Anche questa edizione è servita a salvare quel ragazzino che leggeva, quello che il tempo ha conservato dentro ad ognuno intatto; curioso, allegro, la cui risposta alle difficoltà sono, come ha detto con assoluta precisione Zadie Smith, le persone e i libri.
Per cinque giorni il Salone Internazionale del Libro trasforma Torino in una comune editoriale temporanea: i grandi gruppi occupano attici di cartongesso con moquette istituzionale e luci da convention bancaria, tutti all’Oval, mentre la microeditoria indipendente sopravvive in cubicoli che sembrano progettati da Kafka durante uno sciopero dell’Ikea.
Tutti però condividono la stessa aria rarefatta, lo stesso brusio continuo e la medesima struggente speranza di vendere. Una forma di comunismo culturale involontario: il Premio Strega e il debuttante assoluto finiscono negli stessi bagni, livellati da una promiscuità cartacea che ha qualcosa di profondamente democratico e vagamente umiliante.
Ci si aggira tra i padiglioni come superstiti di un culto misterico, travolti da scolaresche armate di zaini e professori. A un certo punto, tra il terzo dibattito sul destino dell’Occidente e il quarto panel sul trauma generazionale raccontato attraverso i funghi fermentati, il cervello comincia a perdere aderenza alla realtà. È lì che si manifesta il vero spirito del Salone: non una fiera, ma una saturazione sensoriale organizzata.
Guccini, in fondo, l’aveva già spiegato meglio di tutti: “Ombelico di tutto mi spinge ad un singhiozzo ed a un rutto”. Ecco, il Salone produce esattamente quella reazione fisica. Superato il terzo padiglione, il corpo entra in una dimensione nuova, dove l’altissima speculazione intellettuale convive con il panino al salame pagato come un derivato finanziario e dove l’unica certezza metafisica rimane la fila per il bagno.
Perché la vera cifra stilistica della manifestazione è il troppo. Il Salone non seleziona: accumula. È l’horror vacui applicato all’editoria. Troppe voci, troppi libri, troppi incontri, troppi podcast registrati in diretta da persone che parlano con il tono di chi sta annunciando la caduta dell’Impero romano mentre in realtà stanno recensendo un memoir nordico sulla panificazione emotiva. Ogni stand emette parole, ogni autore firma qualcosa, ogni corridoio genera un dibattito spontaneo sulla crisi della democrazia liberale davanti a una pizzetta fredda.
Muri di carta ti osservano con l’espressione severa del creditore. Ti ricordano che non avrai abbastanza tempo per leggere tutto, abbastanza soldi per comprare tutto né abbastanza scaffali per fingere di aver letto tutto. A fine giornata ci si trascina fuori dal Lingotto con sei volumi sotto il braccio, due sensi di colpa nuovi e la vaga consapevolezza di aver acquistato almeno un libro solo per la copertina e per non aver ceduto alla tentazione di comprarlo sul web.
Eppure accade qualcosa di inspiegabile. Nonostante la labirintite da stand e la costante paura di incontrare qualcuno che ti chieda “allora, cosa stai leggendo in questo periodo?” — domanda che al Salone assume il peso di un interrogatorio della Santa Inquisizione — scatta una forma di sindrome di Stoccolma editoriale.
Il Salone resta una festa a cui è ontologicamente impossibile mancare. Non esserci non significa perdere un evento: significa sparire dal radar simbolico della specie lettorante. Il rito richiede presenza, testimonianza, possibilmente fotografia con autore destinata ai social. E Torino, nel frattempo, osserva tutto questo con l’ambivalenza tipica delle città che amano senza concedersi mai completamente. Il Lingotto diventa un’isola sospesa sopra la vita normale: fuori il caos, dentro, invece, si discute del futuro della civiltà occidentale in piedi in cerca di un posto per sedersi.
I tram si riempiono di persone che pronunciano “narrazione” almeno sette volte nella stessa frase. I caffè storici diventano sale negoziali per diritti d’autore e crisi esistenziali. L’aria stessa sembra caricarsi di una futilità importantissima, quella speciale elettricità che solo Torino sa produrre.
E quando si crede che sia finita, Torino rilancia con il Salone Off. Perché la città non conosce moderazione: invade librerie, mercati, circoli bocciofili, carceri, farmacie, retrobottega. Ovunque qualcuno piazza due sedie e un microfono, compare inevitabilmente uno scrittore pronto a parlare.

Alla fine si torna a casa esausti, svuotati, con i piedi distrutti e la carta di credito ridotta a un documento commemorativo. Eppure felici. Perché il Salone del Libro è un meraviglioso incubo collettivo: una macchina celibe, bulimica e affettuosa che ti spinge e respinge col suo caos, ti dissangua con i prezzi, poi senza chiederti il permesso, ti convince che l’anno prossimo ci sarai di nuovo. Torino fa così: ama male, però insinua addosso una specie di nostalgia ostinata, dolce amara, che ti obbliga a ritornare l’anno seguente.
Anche questa edizione è servita a salvare quel ragazzino che leggeva, quello che il tempo ha conservato intatto: curioso, allegro, la cui risposta alle difficoltà sono, come ha detto con assoluta precisione Zadie Smith, le persone e i libri.
Pier Sorel

