Bisogna tornare nel profondo Monferrato, nella sua Castel Boglione nell’astigiano per capire fino in fondo le radici di Enzo Bianchi, il fratello che avrebbe dedicato la sua vita alla Parola di Dio e al mistero della Fede. Oggi che all’età di 83 ha lasciato questo mondo in tanti, chi l’ha conosciuto e coloro che l’hanno letto e ascoltato, ne tracciano profili, lo ringraziano e già lo rimpiangono. Enzo Bianchi era un monaco, un uomo di fede, un leader carismatico, con tanti talenti e altrettanti limiti.
Era un uomo che ha deciso di dedicarsi a Dio, con i limiti dell’umano. Il miracolo di un comunità ecumenica nata proprio il giorno della conclusione del Concilio nella Serra morenica di Bose, fu il suo sogno, la sua vita e anche il suo dolore, che dopo la rottura della comunità considerava anche un fallimento. Eppure, in una famiglia in cui il padre ateo e la madre credente nella campagna astigiana gli avevano già evidenziato quella realtà della vita che non è mai lineare definita, compiuta, ma un puzzle di cuori, volti, idee, gioie e tormenti che si dipanano lungo l’esistenza di ogni persona. Negli anni universitari il giovane Enzo era a Torino, studente di Economia e Commercio. Si riuniva con alcuni amici in un appartamento di via Piave, aveva, grazie agli echi del Vaticano II, lo portavano ad essere amico ma non dentro le dinamiche dell’associazionismo storico della Ac e della Fuci come molti dei suoi amici ed ha lasciare in fretta la politica che lo aveva ammagliato negli anni giovanili con i giovani democristiani.
Cercava altro, volava alto, era attirato dalle esperienze dell’Abbe Pierre e quella ecumenica di Taizè. Figura forte del post Concilio Vaticano II, riconosciuto uomo di preghiera e di pace, Bianchi era diventato con i suoi primi confratelli e consorelle a Bose, un riferimento ben oltre i confini nazionali. Decenni di ritiri, preghiere, dialoghi con il mondo cristiano, le altre fedi, i laici credenti e non credenti. Le gemmazioni in Italia e a Gerusalemme il rapporto strettissimo con il mondo ortodosso e quello della chiesa riformata, il rapporto fondamentale con due grandi vescovi il cardinale Pellegrino e monsignor Bettazzi e uno sviluppo che sembrava infinito. Poi la crisi con la comunità, l’intervento del Vaticano nell’epoca del papato quello di Francesco, più vicino per fraternità e volontà di essere chiesa nel mondo, lievito di quel messaggio di salvezza che non dimentica nessuno. Gli studi biblici di Bianchi erano seri, importanti, densi ma accessibili, le edizioni Qiqajon un riferimento per mondi molto diversi e spesso distanti.

Quello che ha lasciato Valentino Castellani in me, ha affermato uno dei suoi amici più cari l’ex sindaco di Torino, è fondamentalmente la convinzione profonda che il cristianesimo, la fede cristiana o è radicata in un contesto di umanità molto profonda, molto vissuta, oppure è una sovrastruttura inutile. Non sei cristiano se non sei profondamente uomo. Questa incarnazione del messaggio del Vangelo secondo me è un dono prezioso che lui ha lasciato in me una traccia profonda. La crisi di Bose, il contrasto con Manicardi, la ferita profonda che solo ora, e sottotraccia si era rimarginata fuori dai riflettori, ha portato fratel Enzo, proprio nel momento in cui il fisico ha ceduto e i problemi di salute sono emersi, a ricominciare ad ottant’anni con una nuova comunità la Madia ad Albiano, a pochi chilometri da Bose, vicino ai luoghi di due grandi maestri don Bettazzi e la teologa Adriana Zarri.
La vecchiaia e la morte preparata e avvertita, le sue conferenze si sono diradate, gli scritti, gli articoli, la presenza in ogni diocesi e convegno. Era il tempo degli amici veri, delle cene fraterne preparate con cura, il silenzio e la preghiera per attendere il grande abbraccio con quel Dio cercato e pregato. Negli ultimi tempi aveva trattato, tra gli altri, il tema della messa con il rito antico, dibattendo con altri teologi e storici di Chiesa sempre mantenendo posizioni in difesa del Concilio e delle sue riforme. Fino all’ultima piccola polemica sulla Gaudium et Spes. