Torino è una bella città, ma non sempre una città viva. Ha un patrimonio storico e artistico straordinario, un passato glorioso e una certa eleganza che continua a coltivare con compiacimento. Il problema è che troppo spesso sembra accontentarsi di tutto questo.
Come insegnante di Storia dell’arte, vedo una città che fatica a coinvolgere le nuove generazioni, che non sempre sa trasformare la propria ricchezza culturale in curiosità, partecipazione e opportunità. Si parla molto di cultura, ma non altrettanto di educazione alla cultura. Basta osservare quanti studenti torinesi visitino Palazzo Madama o i Musei Reali solo durante un’uscita scolastica, senza trovare poi occasioni per tornare, partecipare a laboratori o contribuire alla programmazione. Anche iniziative come il Salone del Libro, pur capaci di attirare migliaia di giovani, spesso li coinvolgono più come pubblico che come protagonisti, mentre molti progetti culturali indipendenti faticano a ottenere spazi, finanziamenti e visibilità.
Come presidente di Aregoladarte, incontro quotidianamente persone desiderose di conoscere, approfondire, confrontarsi. Esiste una domanda di cultura autentica, che però si scontra spesso con un ambiente chiuso, autoreferenziale, poco disposto a valorizzare ciò che nasce fuori dai circuiti consolidati. Un gruppo di ragazzi può proporre una rassegna di arte contemporanea in un quartiere periferico o un percorso dedicato alla storia industriale di Mirafiori, ma si trova spesso davanti a procedure complesse, costi elevati e interlocutori difficili da raggiungere. Nel frattempo, luoghi come le ex Officine Grandi Riparazioni o il Polo del ‘900 rischiano di essere percepiti dai più giovani come istituzioni da visitare occasionalmente, non come spazi da abitare e trasformare.
Torino ama definirsi capitale della cultura, ma talvolta sembra più interessata a celebrarsi che a rinnovarsi. È una città in cui le relazioni contano ancora troppo, le idee nuove faticano a trovare spazio e il merito non sempre basta. Lo si vede anche nella difficoltà di costruire una programmazione stabile per i giovani nei musei civici, nei cinema di quartiere e nei centri culturali: eventi isolati e campagne promozionali non bastano se mancano continuità, ascolto e possibilità concrete di partecipazione. Persino manifestazioni consolidate come Artissima possono apparire lontane a chi non appartiene già al mondo dell’arte, invece di diventare un’occasione per avvicinare nuovi pubblici.
Eppure continuo a credere nelle sue potenzialità. Proprio perché la amo, vorrei una Torino meno provinciale nelle ambizioni, meno diffidente verso le iniziative indipendenti, più generosa nel riconoscere energie e talenti. Vorrei che i giovani potessero non soltanto visitare il Museo Egizio, il Castello di Rivoli o la Venaria Reale, ma anche proporre nuovi modi per raccontarli, collegarli ai quartieri e renderli parte della loro vita quotidiana.
Torino non ha bisogno di sentirsi dire quanto è bella. Ha bisogno di qualcuno che le ricordi quanto potrebbe essere migliore.
Claudia de Feo

