Dal 14 ottobre al 20 novembre, Torino ospita la XII edizione di Art Site Fest, intitolata Fare Storie Fare Mondi ideata e diretta da Domenico Maria Papa. La rassegna propone un viaggio multidisciplinare — tra arti visive, installazioni site-specific, teatro, musica e incontri — per esplorare il valore profondo della narrazione, dell’ascolto e della cura delle relazioni nei luoghi simbolo della città. La rassegna sembra fare proprio il celebre monito oraziano “De te fabula narratur” (la storia parla di te): ogni racconto non è mai una vicenda estranea, ma uno specchio in cui chi ascolta è chiamato a riconoscersi.

Abbiamo incontrato il suo ideatore per conoscere l’evoluzione di questo progetto, le ragioni che lo sostengono e il tipo particolare di offerta che mette a disposizione.

Quando nasce Art Site Fest, con quali intenti ?

Art Site Fest è una manifestazione nata nel 2014 con l’intento di utilizzare i linguaggi della contemporaneità — arti visive, performance, teatro, letteratura, musica — per abitare i luoghi della storia come residenze storiche, castelli, parchi, giardini, borghi. Per ogni edizione si è individuato un tema ampio e a partire dal tema scelto si è chiesto agli artisti e autori invitati di immaginare un’opera, un intervento, un evento per le sedi che ospitavano la rassegna. Si veniva a creare così un percorso attraverso le diverse discipline che si potrebbe definire site specific, per riprendere una formula cara all’arte contemporanea, ma che preferisco declinare piuttosto in site responsive. Più che un’opera che occupa uno spazio specifico, infatti, ci interessava avere un’opera sensibile al contesto, che non è mai mero spazio. Una dimora storica, un giardino, un brano urbano, sono fatti sì di architetture, edifici, luoghi fisici, ma anche di usi, persone che li frequentano o che ci lavorano. Ogni luogo presuppone una storia che ci parla in qualche modo, anche se non conosciamo a fondo gli eventi che lì sono accaduti. Configura un processo di trasformazione che è sempre in corso, un complesso percettivo che cambia con le stagioni, le epoche e così via.

Nel corso delle diverse edizioni, abbiamo così coinvolto decine di artisti e autori. Attraverso i loro occhi, la loro sensibilità abbiamo potuto rileggere dei luoghi o anche scoprirli. Abbiamo restituito ad essi una voce. Stando bene attenti a sottolineare che la voce che noi ascoltavamo non era mai l’unica voce con la quale quel luogo ci parlava.

Chi sono gli artisti coinvolti?

Per lo più abbiamo coinvolto artisti delle più giovani generazioni per avere uno sguardo attento alle istanze più attuali, ma spesso abbiamo chiesto la collaborazione di studiosi affermati, il contributo di autori già riconosciuti. La possibilità di modulare il programma ogni volta attraverso generazioni diverse, penso sia stata un’altra importante risorsa.

Dove avete ambientato il festival?

Abbiamo lavorato tra il Piemonte e la Valle D’Aosta. Ci hanno ospitato sedi come l’Archivio di Stato di Torino, Il Museo Nazionale del Risorgimento, la GAM, Palazzo Madama Palazzo Chiablese, il Castello Gamba (AO), Castello di Moasca (AT), Castello di Moncalieri (TO), Castello di Ussel (AO), Circolo dei lettori (TO), Precettoria di Ranverso (TO), Reggia di Venaria Reale (TO), MAO Museo di Arti Orientali (TO), Parco delle Vallere di Moncalieri, Centro storico di Moncalieri, Cinema Massimo e Museo del Cinema, Castello di Buronzo, Castello Cavour di Santena, Casa Martini – Museo enologico, Castello di Masino (TO), Museo Lavazza, Heritage Lab di Italgas, Museo Archivio Reale Mutua, tra le molte altre.

Domenico Maria Papa

Nelle ultime edizioni è cambiato il taglio della proposta, su cosa vi siete orientati?

Negli ultimi anni abbiamo dato ancora più spazio agli eventi live per incentivare le occasioni di incontro con il nostro pubblico. Lo abbiamo fatto programmando spettacoli teatrali, ma soprattutto reading e incontri. Questo perché il reading e gli incontri permettono una dimensione più ravvicinata e intima che è possibile creare ovunque, indipendentemente dalla normale destinazione d’uso della sede. Da ciò la volontà di orientarci verso la narrazione, ma una narrazione non legata strettamente a un testo scritto, ma una narrazione collocata. Ossia che “avviene” in un certo luogo o un certo tempo.

C’è un filone interessante delle ricerche sulle teorie della mente che indica nel contesto anche fisico un’estensione dei nostri processi mentali. Quando prendiamo appunti su un taccuino, quando facciamo il nodo al fazzoletto per ricordarci qualcosa, utilizziamo il contesto in cui viviamo come parte integrante della nostra memoria. Qualcosa di simile può avvenire, secondo me, con i processi narrativi. L’architettura di un palazzo storico, un bosco, un borgo abbandonato, raccontano incessantemente una storia. Che non è necessariamente Storia con la S maiuscola, ovvero una storia politica, amministrativa, militare ma può essere una storia minima, di usi, famiglie, mestieri, desideri, come ben evidenziano da decenni gli storici sulla traccia degli Annales.