Con la recente morte di Jürgen Habermas si chiude un secolo: non solo una biografia lunga quasi quanto tutto il Novecento, ma l’ultimo filo diretto con la Scuola di Francoforte, laboratorio di intellettuali impegnati ad analizzare le contraddizioni della società tecnologica moderna. Uno spazio che, a partire dal 1923, provava a pensare la modernità mentre la modernità stessa crollava su di sé, sotto il peso di capitalismo, nazifascismo e cultura di massa.
Ultimo erede di quella tradizione, Habermas si distingue in seguito dai suoi predecessori Theodor W. Adorno e Max Horkheimer. Mentre questi vedono nell’industria culturale una macchina di dominio, egli cerca uno spiraglio di speranza nel linguaggio.
Nella sua opera più ambiziosa, Teoria dell’agire comunicativo, formula un’idea tanto semplice quanto radicale: il linguaggio non serve solo a descrivere il mondo o a manipolare le menti, ma a costruire intesa. Un’ipotesi controcorrente, quasi ingenua, se letta dentro il disincanto del secondo Novecento. Eppure è proprio lì che Habermas sposta il baricentro: dalla critica alla possibilità.
Filosofo esposto mediaticamente scriveva sui quotidiani, interveniva nel dibattito politico, entrava puntualmente in conflitto con governi e intellettuali. In Germania viene ricordato tra le voci più critiche circa il passato nazista e tra i sostenitori più coerenti del progetto europeo (inteso come spazio incompiuto di razionalità condivisa).
Ma è un evidente problema fisico a farlo interessare fin da giovane alla parola: nato con una malformazione al palato, affronta da subito diversi interventi chirurgici. Parlare, per lui, non è un atto naturale. Ecco perché nei suoi scritti il linguaggio non è mai neutro: anzi, è qualcosa da conquistare, prima ancora che da analizzare.
A differenza di altri filosofi tedeschi, rifiuta il ruolo del “maestro carismatico” ed esibisce uno stile argomentativo chiaro e preciso, lontano da ogni seduzione retorica. Non vuole discepoli, ma interlocutori.
Eppure, è proprio in questo rigore che affiora la sua eredità più fragile e al contempo più necessaria: in un’epoca in cui il linguaggio torna a farsi arma (tra propaganda, polarizzazione e algoritmi), l’idea che comunicare significhi cercare un’intesa sembra quasi fuori tempo. O forse no. Forse è proprio qui che la penna di Habermas diventa inchiostro indelebile: occorre continuare a scommettere sulla potenza delle parole, mezzo indispensabile per costruire e preservare un “mondo comune”.
Gaia Bertotti
A questo link un interessante documentario sulla vita di Habermans:

