Il nuovo piano di rigenerazione urbana da 2,5 milioni di euro svela una curiosa tendenza: mentre il centro storico resta rigorosamente sabaudo, i viali più periferici si aprono a un’aristocrazia botanica decisamente extracomunitaria.

Il progetto “Torino cresce nel verde e nella salute” grazie ad un investimento di ben 2,5 milioni di euro garantito dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, in cordata con l’ASL e il Comune, porterà all’inserimento di 2.800 nuovi alberi nei prossimi tre anni. Un’operazione, che non si limita alla semplice piantumazione ma si eleva a studio scientifico, monitorando con algoritmi e sensori hi-tech come le foglie curino l’aria e talvolta l’anima dei cittadini.

Tuttavia, è scorrendo con attenzione l’anagrafe dei nuovi arrivati che si nota il dettaglio più sfizioso. Un dettaglio che racconta molto della geopolitica verde della città. Nei viali storici e fortunatamente vincolati, quelli dove si passeggia con lo sguardo rivolto alle prospettive delle allee, resteranno le specie autoctone, conservando il loro secolare e rassicurante monopolio.

Il piccolo solo e ramingo alberello dimostrativo del progetto

Ma laddove il cambiamento climatico morde più duro insieme alla scarsa manutenzione e le “fallanze” (l’elegante termine tecnico per indicare i posti rimasti vuoti) si fanno evidenti, la Città ha optato per una strategia di accoglienza straordinariamente cosmopolita. Niente più profumati tigli nostrani o secolari platani da cortile; Torino preferisce accogliere una delegazione di fusti extracomunitari, i cui nomi evocano viaggi lontani e salotti d’altri tempi.

Albero delle lanterne cinesi. Destinato a restare piccino, non oltre i 10 metri.

Nelle zone più provate dall’afa, come corso Potenza o piazza Sofia, farà così il suo ingresso il Nocciolo di Costantinopoli. Un nome che porta con sé l’eco azzeccatissimo di imperi decaduti e spezie d’oriente. Poco distante, ci sarà l’Albero delle lanterne cinesi e l’Albero pagoda , perfetto per decorare ma non per ombreggiare. Nulla di maestoso o imponente, più delle eleganti silhouette senza pretese che alberate vere. In fondo siamo in periferia.

Non manca la sponda d’oltreoceano, rappresentata dal Liquidambar, un’essenza che fin dal nome promette stravaganze cromatiche autunnali, quasi a voler spiegare ai vecchi alberi di via Sospello che si può essere eleganti anche senza avere radici nel quadrilatero romano. E infine il Pero da fiore. Nessun frutto commestibile ma una fioritura spettacolare.

Liquidambar

L’amministrazione e i partner scientifici, nelle parole del sindaco Stefano Lo Russo e dei vertici della Fondazione e dell’ASL, sottolineano come ogni albero sarà protetto da urti, coccolato con terreni speciali e monitorato costantemente per garantire il massimo benessere collettivo. Un livello di cura e sorveglianza quasi paterno, le intenzioni sono sempre il frutto più succoso, per rendere la forestazione una macchina diplomatica impeccabile. Le esperienze passate lasciano qualche inquietudine sul reale compimento dei propositi ma potremo constatare nel tempo cosa avverrà.

Torino, insomma, si conferma una città che non si limita a piantare alberi: seleziona accuratamente i propri ospiti botanici, preferendo la nobiltà esotica alla fauna locale. Resta solo da vedere se i vecchi e piemontesissimi platani di corso Re Umberto, da sempre abituati al dialetto e alle mezze stagioni, sapranno accogliere con la dovuta discrezione questi nuovi, eccentrici vicini arrivati da così lontano.

Pier Sorel