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Ci sono notizie che in Italia non arrivano. Per esempio su Trump e i gay.

Pubblicato da alle 18:07 in Economia, Eventi, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Ci sono notizie che in Italia non arrivano. Per esempio su Trump e i gay.

Trump paladino dei gay — Ci sono notizie americane—anche di peso—che non possono essere riprese in Italia. In parte, può essere che i corrispondenti dagli Usa non abbiano voglia di scriverle. Ma anche quando giungono in redazione, se non rientrano nella “narrativa” precostituita è difficile trattarle. Richiedono tempo e spazi extra che forse non ci sono per spiegarle correttamente ai lettori. Altrimenti potrebbero farsene un’idea sbagliata… Il 19 febbraio, quando l’amministrazione Trump ha annunciato un’iniziativa globale per sconfiggere—sì—la criminalizzazione dell’omosessualità, i giornali italiani hanno ritenuto di non riferire della novità. Erano appena stati arrestati i genitori di Renzi e il Movimento 5 Stelle era sembrato spaccarsi per risparmiare un processo a Salvini. Poteva anche bastare così. Il giorno dopo poi, beh, era già una notizia “vecchia”. Del resto, anche la copertura Usa è stata scarsa, forse per la sorpresa. La NBC News—uno dei principali TG serali—ha titolato: “Amministrazione Trump lancia iniziativa globale per fermare la criminalizzazione dell’omosessualità” e il Washington Post ha offerto a denti stretti: “L’amministrazione Trump vuole aiutare la popolazione LGBTQ all’estero”, impiegando una sigla che cresce di una lettera ogni volta che si aggiunge una variante sessuale. Per ora sono: “Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender e Queer”. L’iniziativa sarà guidata da un diplomatico, l’Ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell, un omosessuale conservatore in auge nell’amministrazione. Ha subito convocato a Berlino attivisti gay—et al.—da tutta l’Europa per “strategizzare” insieme. Nell’annunciare l’incontro, Grenell ha citato l’impiccagione a gennaio nell’Iran di un uomo accusato di avere violato le leggi del Paese che vietano la sodomia. “Esecuzioni pubbliche barbare sono fin troppo comuni nel Paese, dove i rapporti omosessuali consensuali sono criminalizzati e punibili con la fustigazione e la morte”, ha detto Grenell, aggiungendo che, “i politici, l’ONU, i governi democratici, la diplomazia e la brava gente ovunque dovrebbero farsi sentire, e a voce alta”. La strategia per promuovere la depenalizzazione è ancora incerta, ma si fa sapere che, oltre all’Onu, coinvolgerebbe i paesi membri dell’Ocse in Europa, come anche altri stati che hanno già concesso i diritti ai gay—diritti ancora negati in 72 paesi attorno al globo. Citando l’Iran, Grenell ha dato una mano alla stampa liberale americana, fornendo una potenziale motivazione negativa per la mossa. Per la NBC, “è possibile che l’amministrazione possa vedere l’enfasi sul trattamento degli omosessuali come una leva per persuadere l’Europa ad appoggiare lo sforzo per il contenimento dell’Iran”, una motivazione che la stessa testata concede: “metterebbe però sotto stress i rapporti con gli alleati arabi che Trump vorrebbe invece con se”. Trump è uno svitato, ma quando si tratta di togliere l’erba da sotto i piedi dell’opposizione si rivela un genio. Gli oppositori stanno ancora annaspando, ridotti a sbraitare, come si legge in un titolo della rivista gay Out, che: “Il piano di Trump per legalizzare l’omosessualità è un vecchio trucco razzista”. Secondo la rivista, “l’atteggiamento iraniano contro i gay si è comunque ammorbidito negli ultimi tempi”. Non citano la recente impiccagione. Courtesy James...

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TAV: perché non è solo una questione di trasporti.

Pubblicato da alle 12:28 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page | 0 commenti

TAV: perché non è solo una questione di trasporti.

