Per non smentirsi mai, dimostrando una certa coerenza, la Torino istituzionale ha ignorato la ricorrenza del centenario della nascita del grande intellettuale Elémire Zolla (Torino, 9 luglio 1926- Montepulciano, 29 maggio 2002) ,’Il conoscitore di segreti’, come riporta il titolo dell’accurata biografia firmata dalla sua compagna, la filosofa e orientalista Grazia Marchianò.

Stupì, anzi, che il 15 luglio 2015 il Comune di Torino decidesse di apporre una targa commemorativa per Elémire e per suo padre Venanzio, valente pittore figurativo, sulla loro abitazione di via Pesaro 7: un riconoscimento ottenuto grazie alla ferma determinazione della nipote Dolores Rossi Zolla, sostenuta nel progetto dall’illuminato presidente dell’Accademia Albertina di allora, Fiorenzo Alfieri. La nostra è una città che tende ad avvolgere nell’oblio i suoi figli migliori; soprattutto un figlio come Zolla, che espresse il suo genio mantenendo sempre la propria integrità di intellettuale eclettico e controverso senza aderire a nessun partito, a nessuna conventicola, a nessuna congrega, a nessuna scalata accademica, a nessun gioco di potere.

Zolla fu un eretico del Novecento, consapevole della sua estraneità ad ogni moda e ad ogni schema ideologico. Negli anni Sessanta, in tempi di omologazione culturale e sociale che preannunciava quella, ancora più devastante, di oggi, osò criticare spietatamente la società di massa e le ideologie totalitarie, soprattutto quelle di stampo progressista, con un’analisi lucidissima, un vis polemica al vetriolo contro il trionfo del conformismo dei gusti, che soffoca la cultura del libero pensiero e costringe l’intellettuale all’oblio. Mentre tutti si appassionavano alla modernità, Zolla l’aveva in odio; quando si predicava la socialità lui continuava a vivere appartato, mentre si considerava necessario detestare figure come quelle di John Ruskin o di Mircea Eliade, lui le studiava appassionatamente.

Così lo definì un altro spirito decisamente originale- non a caso suo amico, non a caso già condannato alla damnatio memoriae, Guido Ceronetti: « Era troppo ironico e aristocratico e straniero nelle patrie lettere per farsi incasellare e partecipare alla bassa contesa politica».

Straniero nelle patrie lettere”: un inciso che suona particolarmente calzante, dal momento che Elémire Zolla fu per caso non solo torinese, ma anche italiano. Cosmopolita di famiglia (madre inglese pianista e padre pittore nato a Colchester), lo fu anche per quella vocazione di pensiero che lo avrebbe portato a percorrere le strade sapienziali d’Oriente e Occidente.

Il convegno zolliano al Circolo dei Lettori

Anche se nella nostra città Elémire crebbe, frequentò le scuole dove, con ottimo profitto e senza mai concedere molto di sé, imparò l’arte di occultare i sentimenti e di coltivare quelle letture che lo condussero negli anni ad acquisire sterminate conoscenze in tutti i campi dello scibile; anche se a Torino frequentò l’università, con la scelta singolare di Giurisprudenza e la laurea in Diritto Commerciale, Zolla non amava questa città dove inutilmente si aggirava per cercare uno scorcio di bellezza. Considerava la sua giovinezza torinese “molesta”: «Vivevo isolato, sbrigando in fretta le scuole, ignorando compagni e professori per quanto potevo, sdraiato a leggere per ore e ore, e vagavo attraverso le strade miserelle di Torino sempre in cerca di un tratto di vita memorabile, nel quale alla fin fine nemmeno speravo».

Elémire e Grazia

La città gli appariva al contempo ridicola e angosciosa, surreale nel senso peggiore del termine, sospesa fra il grottesco e la tetraggine; e così la rappresentò nel Minuetto all’inferno, scritto durante gli anni più acuti dei sintomi della tubercolosi che gli era stata diagnosticata a ventidue anni: una malattia che, riacutizzandosi più volte negli anni, danneggiò gravemente e permanentemente i suoi polmoni, ma che si rivelò una fondamentale esperienza di trasformazione interiore e spirituale.

La pubblicazione di questo suo primo romanzo per Einaudi merita una piccola dissertazione. Elio Vittorini non voleva pubblicarlo nei Gettoni, ritenendolo un romanzo troppo intellettuale, e fu il giovane Carlo Fruttero a persuaderlo del valore letterario dell’opera. Ovviamente Zolla non poteva scrivere che di ciò che conosceva, ovvero della borghesia, e per questo Fruttero chiedeva al più anziano collega un minimo di “sacrificio ideologico” in considerazione del “fatto certissimo che Zolla ci farà causa (è un esperto in materia) e che la perderemo”.

Con il Minuetto, pubblicato nel 1956, il giovane intellettuale vinse il Premio Strega Opera Prima, ma fu l’Eclissi dell’intellettuale (1959) a rendere Zolla lo scrittore più corteggiato e contestato e comunque discusso della scena culturale del tempo. Sono pagine che fanno male, quelle dell’Eclissi dell’intellettuale, perché, se sono mutate certe situazioni descritte nel saggio- come le musiche infernali provenienti dai juke box o dai transistor-, non si è invece modificata la mentalità dell’uomo-massa, che pecca non per la mancanza di consapevolezza, ma per il pessimo uso che ne fa, esercitando un diritto di scelta che si indirizza regolarmente verso il basso e il volgare.

