«Gli abiti o gli oggetti che uso rivelano l’assenza di una persona, ma permettono di far aleggiare il suo ricordo. La memoria ci aiuta a capire chi siamo. Ogni oggetto, un tempo, apparteneva a qualcuno; se il corpo non c’è più, si può ancora percepire la sua presenza».
Sono parole, rilasciate dall’artista giapponese Shiota Chiharu al quotidiano Il Manifesto, che paiono aprire più ad una confessione che ad una poeticità ermeneutica. Da questo varco si può iniziare ad entrare in The Soul Trembles (L’anima trema), la personale che il MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino le dedica all’interno dei suoi spazi fino al 28 giugno 2026.

White wool, wire, rope
Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019
Photo: Kioku Keizo Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo
La mostra è la prima retrospettiva in Italia di Shiota e l’ottava tappa di questo progetto itinerante iniziato nel 2019, giunto nel capoluogo sabaudo in anteprima nazionale dal Grand Palais di Parigi per poi ripartire per il Canada. Un lustro che Torino aspettava da tempo, frutto di un’ardita scommessa della dirigenza museale di Davide Quadrio che ha lavorato negli ultimi due anni, sfidando la più accanita provincialità sabauda, per portare a compimento questa impresa, non solo sul piano curatoriale, ma anche organizzativo e del marketing diplomatico.
L’esposizione si presenta come un percorso di forte impatto visivo, sintomo primo delle esperienze di Shiota nella costruzione di scenografie teatrali, per il quale il pubblico risponde numeroso. Le didascalie sono poche e laconiche. L’occhio più analitico è spinto, dunque, a indagare oltre l’appariscenza delle singole opere. L’ «assenza nell’esistenza», fil rouge reale e metaforico, accomuna buona parte della sua produzione artistica, e costituisce un forte legame con la personalità e la storia intima dell’artista.
Sin dalle foto dei primi anni di creazione, lo sguardo appare fragile e indifeso davanti all’obbiettivo così come quelle che la ritraggono oggi immersa nelle sue installazioni, trasmettono una profonda tristezza esistenziale. Sotto tale lente, le opere funzionano come un monologo non dichiarato, un modo per affrontare ciò che con fatica riesce ad essere esplicitato a parole. Shiota è sopravvissuta al cancro due volte: nel 2005 e poi nel 2019, una recidiva che è coincisa con l’inizio di questo progetto espositivo. Un’esperienza, ripetuta e invasiva, che ha lasciato segni evidenti nel suo modo di creare.

Metal frame, red wool Installation view: Shiota Chiharu: The Soul
Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019
Photo: Sunhi Mang Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo
Le sue installazioni, simili a scarabocchi che disegnano lo spazio, sono nate, per stessa ammissione di Shiota, nel momento in cui ha abbandonato il sogno di diventare pittrice. La pittura, come continua a spiegare lei stessa nell’intervista presente in mostra per Louisiana Channel, canale mediatico del Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk in Danimarca, le dava la costante sensazione di star copiando l’opera di qualcun altro. Limitatezza che traspare, in effetti, dai disegni inseriti in questa retrospettiva.
Se gli intrecci sono, dunque, nati in un primo momento per travalicare la bidimensionalità, ora di un pigmento rosso vivo per sottolineare la consanguineità dei legami con una famiglia, una nazionalità, una religione, un amore; ora di un nero pece, colore dell’introspezione, per evidenziare quelli più eterei, oggi le opere di Shiota sbiadiscono verso il bianco, il colore del lutto. Oggi quegli stessi fili, precariamente affissi ai muri delle sale espositive con la stessa fragilità delle relazioni umane, sembrano carichi di un significato ulteriore che si aggiunge senza annullare quello precedente: rispondere ad un’urgenza di gestire una minaccia, una malattia, un litigio, un viaggio, che può interrompere, in qualsiasi momento, i nostri legami gli uni con gli altri. Intessere reti diventa così il risultato di un’azione ripetuta, quasi meccanica, che dà forma a una pressione interiore: la necessità di trattenere una vita, chi la popola e ciò che la compone, sempre sul punto di perdersi.

Burnt piano, burnt chair, Alcantara black thread
Production support: Alcantara S.p.A. Installation view: Shiota Chiharu: The Soul
Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Sunhi Mang
Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo
Come già si è detto, costante è il tema della caducità (mujo無常), l’impermanenza delle cose reali, delle persone, di noi stessi in questa vita. Cosa rimarrà di noi dopo il nostro passaggio? Non un riferimento colto al pensiero giapponese, ma un fatto concreto. E quindi le opere raccolgono resti: abiti senza corpo come una seconda pelle “priva (di cellule) di vita”; fotografie di persone che sono state; giocattoli di bambini della Germania dell’Est; valigie usate da chi ha attraversato luoghi e poi è sparito dalla scena del teatro della vita. Non v’è mistero: sono ciò che rimane dopo una fine, dopo molte fini.

Suitcase, motor and red rope Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Kioku Keizo Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo
Questa mostra, come molte altre, solleva il consueto dibattito sull’arte concettuale contemporanea, alimentato tanto dai detrattori quanto dagli incensatori. Sullo sfondo, un pubblico in gran parte a digiuno di arte che, come un gatto, gioca con i fili tentando di sfuggire allo sguardo degli operatori di sala, e la stampa, pronta a consacrarla come nuova divinità del pantheon artistico mondiale. E poi c’è chi si dimena in un vaglio morale (chissà quale, tra i tanti possibili) per decidere se includerla o meno in quello stesso tempio. Tutti, in fondo, sono facce della stessa medaglia: posizioni che si alternano tra il saccente e la banale generalizzazione. Fondarsi esclusivamente sull’interpretazione cela il rischio di sovrapporre all’opera strutture ermeneutiche che l’artista stessa non ha mai pensato. In questo quadro, la mostra funziona soprattutto sul piano del marketing, rendendo finalmente visibile un museo che, nonostante i suoi diciassette anni di attività, era rimasto sconosciuto a gran parte dei torinesi e degli italiani.
Le opere di Shiota provengono da materiale emotivo da taluni leggibile: un dolore costante, una paura che non si ritira, un confronto diretto con la perdita e con la malattia. The Soul Trembles mostra un modo per convivere con un dolore che non si risolve. E osservare queste opere significa entrare in contatto con qualcosa che resta lì, fermo, in attesa, come un peso che non ha trovato un nome e continua ad occupare spazio. È forse qui che tornano utili gli scritti di Susan Sontag, quando invita a sottrarre l’arte all’eccesso di interpretazione e a restituirle una dimensione erotica: non un’eccedenza di spiegazioni o di significati, ma una relazione diretta, fisica ed emotiva, che precede il discorso. In tal senso, un’analisi onesta dovrebbe distinguere tra originalità creativa e intensità emotiva. Le opere di Shiota non introducono un linguaggio inedito né manifestano quel tipo di genio capace di spostare i confini della storia dell’arte. Ma sarebbe altrettanto riduttivo negare la forza delle emozioni che riescono a restituire a chi sta vivendo o ha vissuto l’esperienza della malattia. La loro efficacia non risiede nell’invenzione formale, bensì nella coerenza con cui un’esperienza personale di dolore viene trasformata in spazio, materia e ripetizione.
Jessica Matarrese

