Aveva un che di insospettabilmente profetico l’opera di Damien Hirst dove uno squalo tigre lungo più di quattro metri, per un peso totale di più di due tonnellate, venne imprigionato in tassidermia in un’enorme vasca di vetro. Era il 1991 quando fu esposto per la prima volta alla Tate Modern di Londra.

Ciò che vi era di sorprendente ed allora imprevedibile è che l’opera oggi possiamo equipararla al giornalismo. Basta sostituire, come nell’immagine, lo squalo con i giornalisti. La formaldeide qui non si vede, ma si sente: è nell’immobilità elegante, nella sospensione artificiale, nella pretesa che basti esporre qualcosa perché questo continui ad avere senso.

Una volta il giornalismo era movimento: correre dietro alle notizie, consumare suole, sbagliare, correggere, tornare sul posto. Adesso sembra più una installazione concettuale. Non si tratta più di vivere la realtà, ma di conservarla. O meglio, di conservarne l’idea, perfettamente isolata dal contesto, sterilizzata da ogni contraddizione, pronta per essere osservata senza rischio di contaminazione.

Il paradosso, del resto, è quasi poetico. C’è stato un tempo in cui i giornali raccontavano con una certa fascinazione lo squalo in formalina di Damien Hirst — The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living — interrogandosi sul senso della vita, della morte, del mercato dell’arte. Oggi non raccontano più quello squalo: sono divenuti quello squalo. Non più osservatori dell’opera, ma parte integrante dell’installazione. E, bisogna ammetterlo, con una coerenza concettuale impeccabile.

Il giornalista, in questo scenario, non è più un testimone ma un reperto. Microfono alla mano, sguardo concentrato, postura professionale: tutto impeccabile, ma tutto inutile se manca l’ossigeno. E l’ossigeno, oggi, è l’attenzione. Senza quella, anche la verità più urgente resta lì, sospesa, come un animale imbalsamato che continua a sembrare vivo solo perché qualcuno ha deciso di illuminarlo bene.

A complicare il quadro, c’è un dettaglio quasi imbarazzante: il reperto, oltre a essere esposto, è anche sottopagato. Il giornalista contemporaneo ha raggiunto una forma di purezza economica rara: riesce a sopravvivere con compensi che sembrano più simbolici che reali, un rider delle notizie, una sorta di installazione performativa sul tema del lavoro. Scrivi un articolo, ricevi abbastanza per un caffè — forse — e nel frattempo contribuisci alla grande narrazione collettiva. L’arte, si sa, richiede sacrificio.

E poi c’è la carta stampata, che resiste con la dignità di un oggetto d’antiquariato. I giornali si sfogliano sempre meno e si contemplano sempre di più, come si farebbe con un vinile, un acquario o una macchina da scrivere. Non vendono, ma hanno un fascino irresistibile: quello delle cose che stanno sperimentando il tramonto. Del resto, chi ha bisogno di approfondimenti quando può avere un titolo urlato dai social tra un video e l’altro? La carta non muore: si trasforma in testimonianza storica di quando la gente leggeva più di tre righe, persino capendole, senza sentire il bisogno di controllare le notifiche.

Il paradosso è che mai come ora si produce informazione, e mai come ora essa somiglia a qualcosa di morto. Non perché manchino i fatti, ma perché abbonda la cornice. Titoli che gridano, notifiche che pulsano, dirette ovunque: una vitalità isterica che, vista da lontano, ha la stessa energia di un pesce in formaldeide. Perfetto, intatto, irrimediabilmente fermo.

Le prospettive del giornalismo? Straordinarie, se si accetta la logica dell’esposizione. Meno incoraggianti, se si insiste con quella della comprensione. Perché capire richiede tempo, mentre oggi il tempo è un lusso che non si espone bene.

Meglio allora restare lì, nella teca: osservabili, condivisibili, magari anche premiati — purché il premio non sia in denaro, sarebbe poco coerente con l’installazione. E soprattutto: perfettamente conservati, purché nessuno provi davvero a rianimarci.