Nemmeno la competenza, la professionalità e l’esperienza di Alberto Angela che in televisione squarcerà più di un velo su Torino riuscirà a rivelare quel modo riservato e segreto che la città possiede per non concedersi mai troppo, per destreggiarsi sapiente dietro le quinte dei suoi portici e delle sue architetture.
Prendiamo quel capolavoro di organizzazione formale di Piazza San Carlo, delimitata dalle Chiese di S. Carlo e S. Cristina, essa fungeva da Piazza d’Armi, Piazza del Mercato, da luogo prestigioso per manifestazioni ufficiali e da spazio d’incontro e di vita di relazione. Progettata dall’architetto Carlo di Castellamonte sul modello francese delle “places royales“, conserva a tutt’oggi la sua vocazione e il suo fascino.
Ed è sotto i suoi ariosi portici che troviamo, come equivalenza di eleganza e mondanità, la galerie de beauté di Sinatra, intenta a festeggiare quarant’anni di attività. Rinnova i propri spazi dove oltre la profumeria, skincare, cura della persona e design inserisce un nuovo café. Se il bancone è visibile dalle grandi vetrate il meglio, per inconfutabile torinesità va scoperto salendo al piano superiore.

Qui si offre una sala quadrata che ricorda, malgrado sia nuova di zecca, uno di quei luoghi in cui il tempo, anziché scorrere, sembra essersi adagiato con discrezione, come una polvere luminosa. Gli specchi, incastonati in cornici dorate, moltiplicavano lo spazio non tanto per inganno ottico quanto per una sorta di compiacimento della memoria: ogni riflesso pare custodire l’eco di conversazioni, di attese silenziose, di bicchieri sollevati a celebrazione di qualcosa.
E per giocare ad essere un poco proustiani, ci si lascia conquistare dal lampadario di Murano, sospeso come una costellazione domestica, che diffonde una luce calda, non illuminava soltanto i tavoli, ma sembra vezzeggiare i pensieri di chi vi siede, rendendoli più indulgenti, inclini alla rêverie. Le sedute di velluto, un granata violaceo, morbide e raccolte, invitano ad un abbandono che non è semplice comodità fisica, bensì una disposizione dell’animo: quella di chi accetta di fermarsi, di lasciare che il tempo si dilati fino a diventare un tempo interiore; cogliamo poi tovaglie candide, tese come pagine bianche, le tende chiare, raccolte, a filtrare la luce esterna, mentre la sala sembra isolarsi dal mondo con la stessa cura con cui la memoria seleziona i ricordi più cari: non per fedeltà al reale, ma per un bisogno segreto di armonia.
Così, seduti in questo spazio ovattato e speculare, si ha l’impressione che ogni momento possa trasformarsi, senza preavviso, in un frammento destinato a riemergere un giorno — magari al semplice scintillio di un lampadario o al colore profondo di un velluto — con la forza inattesa delle cose che si pensavano perdute e che invece possono riemergere.
Quasi superfluo ricordare che vi si può pranzare o degustare un dolce osservando, da posizione sicura, la grande spianata che nel tempo fu Piazza Reale alla sua apertura, Piazza d’Armi per la Torino capitale usata per i raduni militari e Place Napoléon sotto l’occupazione napoleonica.