In Svizzera cominceranno entro l’anno gli studi per portare i binari di AlpTransit da Lugano al confine con l’Italia. Intanto, a Roma si discute all’infinito sulla costruzione della tratta che unirebbe il nord del Paese al tracciato Lisbona – Kiev. Il confronto non potrebbe essere più illuminante. L’Italia preferisce l’alleanza con la Cina: quando deve scegliere tra Oriente e Occidente, il governo italiano di oggi non ha dubbi.  Corriere del Ticino e Corriere della sera, 8.3.2019 | © Luca Lovisolo Il confronto tra la prima pagina del quotidiano svizzero Corriere del Ticino e quella dell’italiano Corriere della sera dell’otto marzo non potrebbe essere più illuminante. Mentre in Italia si discute all’infinito sulla costruzione di una tratta ferroviaria che unirebbe il nord del Paese al tracciato Lisbona – Kiev e in prospettiva verso la Cina, la Svizzera dà il via agli studi per prolungare la tratta ferroviaria veloce AlpTransit da Lugano, dove arriverà nei prossimi mesi, fino all’estremo sud del Paese, al confine con l’Italia. AlpTransit non è una ferrovia ad alta velocità in senso tecnico, è un tracciato più veloce e parallelo, rispetto alla gloriosa Ferrovia del Gottardo. La vecchia linea non regge più i volumi in transito e obbliga i treni a salire alla quota di 1150 metri, attraverso un tortuoso percorso che rappresentò, quando fu realizzato, nella seconda metà dell’Ottocento, un capolavoro d’ingegneria, con i suoi ponti e le gallerie elicoidali. La nuova ferrovia, già oggi in esercizio sul troncone centrale, entra in un tunnel lungo 57 chilometri poco a nord di Bellinzona ed esce ad Erstfeld, a 80 chilometri da Zurigo. Ha ridotto drasticamente il tempo di percorrenza tra due importanti città svizzere, cambiando la vita a molti pendolari e incentivando l’industria turistica, oltre al traffico merci. In aggiunta, è un asse di trasporto essenziale tra nord e sud Europa. A fine anno entrerà in funzione il troncone che unisce, quasi totalmente in sotterranea, Lugano a Bellinzona. I tempi di viaggio complessivi si accorceranno di un’altra ventina di minuti e vi sarà anche un sensibile vantaggio per la mobilità all’interno del Canton Ticino. Nei giorni scorsi è stato annunciato che entro fine 2019 cominceranno gli studi per portare i binari di AlpTransit da Lugano fino al confine con l’Italia. Gli studi saranno pronti nel 2025: gli aspetti di cui tenere conto sono molti, anche di carattere ambientale, su un terreno geograficamente difficile e limitato (il territorio svizzero da Lugano al confine di Chiasso è una striscia densa di rilievi e larga pochi chilometri). Vi saranno discussioni e dibattiti, ma si può essere ragionevolmente certi che l’opera si farà, e si farà, come è già stato per il resto della tratta, senza chiedere soldi a nessuno, neppure ai Paesi confinanti, che pur beneficeranno indirettamente dell’opera. La consapevolezza ecologica, in Svizzera, è proverbiale: eppure, le opere si realizzano. Quando AlpTransit arriverà a Chiasso, c’è da prevedere che ci si troverà nella situazione seguente: chi partirà da Milano impiegherà ancora, come oggi, da 45 a 90 minuti circa, oltre i frequenti ritardi, per compiere i 50 chilometri che separano il capoluogo lombardo dal confine svizzero, a dipendenza del treno scelto; da Chiasso in poi viaggerà su una delle infrastrutture ferroviarie più moderne d’Europa, costruita, per ironia della sorte, con la partecipazione di non poche imprese e maestranze italiane. Le...

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Car colors. I misteri del bianco.

Pubblicato da alle 15:55 in Economia, MotorInsider, Prima pagina | 0 commenti

Car colors. I misteri del bianco.

