Il tema dell’identità agita da tempo chi abita Torino e questa città la immagina e la vive non solo come dormitorio o centro commerciale. La domanda regina è: quale identità oggi ha Torino? Ovviamente ognuno ha la sua risposta.
Parto con il mio ragionamento dalle quattro dimensioni dell’identità, altrimenti difficilmente ci capiremmo: Identità personale: Il senso intimo di chi siamo, la nostra storia, le scelte e i tratti del carattere cittadino. Identità sociale: Il ruolo che occupiamo nella società, le appartenenze culturali, il lavoro e le relazioni con gli altri. Identità fisica: I tratti corporei e biologici che ci rendono visibili nel mondo. Identità digitale: Come ci rappresentiamo e veniamo percepiti attraverso i profili online e i social media.
Decliniamo ora queste dimensioni su Torino, come fosse una persona fisica. L’identità personale cittadina è ancora ben visibile, nonostante anni di de-industrializzazione e apertura ai servizi avanzati (che però, studiando il Rapporto Rota ha prodotto una economia sostanzialmente immobile). Torino non è più la città della Fiat, della monoindustria, della catena di montaggio ma è comunque ancora una città fortemente gerarchica. La gerarchia interiorizzata, il lamento nascosto, il principio di autorità è quello che chi viene da fuori non riesce a capire. Perché a livello di storia e tratto cittadino, Torino rimane ancora una città più francese che italiana o mediterranea.
Come identità sociale il discorso si complica, e non di poco. Torino è la grande malata del Nord, seconda solo a Genova. L’asse industriale e del PIL viaggia ormai sulla Milano-Brescia-Bologna (MBB) con vista al Nord-Est. I legami con Milano o sono nulli o sono di semplice vassallaggio, e anche le province piemontesi o guardano alla Lombardia o vivono Torino come semplice vetrina a basso costo (vedi la Granda).
Sull’identità fisica percepita dal resto del mondo, Torino ha qualcosa da dire. La montagna rimane in parte attrattiva (nonostante margini di miglioramento valsusini enormi), l’architettura e il centro cittadino piacciono. Piace anche una mappa cittadina visitabile a piedi, piace un equilibrio fra gusto e prezzi accessibile soprattutto a chi viene dall’estero.
Infine l’identità digitale, ovvero come viene raccontata Torino dai nuovi e vecchi media. Qui il discorso si complica. Torino, a livello internazionale, ha quattro asset ben riconoscibili: musica (con KFF e C2C), Artissima, Salone del Libro, Juventus. Questi asset attirano persone dall’estero e portano ad un racconto di Torino. Nonostante le tante campagne di comunicazione stile “Torino Capitale di ogni cosa” – musica elettronica, calcio, arte, libri saranno ancora per molto le cose che portano in giro Torino nel mondo.
E quindi? Chi è Torino, chi siamo noi torinesi come identità collettiva? Siamo ancora lontani dal capirlo. E in questo momento posso dare una mia opinione, ma che è il risultato del mio punto di vista, della mia cultura, dei miei bias cognitivi. Certo Torino non è la Torino dei due punti (una città immaginaria progressista, radical chic, a misura di giunte di centro sinistra) e non è quella dei populisti di destra e sinistra (rispettivamente una futura Medina o una Belfast). Torino è una città che sta scivolando in un provincialismo sempre più tronfio delle proprie classi dirigenti, ma che nelle periferie ha ancora una anima punk e underground. Se l’Aerospazio e le tecnologie legate ad AI e Difesa saranno il nuovo Automotive ce lo dirà il tempo: ma proviamo ad antropoformizzare la città.
Torino è una signora sui quarant’anni ancora bella, con una famiglia benestante e un marito o moglie sistemati. Ma la sua vita borghese la annoia, e ricerca una via di sfogo o di fuga. Non vuole ancora abbandonare le comodità, le feste con i catering di Stratta, gli amici di Valsalice e i vernissage a Gallerie d’Italia. Tantomeno il conto al San Paolo. Ma avverte che il futuro bussa alle porte, e che è molto più eccitante dei weekend a Bardonecchia.
E’ quindi snob e stronza, ma pronta ad essere una compagna di fuga.
Dario Ujetto

