Mentre i fuochi per San Giovanni si fanno fichi secchi sbrecciando il velo nero di Torino, unico momento in cui il cittadino alza gli occhi al cielo, il vero colpo da maestro, l’unico vero botto capace di squarciare l’oscurità del mondo letterario, è arrivato da dove meno te lo aspetti. O forse, a pensarci bene, proprio da dove doveva arrivare: da un’ammirevole, prodigiosa agenzia di comunicazione. Sono loro i veri romanzieri del nostro tempo, gli unici capaci di inventare dal nulla quella magnifica bagarre che quest’anno ha preso il nome di Premio Strega.

Sia lode a questi inventori del nulla. Fino a ieri, diciamoci la verità, nessuno ricordava bene cosa fosse lo Strega, né se per caso esistessero ancora gli scrittori o se si fossero estinti insieme alle pagine culturali. Poi, il miracolo. Un genio del marketing, uno di quei figuri che oggi, senza provare la minima vergogna o spavento di sè, si fanno chiamare content creator , ha trovato la chiave di volta.
Ha capito, con cinismo quasi poetico, che l’italiano medio non cerca la letteratura, cerca la zuffa e le maldicenze.. E così ha sostituito l’aulico pensiero dello scriba con il più truce e succulento pettegolezzo.
La caciara che ne è seguita è perfetta: volgare, un filo triste, vagamente sessista. Insomma, lo specchio fedele, precisissimo e spietato della nostra società. Non si poteva chiedere di meglio per fare della cultura un bene di largo consumo.

Grazie a questa sapiente regia da operetta, il premio è finalmente tornato a galla sui media, sorretto da quell’hype che altro non è se non la versione moderna e digitalizzata della disperazione esistenziale. C’è un trionfo, in tutto questo. I commenti sui social, inferociti e sgrammaticati, sono già bellissimi. Anzi, sono di gran lunga migliori dei libri in concorso: sono, loro sì, il vero romanzo italiano contemporaneo.