La Vauxhall ‘Prince Henry’ Sports Torpedo, del 1914, è generalmente considerata la prima vera macchina sportiva, una “bomba” da 25 cavalli. Era bianca. Da allora, il bianco perlopiù va bene per le ambulanze, come il nero per i carri funebri. Fino, cioè, ai tempi recenti. Ora, negli Stati Uniti – che per le dimensioni del mercato tendono a dettare legge nel marketing automobilistico – nero e bianco sono di gran lunga i due colori più popolari per le auto di tutti i tipi. Secondo dati della rete nazionale CarMax, nel periodo 1/12/2017-30/11/2018, oltre il 40% delle vetture vendute negli Usa sono state o nere o bianche. Insieme con la soluzione di compromesso, il grigio, il terzo colore automobilistico più popolare, si arriva appena sotto il 60% di tutte le auto vendute. Andando per tipo di carrozzeria, è possibile pensare che almeno per le macchine sportive potrebbero andare dei colori meno sottomessi – poniamo un bel rosso fiammante – ma non è così. Il nero domina in maniera pesante i segmenti coupé, berlina a quattro porte, decappottabili e sportive. Il bianco regna invece per le camionette, i minivan, e le station wagon – i mezzi scelti per i ruoli percepiti come d’utilità, come i taxi in Italia. L’unica macchina italiana a figurare nella lista delle “best seller” americane – la Fiat 500L – si vende meglio nel colore “verde bosco”, la scelta del 14% degli acquirenti della vettura. Ovviamente esistono ancora i veicoli dai colori più vivaci, ma la distribuzione geografica delle vendite di questi è controintuitiva. Le auto rosse si vendono meglio in assoluto nello Utah, lo stato dei Mormoni, con circa il 12% del mercato locale. Le auto arancioni (sì) invece vanno meglio nello sperduto stato di Nebraska, mentre in California un quarto di tutte le macchine vendute è di colore bianco. Le mode e i gusti nazionali negli Usa non nascono nello Utah o nel Nebraska. Una volta gli americani erano noti – quasi famosi – per una sorta di debolezza nazionale per i colori sgargianti, o almeno “poco severi”. Pare non sia più così. Courtesy James...

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La fuga dei cervelli in Scandinavia, tra i feroci Vichinghi e gli Abba.

Pubblicato da alle 12:16 in Economia, Musica, Prima pagina | 0 commenti

La fuga dei cervelli in Scandinavia, tra i feroci Vichinghi e gli Abba.

La Scandinavia non è come il resto del mondo. Oscilla tra i feroci razziatori vichinghi e gli Abba, il gruppo pop più blando e di maggiore successo di tutti i tempi. Hanno venduto oltre 400 milioni di dischi. Cos’è intervenuto tra i due episodi? I “rimasti a casa” — Oltre all’occasionale cenno alla “fuga dei cervelli” che scappano all’estero, l’attenzione in Italia alla migrazione è quasi completamente focalizzata sull’impatto domestico dei nuovi arrivati in Patria. Il tema è molto politico e molto emotivo. Per considerarlo con serenità, forse è utile estraniarci, guardando all’esperienza di una parte “non mediterranea” dell’Occidente. Tra il 1850 e il 1920 l’allora miserevole Scandinavia perse il 25% dei suoi abitanti, fuggiti all’estero in cerca di lavoro e—in fondo—di qualcosa da mangiare. L’epoca tra i due secoli vide molti esodi del genere, con interi popoli in movimento, ma i dati migliori sono quelli dei pignoli paesi nordici. Ora l’economista svedese Anne Sofie Beck Knudson, dell’Università di Lund, in un recente studio—“Those Who Stayed: Individualism, Self-Selection and Cultural Change during the Age of Mass Migration”—ha riaperto quegli archivi per esaminare l’effetto a lungo termine dell’ esodo su quelli rimasti a casa. Secondo un’ipotesi comunemente accettata, ad emigrare sono perlopiù le persone dal carattere più individualista, quelli che—in termini economici “soffrono un costo minore” nell’abbandonare i loro rapporti sociali pre-esistenti. La studiosa si è posta l’interessante problema di vedere quale fosse l’impatto quando un paese perde in maniera massiccia la parte della popolazione più portata alle iniziative individualistiche, ipotizzando che con l’uscita dei più attivi crescesse il relativo peso degli abitanti stanziali, rendendo pertanto la nazione mediamente più conformista e omogenea—e dunque socialmente più incline al collettivismo e al conformismo sociale. Però, mentre era relativamente facile contare il numero di individui che partivano, non era altrettanto semplice dire quanto questi fossero di più o di meno propensi all’individualismo, specialmente su larga scala. Qui la ricercatrice ha impiegato una forma di jujitsu accademico, utilizzando come indice dell’inclinazione anti-conformista la tendenza di dare nomi insoliti ai propri figli… In altre parole, l’assunto era di supporre che più fossero statisticamente rari i nomi della prole, allora più tendenti all’anticonformismo sarebbero stati gli ambiti familiari in cui quei nomi venivano scelti. Partendo da dati sugli emigrati dalla Svezia, la Norvegia e la Danimarca nel periodo citato, la Knudson ha ottenuto risultati che indicherebbero come: “…gli individualisti avevano una maggiore probabilità di emigrare che non i collettivisti, e che i paesi scandinavi sarebbero oggi più individualistici e più culturalmente diversi se l’emigrazione non fosse mai avvenuta”. Ciò in quanto il cambiamento culturale che si è verificato in questi paesi: “è stato sufficientemente profondo da lasciare un impatto a lungo termine sulla cultura scandinava contemporanea”. I risultati saranno controversi—specialmente in vista dell’implicazione che i paesi diventino più disposti al collettivismo in rapporto a quanto manchi gente disposta ad agire in proprio pur di migliorare la loro condizione di vita. Forniscono però un’intrigante ipotesi per spiegare come mai la Scandinavia, che una volta esportava principalmente dei brutali razziatori vichinghi, è oggi più nota per le tranquille socialdemocrazie, le fotomodelle bionde e la produzione di mobili in legno chiaro. Courtesy James Hansen...

