Nei giorni scorsi si è avuta la conferma che è partito il progetto di una candidatura italiana del famoso e ormai passato triangolo industriale Genova Milano e Torino. Le tre città dovranno già a livello nazionale contendere lo scettro di eventuale candidate di una Olimpiade estiva diffusa a Roma ancora bruciata per il 2024.

Qualche considerazione va fatta al netto dell’entusiasmo e la volontà di sognare una nuova olimpiade nel 2036 a Milano dopo le recentissime e quasi trent’anni dopo a Torino mentre sarebbe una novità assoluta per Genova.  Il tema è impegnativo e molto delicato.

Oggi i Giochi Olimpici estivi e invernali sono un progetto molto complesso, costoso, che sicuramente ha ricadute benefiche anche di lungo periodo (vedi l’esempio di Torino 2006) ma anche, forse troppe criticità e punti interrogativi inevasi, sul post Giochi perché sappiamo molto bene la strutturale difficoltà del territorio in questione, l’ex triangolo industriale, con le sue differenze e velocità.

Se Milano ha vissuto con distrazione e anche qualche disagio l’edizione invernale del 2026, della quale hanno sicuramente beneficiato le valli lombarde, venete e trentine, già consolidate nel loro strutturato turismo sportivo della neve, per Torino vent’anni fa le Olimpiadi sono state il motore di un cambiamento profondo che ha portato benefici ma anche domande importanti sulla reale e concreta vocazione della città. Genova è un caso a parte. Città di mare, popolazione molto anziana, il porto come risorsa primaria e una vocazione turistica e mercantile, commerciale e alla ricerca di un futuro più legato alla pianura con il Terzo valico, la gronda e il legame con Piemonte e Lombardia.

Dunque, tornando ai Giochi, la vetrina e l’impatto sono sicuramente per la fase di preparazione e i venti giorni di gare impattanti e globali ma vanno calcolati i costi economico finanziari che prevedono infrastrutture potentissime che, siamo realisti, oggi nelle condizioni internazionali il nostro Paese non credo abbia la forza di supportare.

Ci sono più generazioni di “riservisti olimpici” nati a Torino 2006 che hanno fatto la fortuna di vent’anni di eventi nel mondo e che sono stati la spina dorsale di Milano Cortina 2026 ma tutto ciò non basta. Qui non siamo a Los Angeles, Parigi, New York, Londra e neppure a Pechino. I dati del pil, della riconversione industriale digitale, tecnologica, dell’intelligenza artificiale, dei grandi politecnici e dei centri di eccellenza e di ricerca non bastano a definire un territorio vasto, ampio ma decisamente composito e disarticolato.

Il Triangolo industriale era un motore, una realtà, un tumulto a volte disorganizzato ma efficace, è stato il traino dell’economia italiana del dopoguerra fino alla crisi petrolifera degli anni Settanta, poi si è spento in una azione di disarticolazione che ha visto le tre città muoversi in modo autonomo. Quel mondo, quell’impianto e struttura oggi non esistono più, è diventato oggetto di studi sulla storia dell’impresa e del lavoro.

Il mondo è globale, l’economia mondiale, la finanza internazionale, il triangolo è un puntino quasi insignificante rispetto ai mercati. Servono attenzione e sangue freddo i Giochi sono belli, appassionati, un moto di libertà e fraternità che solo lo sport sa concedere. Ma dopo la sbornia il risveglio può essere anche traumatico e trasformare un sogno in un incubo che limita e vincola il futuro.

Luca Rolandi