Torino sta cambiando. La riscrittura del piano regolatore dovrà contemplare nuove esigenze abitative, trasformazioni demografiche e, un patrimonio edilizio che fatica ad adattarsi al presente, la città prova a ridefinire il proprio futuro. Ne parliamo con Paolo Mazzoleni, assessore all’Urbanistica.

Partiamo da una manufatto di forte attualità: il “Village” allestito per l’ATP in piazza d’Armi. Una struttura temporanea che sembra aver funzionato molto bene. È destinata a rimanere?

Per ora no. È un manufatto temporaneo, quindi si monta e si smonta. Lo spazio si presta bene a questo tipo di iniziative: c’è una relazione felice tra il prato e la piastra pubblica di fronte, e l’uso che ne è stato fatto ha dato ottimi risultati. Il punto è capire se, come e con quali risorse si possa stabilizzare qualcosa del genere. Non si può fare un investimento simile senza una decisione politica chiara e un piano di gestione. Fino a quel momento, il meccanismo resterà quello di sempre: si smonta e si ripianta l’erba.

Paolo Mazzoleni, Assessore all’Urbanistica della città

Uno dei temi più delicati è la demografia. Torino perde abitanti da anni. A che punto siamo?

Dobbiamo dirlo chiaramente: Torino non tornerà a 1,3 milioni di residenti come si immaginava negli anni ’90. Quella narrativa è un alibi che dobbiamo superare. La città ha attraversato una lunga fase di decrescita, che è anche e soprattutto un invecchiamento: meno residenti e più anziani. Ma il punto interessante è un altro: la perdita di cittadini si è fermata.
Le nostre analisi mostrano che il saldo negativo si è arrestato negli ultimi anni; i numeri ufficiali dell’Istat, specie nel censimento del 2021, non fotografano bene questa inversione anche per gli effetti distorti del Covid.

Quanti abitanti ha davvero oggi la città?

Direi circa 850 mila residenti, più circa 100 mila persone che vivono a Torino senza esserci residenti: studenti, lavoratori pendolari che dormono qui due o tre notti a settimana, persone che frequentano la città per periodi prolungati.
La popolazione “reale”, quella che usa servizi e infrastrutture, è quindi intorno ai 950 mila. E questa cifra è stabile, con una quota significativa di persone che alla fine decidono di restare.

Se la popolazione si stabilizza, perché continuano ad aumentare le case vuote?

Perché il patrimonio immobiliare torinese è enorme, storico, costruito per una città più grande. Stimiamo circa 65 mila alloggi vuoti, cioè il 16% dello stock. Confrontiamolo con una città efficiente come Vienna: lì il vuoto fisiologico è intorno al 7%.
Il nostro vuoto “in eccesso” è quindi di circa 9 punti percentuali.

È un problema o un’opportunità?

Entrambe le cose.
L’aspetto positivo è che i prezzi d’acquisto restano bassi: comprare una casa a Torino è molto più accessibile che a Milano. Questo è un fattore di attrattività.
Il lato negativo è che questa enorme quantità di case vuote non finisce nel mercato degli affitti. E questo è paradossale: abbiamo case vuote ma affitti cari.

Torino è piena di piccoli proprietari, e il mercato è totalmente irrazionale. Per questo stiamo lavorando per spostare almeno 10–15 mila alloggi dal vuoto alla locazione: attraverso incentivi, intermediazione pubblica, e misure che semplificano la vita ai proprietari.

Perché gli affitti sono così alti, se le case costano così poco?

Perché comprare è conveniente, ma mettere a reddito no. Molti preferiscono tenere la casa chiusa, oppure affittarla male, in nero o saltuariamente. Il risultato è un mercato instabile, non professionale, spesso conflittuale. La città ha bisogno di più offerta in affitto, a tutti i livelli: popolare, accessibile, ma anche di fascia più alta. Non possiamo lasciare il campo a sistemi non trasparenti o improvvisati.

Veniamo a un tema molto concreto per professionisti e cittadini: le pratiche edilizie. Negli uffici c’era un arretrato enorme. Pare che siamo in presenza di un miglioramento.