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Il business match si contende sui tavoli dei Ronchiverdi.

Pubblicato da alle 16:37 in Economia, Fashion, Innovazione, Prima pagina | 0 commenti

Il business match si contende sui tavoli dei Ronchiverdi.

Tutti a tavola. Ma l’incontro, per il momento, non prevede cibo alcuno. Commensali solo per dieci minuti poi il suono di un gong a separare. Discorsi fitti e rapidi, dove si parte dandosi del lei e si finisce salutandosi con un amichevole tu. La sede è un noto club filo fiume dove lo sport può coniugarsi bene con il business e non si deve far finta che non sia così, suggerisce Massimo Di Conza, responsabile marketing della struttura. Siamo alla prima edizione del Business Match e a organizzarlo è il club Ronchiverdi. L’idea, ci dice, è di far incontrare in modo informale ma utile i manager di importanti imprese cittadine. Seduti uno di fronte all’altro, appena divisi da un piccola rete da tennis, sapranno o riusciranno a trovare punti di contatto? Da buoni piemontesi non si sbilanciano anche se, ascoltandoli, apprezzano l’iniziativa, il lato giocoso come quello di possibili opportunità. I convocati erano venticinque, tra questi  Gobino, Torino Fc, Jmedical, Fiat Auxilium, Sparea, Raspini, Leone Pignatelli, Vergnano, solo per citarne alcuni. Va detto che tutto il personale del club sfoggia un invidiabile vestito di Pignatelli e il caffè Vergnano ha la propria postazione all’interno della zona relax. Madrina della manifestazione la grande coppa della Champions League, copia certificata di quella di Barcellona 2015, portata dall’ex calciatore della Juventus e della Nazionale Ciro Ferrara, testimonial d’eccezione del match. La pausa pranzo è consegnata nelle mani a stella dello chef Marcello Trentin, titolare del ristorante Magorabin, che contribuisce alla buona riuscita per via di gusto, inchiodando i palati alla meraviglia di un risotto su cui troneggia una pagoda di tartufo nero. I Rochiverdi si preparano a trasformarsi in un luogo d’incontro dal concept rinnovato, sport, bien vivre, un lusso non troppo ostentato e da febbraio i quattro cerchi dell’Audi sono il nuovo sponsor mentre si pensa di far diventare il business match un evento a cadenza...

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Demografia. La popolazione umana è in via di stabilizzazione.

Pubblicato da alle 10:05 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Demografia. La popolazione umana è in via di stabilizzazione.

