Quella cosa inconsistente, vana e transitoria, contraffatta, che oggi abbiamo reso merce fintamente pregiata, per brevità chiamata “visibilità” o audience, share, public involvement, l’irruzione nella redazione del quotidiano La Stampa l’ha ottenuta. Giornalisticamente una notizia, al limite della metanotizia, perché di se stessa si parla descrivendo l’accaduto.

Una vera incursione, un assalto invernale ad un palazzo che vive già un proprio gelo interiore di forte preoccupazione. Il giornale come molti sanno è all’incanto, il gruppo Gedi ha aperto da tempo trattative per la dismissione di quello che è stato il baluardo dell’informazione cittadina e nazionale, con lui l’altra costola dell’informazione che è Repubblica, i cui uffici della cronaca locale sono allocati nella stessa sede.

C’è qualcosa di novecentesco, di luddista, di antistorico nell’assalire il giorno dello sciopero, per il rinnovo del contratto della categoria, una redazione vuota, sguarnita, fragile e con i bagagli già pronti. Chissà se i bolscevichi 4.0 che si sono introdotti sono consapevoli di come funziona oggi un quotidiano, chissà se sono stati informati che le redazioni non hanno più lo status nobiliare di un tempo, con tutti i privilegi annessi.

Saranno a conoscenza che i giornali ospitano principalmente articoli di collaboratori che in sede vanno si e no dieci volte l’anno, si sono informati su quanto guadagnano, sui tipi di contratto in essere. A questo si aggiunge come già detto l’insicurezza per il domani di chi lavora stabilmente in quel posto e teme che la vendita porti un cambiamento sfavorevole, i precedenti non depongono a favore.

Soprattutto ci si chiede se mai lo leggono un quotidiano, il calo di copie, cartacee e online è spaventoso; chissà se conoscono o riconoscono qualche firma, se ricordano un pezzo, un titolo, la faticosa chiusa di un articolo e le immagini che lo corredano.

Il paradosso è che hanno invaso quello che un tempo era davvero il sancta sanctorum dell’informazione e di una forma di democrazia per buttare tutte le carte in aria e scrivere a loro volta. Sui muri. Come ragazzini nel bagno di un liceo, come ultrà, come dimostrazione di una incontenibile invidia.

Invidia per chi di mestiere scrive, si espone tutti i giorni, senza cappuccio scuro ma mettendo nero su bianco quello che conosce, i fatti, i dubbi, gli errori, gli abbagli, le cose azzeccate e viste prima, capite. E lo fa con l’unico strumento a disposizione, un editore, un giornale, il proprio capitale culturale e sociale per dirla alla Bourdieu, contenendolo nello spazio a disposizione, consegnandolo in tempo e cercando di tenere a bada quel terribile senso di irrilevanza che assale anche le firme più autorevoli o famose.

La solidarietà generalizzata, la copertura data, il dispiacere colmo di amarezza che ha toccato persino chi non legge un giornale da anni, lo sgomento per la sterilità del gesto, la sua pochezza hanno affermato una cosa. Non si è irrilevanti. Per eterogenesi dei fini l’aggressione ha dato più forza alla voce dei giornalisti e al valore del loro lavoro.