Quanto è imperdonabile camminare con gli occh bassi, l’esiguo spazio del prossimo passo come obiettivo, il capo chino, l’andatura affrettata e uno spettacolo intorno che si finisce col perdere. A indurre a sollevare con garbo, sguardo e interesse, chi cammina per le vie della città è un libro, rara avis, scritto da Giuseppe Bonino. Il titolo è emblematico: Palazzi Barocchi a Torino. Architetti, famiglie, vicende.

Un excursus storico architettonico del costruito, diviso tra pubblico e privato, che caratterizza la città, la definisce esteticamente, le offre personaltà e quel riserbo silenzioso, austero dove l’armonia del tessuto delle facciate non svela mai del tutto.

Il testo è composto da 35 schede, che presenta forse per la prima volta l’insieme di una starordinaria varietà e coerenza di palazzi cittadini, arricchito da fotografie e acquarelli delicati, delinea con chiarezza cosa merita sapere di ogni edificio preso in considerazione. Data e periodo di costruzione, architetti coinvolti, vicende avvenute tra le mura, la committenza, la storia del palazzo e l’attuale destinazione.

L’architettura fu uno dei mezzi di espressione di quella che fu una delle principali corti europee e il barocco il suo vestito elegante. Abbiamo rivolto qualche domanda allo scrittore di questo libro che invita a guardare meglio, a riconoscere e a sapere.

I 35 palazzi, presi in considerazione nel testo, che silenti imprimono il loro carattere alla città, sono stati poco considerati dalla storia, dai torinesi e dalle proposte culturali. Ne hai individuato la motivazione ?

Le motivazioni sono tante ; cerco di portarne alla luce alcune. Giustamente dici che i Palazzi barocchi a Torino ci guardano silenti . E’ così: sono silenti perché nessuno ne scrive, nessuno se ne interessa, non c’è’ attenzione alla loro storia, alla loro vita passata o presente. Tanto è vero che ha dovuto muoversi un outsider come me, per tentare di riportarli alla luce, di parlarne un poco , osando rompere il silenzio generale.

Occorre ritornare all’anno 1963 quando dal 22 giugno al 10 novembre a Torino fu aperta e fu attiva su più’ poli espositivi una grande e vasta mostra sul Barocco piemontese e torinese. Fu un grande e indiscusso successo, voluto fortemente ed organizzato da Vittorio Viale, mitica figura di sovrintende del tempo. Torino ebbe una scossa. Tutta la città fu permeata dalla mostra, visitatissima nelle tre sedi ed apprezzatissima, perché era stata molto curata ed era ricchissima di materiale, documentazione, eventi complementari e tutto quanto caratterizza una grande mostra. L’eco fu ampio e capillare, poi ovviamente negli anni si affievolì, anche se rimase forte e vivo nel ricordo di chi visitò e visse quei momenti, come lo scrivente. Poi il silenzio, l’obIio, tutto si fece silente. Altri personaggi, altre amministrazioni, altro clima. Oggi poi il tema barocco è tabù’.

O semplicemente non interessa. Questa e’ stata la risposta datami da un importante ente preposto. Prima la cultura industriale e l’ubriacatura del ‘boom’ , che avevano invaso la città, poi oggi la cultura social che sfarina e scheggia all’infinito qualunque contenuto ed approfondimento su quanto il passato ci ha trasmesso. E nel nostro caso, schiacciando ogni residua sensibilità ed attenzione al Barocco.

Da quale distanza si osserva il barocco ? Come si individua il punto, o i punti esatti affinché si sveli, “si muova” e ci riveli qualcosa di sé?

Questa domanda esige che si introduca un concetto preliminare e didascalico. Occorre cioè’ palare di ‘Barocchi’, non di un solo ‘Barocco’ ; sicuramente, tra il Barocco torinese , quello di Lecce, quello di Genova, di Noto, e ovviamente quello di Roma, padre di tutti i Barocchi e qui fermiamoci, tali e tanto e profonde sono le differenze stilistiche che precisare ‘necesse est’ .