L’implosione — Che la popolazione mondiale stia “esplodendo” è un concetto talmente ripetuto e riaffermato negli ultimi decenni—anzi, nei secoli—che è difficile rendersi conto che non sia più così. L’allarme fu suonato per la prima volta dal pastore anglicano inglese Thomas Robert Malthus nel 1798 con la pubblicazione del suo “Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società”. Sostenne che l’incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terre sempre meno fertili, portando dunque a terribili carestie, poiché la popolazione tenderebbe a crescere in progressione geometrica, mentre la disponibilità di alimenti crescerebbe invece in progressione aritmetica. Vedeva la questione in termini morali: un meccanismo imposto da Dio per insegnare agli umani i comportamenti virtuosi. Proponeva la castità come soluzione all’eccessivo incremento della popolazione. I fatti a lungo dettero ragione al pessimismo di Malthus e della sua “trappola maltusiana”. La popolazione umana della Terra è oggi stimata in poco meno di 7,7 miliardi, un’enormità. Ci sono voluti 200mila anni di storia umana (sempre a secondo di come si definisce “umano”) per raggiungere il primo miliardo di abitanti—e solo altri duecento anni per toccare i sette miliardi. L’onda di piena è però passata, e non da ora. Il punto di svolta risale al 1962, quando il tasso di crescita della popolazione mondiale si è invertito, entrando in declino. Cioè, da quasi sessant’anni la velocità dell’incremento sta rallentando e l’eventuale stabilizzazione del numero di persone che il mondo debba sopportare è in vista. La questione ora aperta dunque è dove si fermerà la popolazione globale. L’Onu, che nel pessimismo maltusiano ha quasi una raison d’etre, concede ormai che la corsa stia rallentando, ma tira alto stimando che la popolazione della Terra possa toccare gli 11,2 miliardi di abitanti a fine secolo. Altri demografi— influenzati particolarmente dai sorprendenti dati recenti del crollo delle nascite in Cina—prevedono un traguardo molto più vicino: 8,8 miliardi per l’anno 2070, seguito da un lento declino assoluto. Una relazione della Chinese Academy of Social Sciences ha recentemente segnalato un calo della fertilità che potrebbe portare al decremento della popolazione cinese ai livelli degli anni ‘90, passando dai circa 1,4 miliardi di oggi a 1,17 miliardi. In più, quella popolazione invecchierà, e di molto: il numero totale di anziani cinesi dovrebbe passare dai 240 milioni del 2017 ai 400 milioni nel 2035. La teoria di Malthus fu ripresa da altri economisti per ipotizzare l’esaurimento del carbone prima e del petrolio dopo, anche se gli eventi tardarono a verificarsi. Il concetto di “Peak Oil”, il picco della produzione petrolifera, è stato presentato nel 1956, ma—a causa dei numerosi miglioramenti intercorsi nelle tecniche estrattive—le previsioni disastrose non si sono ancora avverate. Il dibattito sulla visione maltusiana è antico. La maggior parte delle critiche s’incentrano sulla visione statica di Malthus della società umana che trascurava la possibilità di progresso sociale e specialmente tecnologico. Finché questi elementi fossero—o almeno sembravano—immutabili, allora la dinamica pessimistica reggeva, trovando forza anche nel dogma cristiano e occidentale dell’arrivo di un inevitabile “Giorno del giudizio”. Forse il suo arrivo è stato ancora prorogato. Courtesy James Douglas...

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587 chateaux turchi. Tutti finti, tutti vuoti, tutti identici.

Pubblicato da alle 11:44 in DOXA segnalazioni, Economia, I nuovi Shop, Prima pagina | 0 commenti

587 chateaux turchi. Tutti finti, tutti vuoti, tutti identici.