Con un lavoro che non fa notizia ma che cambia la vita: la digitalizzazione e l’analisi dei dati. Avevamo 12.000 sanatorie arretrate. Con Bloomberg Associates e un team della Johns Hopkins abbiamo analizzato l’insieme delle pratiche usando Power BI. Ed è successa una cosa illuminante: quelle che sembravano 12.000 pratiche diverse erano in gran parte identiche.

Faccio un esempio: su 12.000 casi, 500 avevano lo stesso schema.
Lavorando per cluster, invece che caso per caso, abbiamo smaltito 2.000 pratiche in un mese. E gli uffici si sono completamente ribaltati: dallo scetticismo all’entusiasmo. È un lavoro prosaico, ma decisivo.

A proposito di Bloomberg Philanthropies : molti si chiedono cosa ci sia dietro. Perché un gigante americano dovrebbe aiutare gratis il Comune di Torino?

Perché nel mondo anglosassone la filantropia funziona in maniera diversa dalla nostra cultura mediterranea. È un gesto molto individuale, quasi un hobby dell’ego di chi ha molto successo. Bloomberg Associates offre competenze, contatti, strumenti. Non hanno mai chiesto nulla in cambio.
In Italia, invece, il concetto di “gratis” fa sempre pensare a un ritorno nascosto. Ma non è questo il caso. E i risultati li abbiamo visti: dati, analisi, processi migliorati, relazioni internazionali.

Si discute di un’ipotetica legge definita “Salva Milano” e di nuove leggi sulla rigenerazione urbana. Come giudicate il quadro complessivo?

Confuso. La verità è che l’Italia ha un corpo normativo stratificato e incoerente.
Abbiamo norme degli anni ’40, degli anni ’60, degli anni ’80–’90, tutte ancora in vigore e spesso in contraddizione. A questo si sommano vent’anni di deleghe alle regioni, che hanno aggiunto varianti e sovrapposizioni. Il risultato è che nessuno — dai tecnici agli amministratori — può avere un quadro davvero stabile.
Se non si riscrive tutto in modo organico, ogni nuova legge rischia di essere un altro strato del millefoglie.

A Torino state riscrivendo il Piano Regolatore. Perché serviva un nuovo piano?

Il piano precedente è del 1995 ed è stato straordinario; ha retto fino al 2010–2011. Poi ha iniziato a scollarsi dalla realtà: non per colpa sua, ma perché il mondo intorno è cambiato.
Oggi dobbiamo fare tre cose:

  1. Recepire norme nazionali e regionali che non erano ancora state integrate: a partire dal Regolamento edilizio tipo. Torino è una delle ultime città a non averlo applicato.
  2. Integrare la normativa ambientale, che negli anni ’90 era inesistente.
  3. Inserire la VAS, la Valutazione Ambientale Strategica, oggi obbligatoria.

Prima ancora delle visioni, serviva riorganizzare, mettere ordine. È un lavoro enorme ma necessario.

I fiumi sono un’infrastruttura preziosa. Nel nuovo piano i fiumi che ruolo hanno?

I fiumi non sono solo acqua: sono fasce verdi, parchi, biodiversità. Sono corridoi ecologici. Significa poter collegare la Pellerina con il Parco Calabria, il Po con la Dora, la Dora con la Stura.
Con lo studio del Politecnico abbiamo individuato aree di frangia che, se liberate e ricucite con strumenti di perequazione, possono creare una continuità verde e blu straordinaria. Sono interventi “piccoli”, ma moltiplicativi. Ed è un lavoro che si vedrà nel tempo: non in un anno, ma in un decennio.

Torino è una città vigile. La città si aspetta molto da questo piano. Sentite la pressione?

La sento, certo. Ma non è una pressione cattiva: è responsabilità. Torino è una città che osserva, critica, discute. Non è un posto che si accontenta.
Le persone non devono per forza conoscere la differenza tra SLP e LSN, ma devono accorgersi che la città funziona meglio: tempi più rapidi, più trasparenza, più case in affitto, più spazio pubblico vivibile. Se ci riusciremo, il piano non sarà un libro dei sogni ma uno strumento concreto. È questo l’obiettivo.

L’impressione è che Torino si trovi in una fase fragile ma piena di possibilità: una città che deve scegliere come tornare a crescere, non nei numeri assoluti ma nella qualità della vita, dell’abitare, dell’ambiente e della cura del suo patrimonio.