Fino a che punto ci si può spingere per fare intrattenimento? Come è possibile mantenere un’etica professionale e fare giustizia se c’è l’urgenza di fare ascolti? Qual è il limite che non si deve mai superare? Queste sono solo alcune delle domande che Primetime, primo lungometraggio di finzione del documentarista Lance Oppenheim, ci pone mentre assistiamo alla progressiva e inquietante discesa negli inferi di Chris Hansen, conduttore del controverso programma tv della NBC To Catch A Predator.

Presentato in concorso a Venezia 83, non è il solito biopic ma una reinterpretazione liberissima dei fatti e del personaggio Hansen, interpretato da un Pattinson diabolico e pieno di humour, che una volta di più cambia del tutto fisionomia, accento e postura sparendo del tutto nel suo ruolo. La storia inizia nel momento di maggior successo del programma, quando gli viene dato il primetime del titolo, cioè la fascia oraria più prestigiosa della tv generalista. Paradossalmente, da questo momento in poi Hansen inizia a perdere la testa, sempre più ossessionato dalla battaglia degli ascolti con Lost e i suoi celebri orsi polari e tormentato dal fallimento come marito e padre.

Nel tentativo di adescare il pesce grosso o, meglio, la “balena”, in uno stato vicino alla psicosi, supera il punto di non ritorno spostando sempre più in là l’asticella dell’accettabilità, fino a causare danni irreparabili a tutti quelli che lo circondano in un declino a valanga. Il suo programma, per chi non lo sapesse, consisteva infatti nell’adescare online predatori sessuali di minorenni per poi invitarli in una finta casa, dove li aspettava un attore professionista nei panni del minore con cui credevano di aver chattato. Tutto ciò era filmato da telecamere nascoste di cui l’appartamento-trappola era tappezzato mentre il malcapitato predatore veniva affrontato verbalmente da Chris Hansen in persona prima di essere arrestato. Non esattamente un modello di grande giornalismo.

Per Hansen nel film tutto ciò non è solo tv ma assume i tratti di una crociata contro un male assoluto e primitivo che sostiene di aver incontrato mentre era in India per indagare sulla scomparsa di alcuni bambini. Un male che vuole sconfiggere ad ogni costo e che lo porterà a perdere tutto a causa dell’assenza di limiti etici. Non è mai messo in dubbio, infatti, che sia giusto fermare i predatori sessuali. Solo il metodo: è vera giustizia umiliarli in prima serata?

Oltre alla linea narrativa del conduttore, c’è quella della sua produttrice, fiacca e superficiale nell’affrontare il suo dilemma professionale, perché cambia idea ogni cinque minuti con troppa volubilità e senza che si capisca mai cosa voglia davvero, rendendola perlopiù una macchietta. L’altra linea narrativa è quella dedicata a Decoy Dan (Esca Dan), uno degli attori professionisti che interpretano i finti minori, più approfondita e ironica nel raccontare il caro prezzo che si paga per entrare nel mondo dello spettacolo quando ancora si è degli emergenti sconosciuti e senza un soldo in tasca. Sono molto interessanti i risvolti morali che si trova ad affrontare mentre interpreta questi “ruoli” e che lo portano a farsi più di una domanda su quanto siano legittime le sue azioni e quanto stia effettivamente facendo l’attore.

L’aspetto più intrigante del film però non è la narrazione, che a volte pare un po’ sprecare l’occasione di scavare davvero a fondo per scegliere la strada più facile di rimanere col piede mezzo fuori e mezzo dentro, ma l’aspetto visivo, che lo eleva a un livello superiore alla media e rende il film magnetico. Vengono usati tantissimi formati diversi, immagini di altre immagini, digitale a bassa definizione, ci sono schermi di computer di inizio anni 2000, sgranature, scene in multicam (una sequenza è stata girata perfino con una telecamera usata per le colonscopie) e il tutto è acceso da un colore sfarzoso e innaturale volto ad amplificare gli stati emotivi alterati dei personaggi.

Oppenheim, per nulla interessato al realismo e alla precisione, molto spesso “rompe” l’oggettività dell’immagine tv per darci il primo piano “soggettivo” del personaggio coinvolto, fregandosene di riprodurre in toto le dinamiche del programma. L’opposto di quello che ci si aspetterebbe da un documentarista.

Edoardo Rosso