È noto che l’unica soluzione per certi errori degli architetti – e ancora di più per gli sviluppatori immobiliari che li assoldano – sia quella di “piantare edera” per mascherare il misfatto edilizio. A volte però le dimensioni del disastro vanno oltre i limiti della risoluzione vegetativa.  È il caso del gigantesco progetto di cui si raffigura un piccolo squarcio – ancora umanamente comprensibile – nell’immagine che appare qui sopra. Volendo sorbire appieno il terribile aspetto spettrale del posto, si consiglia la più ampia visione da drone, visibile qui. I finti chateaux francesi – tutti vuoti, tutti identici, ognuno sul proprio francobollo di terreno da 324 mq – che costituiscono il desolato villaggio residenziale di Burj Al Babas Villa sono per il momento 587. Il progetto si trova vicino al paese di Mudurnu, a circa metà strada tra Istanbul e Ankara nella Turchia settentrionale. Le unità immobiliari – tutte con la stessa torretta tonda all’angolo e un’altra torretta quadrata sopra la porta principale – a progetto completato dovrebbero essere 732, ma l’esito è improbabile, vista la bancarotta del costruttore, il Gruppo Sarot, una delle più catastrofiche che il Paese ricordi. Le unità sono tutte indipendenti e realizzate in una sorta di neogotico francese da fumetto, in teoria ispirato al Castello di Chenonceau nella Loira, una volta residenza di Caterina de’ Medici, la regina consorte di Francia nella seconda metà del 16° secolo. Come in ogni grande bancarotta che si rispetti, le cause della catastrofe – oltre all’aspetto tremendo del progetto – sono controverse. In un’intervista all’Agenzia Bloomberg, qui, il Presidente del Gruppo Sarot, Mehmet Emin Yerdelen, ha dato la colpa agli acquirenti, perlopiù arabi dei Golfo, che al momento di pagare la nuova proprietà non volevano più saldare il conto… Yerdelen non dispera però: “Dobbiamo vendere solo altre cento ville per coprire i debiti. Credo possiamo superare la crisi in quattro o cinque mesi, per inaugurare parzialmente il progetto entro il 2019”. Courtesy James Hansen Nota...

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Michelangelo Pistoletto in campo per Biella “Città creativa Unesco”.

Pubblicato da alle 11:18 in .Arte, Economia, Prima pagina | 0 commenti

Michelangelo Pistoletto in campo per Biella “Città creativa Unesco”.

Continua il percorso di avvicinamento della Città di Biella alla candidatura “Città creativa Unesco”. In attesa della call prevista per la primavera di quest’anno, la Città di Biella, in collaborazione con Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e Fondazione Pistoletto, ha organizzato un incontro pubblico, in programma il prossimo 31 gennaio, a Palazzo Gromo Losa, a partire dalle ore 10,00. L’incontro servirà per riprendere il filo dei molti progetti avviati nei mesi scorsi e, inoltre, permetterà a Biella di confrontarsi con alcune delle città creative italiane già inserite nel circuito Unesco, con le quali occorrerà stringere rapporti di collaborazione. “In questi mesi il management team sta lavorando alla predisposizione delle linee guida e dei progetti che verranno inseriti nel dossier di candidatura, l’obiettivo è quello di coinvolgere l’intero territorio, con le sue eccellenze – ha spiega il sindaco Marco Cavicchioli – non solo lana, dunque, ma design, ambiente, enogastronomia, arte. Biella e il suo territorio hanno molto da dire, non solo nel campo del tessile. E la candidatura Unesco sarà certamente un’occasione importante per far meglio conoscere il Biellese al mondo”. E proprio l’arte e la sua capacità di rigenerare un territorio di lunga tradizione industriale, arricchendone le prospettive di sviluppo, sarà uno dei punti di forza della candidatura, grazie all’adesione entusiasta del maestro Michelangelo Pistoletto, che il 31 gennaio presenterà al pubblico il logo ufficiale della candidatura. “Cittadellarte Fondazione Pistoletto e il maestro Michelangelo hanno aderito, da subito, con convinzione, alla proposta di candidatura della Città di Biella – spiega il direttore Paolo Naldini – i nostri ambasciatori del Terzo Paradiso nel mondo hanno già sottoscritto un manifesto di sostegno e ci stiamo coordinando con il management team per selezionare i progetti più attinenti e capaci di portare valore aggiunto all’operazione”. Oltre alla valorizzazione e alla messa in rete dei numerosi progetti che il territorio ha già espresso in molte aree di intervento (dall’ambiente al sociale; dall’arte alla conservazione della memoria tessile passando attraverso formazione, sanità e benessere) la candidatura Unesco si sta rivelando un importante stimolo alla coesione territoriale dal momento che indirizza le migliori forze del territorio verso un obiettivo comune e soprattutto permette per la prima volta ai Biellesi di “vedersi dal di fuori” . “In poco tempo il distretto tessile ha messo in campo i propri contatti in ambito internazionale per raccogliere le lettere di sostegno necessarie alla compilazione del dossier – ha spiegato il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, Franco Ferraris, che, insieme al sindaco di Biella, ha capitanato l’iniziativa – abbiamo avuto riscontri entusiasti e significativi dai massimi organismi che governano non solo il mondo del tessile, ma anche quello delle Fondazioni bancarie e non solo, cito ad esempio la bella lettera di sostegno di Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri e della Fondazione Cariplo, la lettera di sostegno del Fai nazionale a firma del presidente Carandini e molte altre che stanno arrivando”. In particolare il Fai vede nella candidatura di Biella “tesa ad esaltare e a vivificare il settore tessile-manifatturiero a partire dalla relazione creativa con i luoghi, un percorso in totale sintonia con i nostri propositi e attività, che merita l’attenzione di Unesco”. Il Biellese si scopre dunque territorio non così isolato come vuole una vecchia tradizione, ma al contrario capace di intrattenere relazioni importanti e fare sistema riscrivendo...

