Tra le rare virtù che si posson riconoscere a Torino c’è quella di saper pensare se stessa anche attraverso ipotesi paradossali, quasi fossero esercizi di filosofia urbana. In questa tradizione di ironica autoanalisi c’è un’idea improbabile e audace che circola da un mesetto come voce di corridoio rimbombando sotto i porticati della città, e tratta della possibile riconversione di Askatasuna in un McDrive.

Girano, tra sospetto e coraggio, alcuni rendering che ad alcuni fanno alzare la pressione, tolgono il sonno ad altri aprono sorrisi di indubbio e rischioso compiacimento. Al momento sono solo dicerie senza prove ma le suggestioni valgono per fare qualche considerazione a riguardo.

Qualche intemerato potrebbe definirla rigenerazione urbana, tuttavia la cosa non appartiene ancora al campo dell’urbanistica o del commercio, bensì a quello – ben più sottile – della possibilità. Per dirla con maggiore eleganza, l’idea si inserisce a pieno titolo nella patafisica progettuale: quella “scienza delle soluzioni immaginarie” teorizzata da Alfred Jarry, che invita a considerare le eccezioni non come deviazioni, ma come chiavi di lettura privilegiate della realtà.

Se così la vogliamo considerare, l’ipotesi smette di essere semplicemente provocatoria e, diventa quasi esemplare. Che cosa accadrebbe se un luogo nato come spazio di autonomia e di elaborazione critica della società venisse attraversato da una logica radicalmente diversa, politicamente opposta, controversa e piegata al mercato dominante come quella incarnata da McDonald’s? Un’istigazione, un attacco, un’offesa o una quasi salvifica via di mezzo tra nemesi e palingenesi.

La risposta, in chiave patafisica, non cerca coerenza ma suggestione: non una contraddizione da risolvere, bensì un cortocircuito da contemplare. In questa prospettiva, la trasformazione non sarebbe una negazione, ma una variazione sul tema. L’ordine che dialoga con l’imprevisto, la standardizzazione che sfiora l’autogestione, il tempo rapido del consumo che incrocia quello dilatato della discussione quasi a dare costituzione materiale ai Mille Piani di Deleuze di Capitalismo e schizofrenia.

D’altronde, Torino ha sempre mostrato una certa inclinazione per queste convivenze improbabili: una città in cui vigono imperiture due malinconie smisurate, quella per il rigore industriale e quella per l’aristocrazia del lavoro, da sempre coabitanti senza attrito apparente. Inserire in questo equilibrio una variazione patafisica in fondo non cambierebbe l’assetto di fondo della città.

Così, l’immagine del McDrive che sostituisce Askatasuna, diventa meno una boutade e più un piccolo ordigno/dispositivo filosofico: un modo per osservare la città mentre si riflette nelle proprie contraddizioni, senza l’urgenza di scioglierle. Perché, come suggerirebbe Jarry, è proprio nell’eccezione – anche la più improbabile – che si nasconde, talvolta, una verità più interessante della regola.