Ed ancora. Distinguiamo tra interni ed esterni. La distinzione si pone perché il nostro Barocco è, salvo rare eccezioni, che pure ci sono, fortemente sobrio ed essenziale. E cosi all’esterno il nostro Barocco si rivela , si svela – come suona la domanda — respirandolo, vivendolo , lasciandosi permeare e quindi frequentandolo.

Ti abbraccia, ti avvolge, ti accoglie , si manifesta , ti fa sentir bene, diventa fisico.. Diversa la situazione se si affronta l’interno di edifici barocchi. All’interno infatti il nostro barocco – con nostro intendiamo la versione torinese-piemontese acquista coraggio e disinvoltura e si rivela pienamente, senza inibizioni.

Abbiamo così ad esempio il caso della galleria di Diana a Venaria, dove gli ambasciatori della Serenissima – lasciarono scritto in un rapporto..- erano talmente presi dallo splendore e dalla maestosità, dalla luce quasi violenta che subivano e soffrivano soggezione arrivando in imbarazzo e disagio al cospetto del Duca Vittorio .., per non parlare della chiesa di sant’Uberto , anche qui con la sua luce abbacinante…ma per venire ad ambienti meno aulici, più laici e quotidiani, accenniamo convinti all’atrio del palazzo Provana di Collegno, più volte citato nel nostro lavoro, dove la magia del soffitto guariniano conquista e rapisce nel vero senso della parola.. Ma l’elenco potrebbe continuare.

Cosa rappresenta secondo la tua sensibilità ed esperienza visiva e storica, il gusto e la rappresentazione architettonica di un periodo ?

A mio modo di vedere il Barocco nella sua interezza supera la forzatura del dualismo bello- bellezza e si butta con tutto il suo peso da una parte. Mi spiego meglio. Se è vero che il Bello ha un significato più vasto della Bellezza, la quale si riferisce alla forma ed alle proporzioni, il Bello invece si rifà e si riferisce, si concentra su tutto quanto si pensa, si sente, si percepisce, insomma a quanto più ci emoziona. Qui sta il Barocco!

Tra i Palazzi che racconti c’è ne uno che prediligi e quale ritieni abbia una storia che non possiamo dimenticare?

Avendo studiato ed approfondito più di una, quarantina di Palazzi,- a quel che vedo cosa piuttosto rara ed inconsueta, verrebbe spontanea la risposta tradizionale che le proprie creature sono tutte belle ed apprezzate, amate allo stesso modo. Ma poi si sa che non è così: interessanti lo sono tutti i palazzi trattati, per la storia, che ognuno si porta dietro. Tanto quelli pubblici, istituzionali, quanto, e forse più, i palazzi civili, privati.

Potrei, vorrei potermi soffermarmi su ogni uno, non solo per non far torto ma per valorizzare la ricchezza di fatti , eventi, misteri, sorprese che ognuno nasconde e svela! Ma volendo rispondere alla domanda: tuffiamoci. Palazzi pubblici: un ex- aequo. Palazzo del Collegio delle Provincie, voluto dal Duca in Piazza Carlina ed affidato alla maestria del Vittone e l’austero ma affascinante Archivio di Stato nato dal genio di Juvarra.

Palazzi civili, privati. Anche qui un ex- aequo. Invito tutti in via santa Teresa 20, ad ammirare ed a farsi rapire dell’atrio gauriniano di Palazzo Provana di Collegno, ex aequo con il quasi sconosciuto Palazzo Orsini di Rivalta, con la sua magica scala originalissima, attribuita allo Juvarra, accessibile da piazza Emanuele Filiberto 13.

Attribuisco anche un premio speciale fuori concorso: Palazzo Gay di Quart, alla memoria di Aronne Colombo, che lo acquisì nel dopoguerra per la sua natura di palazzo da reddito: il Palazzo contiene e conteneva ben 55 unità abitative. Forse non mirava al Barocco ma alla rendita, ma il suo coraggio di piccolo operatore che pensa in grande va premiato.

Il libro è reperibile presso queste librerie della città: Libreria Borgo Po, libreria Luxemburg, libreria Claudiana, libreria Binaria, Camera, Centro Italiano per la Fotografia, edicola Maximilian.

Pino Bonino, dottore in economia, è stato consulente per l’organizzazione aziendale. Tra le sue molte passioni l’architettura e la storia tra il sei e settecento piemontese.