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Smorzare il Sole. Si surriscalda il dibattito sul riscaldamentro globale.

Pubblicato da alle 16:02 in Economia, galleria home page, Innovazione | 0 commenti

Smorzare il Sole. Si surriscalda il dibattito sul riscaldamentro globale.

Smorzare il sole — Senza scendere nei meriti del dibattito sul riscaldamento globale, una certezza chiara è emersa. Mentre i ricercatori che se ne occupano restano convinti dell’apocalisse in arrivo, il momento politico per farci qualcosa sta rapidamente passando. Una lezione recente l’hanno impartita i gilet jaunes in Francia—rimandando tra i denti di Emmanuel Macron un aumento delle tasse per finanziare il passaggio a un’economia più “verde”. L’ha ribadita poi il Presidente polacco Andrzei Duda, che all’apertura della conferenza sul clima COP24 di Katowice—per l’appunto in Polonia—ha dichiarato che il suo Paese “non può rinunciare al carbone”. Al momento copre l’80% del fabbisogno energetico polacco. L’argomento parrebbe essere un altro di quei temi—come l’economia o l’immigrazione—in qualche modo “troppo grandi” per essere affrontati dai governanti del momento. Perfino i fedayyin dell’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’Onu che studia il cambiamento climatico, hanno dovuto cedere all’eresia e autorizzare un primo esperimento di geoingegneria che mira a vedere se sia possibile “smorzare il sole” con mezzi tecnologici per contrastare l’aumento delle temperature. Tentativi del genere sono stati lungamente osteggiati dagli attivisti che preferiscono intervenire attraverso una revisione del comportamento umano. Nella prima metà del 2019 invece, un’equipe di Harvard condurrà una prova sul campo nel sudovest degli Stati Uniti per confermare se si possa ridurre l’impatto riscaldante del Sole rendendo l’atmosfera marginalmente più riflettente ai suoi raggi. La natura stessa ha condotto una prova di fattibilità nel 1991, quando l’eruzione del vulcano Pinatubo nelle Filippine ha iniettato milioni di tonnellate di anidride solforosa nella stratosfera, creando una sorta di sottile foschia che ha bloccato una parte dei raggi solari in arrivo, abbassando la temperatura globale di circa mezzo grado. Per 18 mesi la Terra è tornata al clima dell’epoca pre-industriale. I ricercatori americani sperimenteranno una sostanza meno allarmante della molto reattiva anidride solforosa. Piccole quantità di carbonato di calcio, un ingrediente degli antiacidi come l’Alka-Seltzer e dei dentifrici, saranno portate nella stratosfera da palloni teleguidati che, una volta rilasciate le dosi—un etto ciascuno —torneranno sui propri passi per misurare la dispersione del particolato bianco. Il pericolo maggiore secondo molti osservatori—specialmente di chi si oppone alla ricerca di soluzioni “non sociali”—è che possa funzionare, perché è lì che casca l’asino politico. Inoltre, ad “abbassare il termostato” all’intero pianeta, è inevitabile che ci saranno popolazioni che si sentiranno derubate della propria luce solare o temeranno che qualche vicino possa appropriarsi della loro pioggia. Dovrebbero essere proprio gli Usa i primi a soffrirne, ma non basterà. Secondo alcune stime, il riscaldamento globale degli ultimi anni avrebbe migliorato la resa degli sterminati campi di mais americani di circa il 20%. In sé, l’esperimento è modesto, un punto di partenza. Uno dei ricercatori, la dr.ssa Zhen Dai, ha detto alla rivista Nature: “Non è poi una bomba nucleare”. Un’attivista dall’altra parte della barricata, il canadese Jim Thomas, ribatte che l’esperimento potrebbe “cambiare delle norme sociali” ed è pertanto “al dl là dei limiti accettabili per la scienza”. È, per dire, una bomba dopotutto. Courtesy James Douglas...