Fu, questo volume, il primo di un’opera saggistica monumentale e poliedrica- per citare solo alcuni titoli, Volgarità e dolore, I mistici dell’Occidente, Che cos’è la tradizione, Le meraviglie della natura. Introduzione all’alchimia, Aure- i luoghi, i riti; Lo stupore infantile, Uscite dal mondo, raccolti nell’Opera omnia di Marsilio Editori, curata da Grazia Marchianò- , tutti illuminanti, tutti così cristallini da rendere impossibile il loro rimaneggiamento da parte dei commentatori di turno, desiderosi di riportarli al loro orientamento.

Zolla mancò, insomma, tutti gli appuntamenti ‘mondani’, e per questo risultò sempre impopolare in un mondo che chiede agli intellettuali di essere sempre qualcosa di più -o di meno-che liberi pensatori. La sua grandezza, oltre che nella sua cultura enciclopedica, sta nel fatto che egli non fu mai di moda, non si trovò mai in sintonia con nessuna delle ondate ideologico-letterarie cui autori di ben più modesto calibro dovettero, e debbono, la loro fama.

Di una sola religione si considerò adepto: fino all’ultimo respiro visse un legame profondo e spirituale con i gatti, interlocutori privilegiati. Le sue case, da quella romana condivisa con la raffinatissima scrittrice e poetessa Cristina Campo a quella di Montepulciano, dove visse dal 1991 con Grazia Marchianò, erano popolate dai piccoli felini, ai quali attribuiva una funzione spirituale e iniziatica: « Certo, ho fatto incontri con uomini, donne, animali che mi istruirono: soprattutto con gatti, la cui indole si espresse in mosse di danza e in atti di gentilezza. Dei maggiori di questi incontri non oso parlare. So che quando parlo di animali, ai quali riconosco un’importanza pari o maggiore degli uomini, genero fastidio o incredulità.»

Una riflessione, questa, che testimonia il superamento dell’antropocentrismo, e, con il suo accenno all’armonia profonda e alla purezza interiore degli animali, smarrite dall’uomo, è emblematica della visione tradizionale e sciamanica di Zolla, opposta al materialismo moderno. Ne ebbi una conferma io stessa quando, divenuta amica della vedova, con la quale organizzai il primo convegno zolliano post-mortem nel 2002, fui costretta, con titubanza, a confessarle il nome del mio splendido gatto candido, che, in tempi non sospetti, avevo battezzato Elémire. Grazia ne fu folgorata, ricordando il desiderio del marito di rinascere gatto, e adottò a distanza il micio, che spesso divenne protagonista, nella nostra fitta corrispondenza, di divertenti situazioni immaginarie: a riprova di come, accanto al rigore quasi crudele di certi intellettuali, possa convivere un incantevole spirito giocoso.

Guardato con sospetto dalla cultura accademica tradizionale per via dei suoi interessi legati all’occultismo, all’alchimia e allo sciamanesimo; classificato dalla critica marxista e progressista come un reazionario o nostalgico apocalittico; contestato anche dalla destra cattolica per un presunto esoterismo anticristiano, Zolla impermalì, indispettì, scosse.

A questo contribuì certamente anche l’uso dell’erudizione ritenuto elitario, lo stile altezzoso dei suoi scritti, difficili da masticare se non aiutandosi con un dizionario e un’enciclopedia; obiezione che lui liquidava affermando che « la difficoltà è inversamente proporzionale alla volontà e alla tenacia con cui ci si applica a capire», una risposta minacciosa per chi non è abituato ad associare la proporzionalità all’impegno personale, né a pensare che comprendere un testo comporta una trasformazione interiore.

Narratore, saggista, professore ordinario di Letteratura Anglo-americana, critico implacabile della miseria spirituale moderna, studioso di miti, di tradizioni, di gnosi, di sciamanesimo, di simbologia, di alchimia ( e di molto altro, perché approfondì tutti i campi dello scibile); esploratore degli orienti del pensiero nei luoghi più disparati del pianeta, il geniale studioso ha tracciato nei suoi scritti un cammino di consapevolezza volto al risveglio dei valori autentici della condizione umana.

Evidentemente, quindi, non fu solo scrittore, come modestamente preferiva essere definito; era un prodigioso enigma. Era afflitto, come Adrian Leverkühn, il compositore tedesco del Doctor Faustus di Mann, in cui si identificava, da un “eccesso di intelligenza”, quel tipo di intelligenza che porta ad avere nemici. L’arte cortese di crearsi nemici, già propria di Whistler, così caro al padre pittore, era praticata intensamente già dal giovanissimo Elémire, che a sette anni leggeva il Tao Te Ching con testo cinese in appendice e a quattordici tutti i grandi romanzi russi, tutta la Storia d’Europa di Croce.

Per quanto lo si studi, Zolla rimane un mistero, e per questo forse la sua definizione migliore resta quella di Pietro Citati: «Ho conosciuto E.Z. a Torino; nel fondo, era impenetrabile, c’era un territorio della sua anima, dove non giunse mai nessuno: né amici né donne amate. Sebbene fosse soggetto a molte influenze, tutte si arrestavano davanti a una porta chiusa, non saprei cosa ci fosse dietro quella porta, credo un diamante gelido, risplendente, indifferente, leggero, che non consegnò mai a nessuno

Marina Rota