Demostene lo sa!

Poco studiato, poco conosciuto, poco ricordato. Ma che cosa ha scritto Demostene per diventare il simbolo e il difensore della libertà di espressione? Oratore sì, il più grande degli oratori greci, ma anche un politico eccezionale, che ha voluto “gridare ai quattro venti” quanto fosse necessario difendere il bene comune, la propria terra. Qualcosa ha detto, qualcosa ha testimoniato. Ma non sempre è stato accettato, capito o difeso. Nelle sue orazioni più famose, le Filippiche, critica il comportamento degli Ateniesi (in guerra contro Filippo di Macedonia) e li esorta ad agire, a confrontarsi con la collettività, a non rassegnarsi. Li sprona a difendersi, a ribellarsi alla forza del nemico, del caos e del destino. Ci riesce? Non del tutto.

Demostene lo sa. Sa di essere “scomodo“, inopportuno, ma è caparbio e tenace. Sa anche che, la sua capacità dialettica e persuasiva romperà il silenzio, perché è in gioco la libertà di parola, la democrazia. Analogamente, oggi come ieri si ripresentano le stesse preoccupanti situazioni: guerre e guerriglie, restrizioni, discriminazioni, sfruttamenti, costrizioni. Eventi a volte paradossali e inquietanti, che rasentano l’ineluttabile morte delle civiltà.

Demostene sa che non si può rimanere in silenzio. Chi avverte il bisogno di “osare” e ha il coraggio di parlare protegge la libertà e difende responsabilmente l’uomo e la verità. La storia è memoria e la memoria è una cosa seria. Difendere il diritto di parola e di espressione vuol dire salvaguardare la memoria, consegnarla intatta alla storia e all’umanità. Significa tutelare l’identità di un popolo e la responsabilità collettiva, il pensiero critico e la giustizia sociale. Significa conoscere, svelare e difendere la verità.

Demostene lo sa. Il termine greco “ἀλήθεια” vuol dire mettere in luce ciò che è nascosto. Quindi, verità in senso lato vuol dire svelare o rivelare ciò che deve essere conosciuto. In latino il termine “veritas” indica l’aderenza al vero, all’oggettività di una realtà non falsa.

L’articolo 21 della Costituzione italiana, l’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e il Codice deontologico delle Giornaliste e dei Giornalisti ribadiscono che il diritto ad esprimersi liberamente è un diritto fondamentale ed ineludibile dell’uomo. E’ la pietra angolare di ogni stato democratico, è la cartina di tornasole di ogni tipologia di comunicazione libera e indipendente.

Oggi però parlare di libertà di parola è rischioso. Ci si scontra con una situazione di stallo che sta danneggiando il giornalismo di qualità, il giornalismo che propone l’opposizione e l’analisi critica come elementi fondanti della comunicazione trasparente. Il cittadino deve sapere quale sia la verità sui fatti, e chi si occupa di comunicazione e agisce in coscienza vuole presentare le notizie in modo esplicito, indipendentemente dalle ripercussioni in cui potrebbe incorrere. E’ un dovere morale scegliere la via della verità, perché il comunicatore in generale (e il giornalista in particolare), ricopre il ruolo del parresiasta (dal greco παρρησία, libertà di dire e raccontare tutto).

Grazie a questo ruolo fondamentale difende soprattutto la Costituzione. Il parresiasta sa che la sua incolumità personale e familiare è in pericolo, ma sa anche che la verità non è frutto di un compromesso o di un consenso sociale o mediatico. I giornalisti sono i principali difensori del diritto all’informazione e per trasmettere e divulgare la verità rischiano sempre. Rischiano querele, ricatti, denunce, persecuzioni. Nei paesi in guerra sono soggetti a leggi restrittive, spesso vengono detenuti illegalmente, minacciati, spiati e anche uccisi. Paura? Tanta. Ma vince la resilienza, la tenacia e la fedeltà al proprio lavoro, al proprio ruolo di testimone di una verità “scomoda” e “imbavagliata”.

Bust of the Greek orator Demosthenes. Marble, Roman artwork, inspired from a bronze statue by Polyeuctos (ca. 280 BC). Found in Italy

Demostene lo sa. Sa che le minacce partono anche dalla politica e dalle organizzazioni malavitose. Sa che cedere ai ricatti vuol dire violare la deontologia professionale e tradire la democrazia. Demostene lo sa. Il mestiere del giornalista è importante, perché denunciare le ingiustizie o gli abusi di potere attraverso articoli, indagini o reportage fotografici vuol dire smuovere le coscienze, arginare le falsità, incentivare in chi guarda, legge o ascolta, un profondo senso civico e morale.

Il mestiere del giornalista è anche una missione. Chi scrive fornisce all’uomo l’opportunità di poter distinguere il vero dal verosimile, di poter verificare i fatti ed esprimere giudizi, di poter prendere posizione, con volontà di appartenenza alla comunità e senza lasciarsi influenzare dai pregiudizi, che spesso disinformano ed “uccidono” la verità. Nelle società democratiche i giornalisti rivestono un ruolo sociale determinante. Con le loro inchieste salvaguardano anche i diritti umani e diventano promotori del cambiamento sociale e politico, perché stimolano il dibattito e promuovono la trasparenza.

I cittadini sanno che, per il loro l’impegno intransigente di divulgatori della verità, il prezzo da pagare è davvero alto: rinunciare alla propria libertà. Delegittimarli, intimidirli, renderli vulnerabili sono modalità di attacco becero, che mirano a diffamare i Media e la loro credibilità. Il lavoro dei giornalisti d’inchiesta e degli inviati in zone di conflitto è un lavoro difficile, ma necessario. Coloro che manipolano o delimitano le loro indagini con atteggiamenti o azioni sovversive indeboliscono la legittimità della democrazia e del diritto di parola.

Ecco perché è importante sostenere il giornalismo indipendente.

Maria Giovanna Iannizzi