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Un nuovo Manifesto bussa alla porta dei cittadini d’Europa. Per cambiare le politiche della Ue.

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Un nuovo Manifesto bussa alla porta dei cittadini d’Europa. Per cambiare le politiche della Ue.

Manifesto per la democratizzazione dell’Europa Era il 1941, esattamente settantasette anni fa quando, posti al confino sull’isola di Ventotene, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, scrissero il Manifesto di Ventotene, il cui titolo originale è: “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”. Le basi di quella che è divenuta l’Unione Europea, infatti il Manifesto di Ventotene prefigurava la necessità di istituire una federazione europea dotata di un parlamento e di un governo democratico con poteri reali in alcuni settori fondamentali, come economia e politica estera. Quella di un’Europa unita e federale all’epoca era un’idea impensabile come la proposta di un nuovo corso politico per le sfide del futuro post-bellico, superabili solo con l’unione degli Stati europei. Il cuore utopico di quel pensiero ha trovato, incredibilmente, forma, per quanto parziale, nell’Unione Europea odierna. E forse proprio per salvaguardare quanto di buono c’era in quel progetto, a condizioni e tempi molti mutati che un nuovo Manifesto bussa alla porta dei cittadini europei. Si chiama “Manifesto per la democratizzazione dell’Europa”e, a firmarlo sono oltre 120 intellettuali, giuristi e responsabili politici di 16 Paesi europei, tra cui Thomas Piketty, un manifesto che negli intenti vuole cambiare “profondamente le istituzioni e le politiche” Ue.  Nel documento, pubblicato dal quotidiano francese Le Monde, i firmatari evocano la creazione di istituzioni maggiormente democratiche, come un'”Assemblea sovrana” che sia competente in materia di bilancio. Il Manifesto per la democratizzazione dell’Europa e l’insieme delle proposte sono disponibili sul sito tdem.eu. Questo il testo del Manifesto Noi, cittadini europei, provenienti da contesti e paesi diversi, lanciamo oggi questo appello per una profonda trasformazione delle istituzioni e delle politiche europee. Questo Manifesto contiene proposte concrete, in particolare un progetto per un Trattato di democratizzazione e un Progetto di budget che può essere adottato e applicato nella sua forma attuale dai paesi che lo desiderino, senza che nessun altro paese possa bloccare quanti aspirino al progresso. Può essere firmato on-line (www.tdem.eu) da tutti i cittadini europei che in esso si riconoscono. Può essere modificato e migliorato da qualunque movimento politico. Dopo la Brexit e l’elezione di governi antieuropeisti a capo di diversi paesi membri, non è più pensabile continuare come prima. Non possiamo limitarci ad aspettare le prossime uscite o un ulteriore smantellamento senza apportare cambiamenti radicali all’Europa di oggi. Oggi il nostro continente è preso tra i movimenti politici il cui programma è limitato alla caccia agli stranieri e ai rifugiati, un programma che ora hanno iniziato a mettere in atto, da un lato. Dall’altro, abbiamo partiti che pretendono di essere europei, ma che in realtà continuano a considerare che il duro liberalismo e la diffusione della concorrenza a tutti (Stati, imprese, territori e individui) sono sufficienti per definire un progetto politico. In nessun modo riconoscono che è proprio questa mancanza di ambizione sociale che porta alla sensazione di abbandono. Oggi, da un lato il nostro continente è intrappolato tra movimenti politici il cui programma si limita alla caccia a stranieri e rifugiati, programma che ora hanno iniziato ad attuare; dall’altro, vi sono partiti che si dichiarano europei, ma che in realtà sono ancora convinti che il liberalismo di base e la diffusione della concorrenza a tutti (Stati, imprese, territori e individui) siano sufficienti a definire un progetto politico. Non riconoscono in alcun modo che è esattamente questa mancanza di ambizione...

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