale rabbia repressa che sembrano lontani dall’essere sopiti.

Infine, all’interno del documentario non poteva mancare il riferimento alla filosofia. Negri trova nell’Etica di Spinoza la chiave per sopravvivere alla prigionia. Egli arriva addirittura a politicizzare il testo spinoziano: il conatus, la tensione vitale, si fa cupiditas, passione gioiosa del vivere in comunità, contrapposta alla tristezza dell’individualismo. È questa elaborazione teorica a permettergli di mantenere la libertà intellettuale anche nei momenti più duri della detenzione.

Il rumore dei tasti della macchina da scrivere apre e chiude il film: è il suono della parola come esercizio di verità, e non di vuoto abbellimento. Toni, mio padre, un tentativo ben riuscito di ricongiungimento tra Storia italiana e storia familiare. Un prodotto di nicchia che avrebbe invece meritato una diffusione più importante, dato il valore storico e culturale che porta con sé.

Gaia Bertotti