A Bruxelles si discute di competitività. A Parigi, negli stessi giorni, qualcuno prova a ridefinirne il significato. Non come semplice questione di mercato interno o politica industriale, ma come esito di un’architettura democratica capace di reggere le pressioni geopolitiche e gli squilibri interni all’Unione.

Questa la linea emersa dal 4° Congresso di Eumans, riunito il 6 e 7 febbraio alla Maison de l’Europe de Paris. Un appuntamento che ha assunto il tono di una contro-agenda rispetto al vertice “informale” dei Capi di Stato e di Governo: non una contestazione del merito, ma del metodo.

Il bersaglio implicito è l’intergovernativismo come paradigma quasi esclusivo della costruzione europea. Per Eumans, la stagione delle sole mediazioni tra governi non basta più. L’Unione, se vuole ambire a un ruolo geopolitico credibile, deve investire in una dimensione democratica sovranazionale che renda i cittadini parte attiva del processo decisionale, non semplici destinatari delle sue conseguenze. «Per parlare seriamente di competitività bisogna parlare anche di democrazia», ha dichiarato Marco Cappato, copresidente insieme a Djémila Boulasha. La tesi è che il principale ostacolo alla rimozione delle barriere nel mercato interno non sia soltanto tecnico o normativo, ma politico: l’incapacità dell’Unione di far emergere un interesse generale europeo capace di controbilanciare governi e gruppi di pressione.

Da qui la proposta — destinata a far discutere — di istituire un’assemblea permanente di cittadini estratti a sorte a livello europeo. Non un organo simbolico, ma uno spazio strutturato di deliberazione capace di affiancare le istituzioni rappresentative e introdurre una forma stabile di partecipazione civica transnazionale. L’obiettivo è ambizioso: trasformare la democrazia europea da evento elettorale periodico a processo continuo.

Se il metodo è il terreno teorico, le campagne per il 2026 ne rappresentano la traduzione operativa. La prima riguarda la difesa della Corte Penale Internazionale, ritenuta sotto pressione a seguito delle sanzioni adottate da Stati Uniti e Russia.

Eumans sollecita la Commissione europea e la sua presidente, Ursula von der Leyen, ad attivare il “blocking statute”, lo strumento che consentirebbe di neutralizzare gli effetti extraterritoriali delle sanzioni. La posta in gioco, nella lettura del movimento, non è solo giuridica: è la credibilità dell’Unione come garante globale dello Stato di diritto. Difendere la Corte significa riaffermare un principio cardine dell’ordine internazionale liberale — che nessuno è al di sopra della legge — e, al tempo stesso, consolidare l’identità geopolitica europea.

La seconda direttrice strategica guarda al futuro tecnologico del continente. L’“Intelligenza Artificiale Civica” proposta da Eumans non si limita alla regolazione dei rischi, ma ambisce a ridefinire la governance dell’IA in chiave democratica. Tra le iniziative annunciate: la creazione di Democracy Data Commons, infrastrutture di dati di proprietà dei cittadini; un “Civic Assistant” basato sull’IA per rendere comprensibili e accessibili i meccanismi decisionali dell’Unione; e l’estensione dei sistemi di identità digitale eIDAS alla partecipazione democratica, con l’obiettivo di coniugare sicurezza, inclusione e trasparenza. In controluce, emerge un’idea precisa: le tecnologie non sono neutre. Possono accentrare potere o redistribuirlo. Possono rafforzare oligopoli pubblici e privati o diventare strumenti di emancipazione civica. L’Europa, sostiene Eumans, deve scegliere.

Marco Cappato

Il Congresso parigino non si è limitato a elencare campagne. Ha tentato di articolare una visione: la competitività economica, la capacità di difesa e il peso geopolitico dell’Unione dipendono dalla solidità della sua infrastruttura democratica. Senza un investimento strutturale nella partecipazione civica e nello Stato di diritto, ogni strategia industriale rischia di poggiare su fondamenta fragili.

Mentre a Bruxelles si lavora sui dossier, da Parigi arriva dunque un messaggio più radicale: l’Europa non può essere solo un coordinamento di esecutivi nazionali. Deve diventare uno spazio politico condiviso, in cui la sovranità non si esercita soltanto nei Consigli europei, ma prende forma in una sfera pubblica paneuropea ancora da costruire.

Una sfida di lungo periodo, che sposta l’asse del dibattito: dalla competitività come obiettivo tecnico alla democrazia come condizione strategica.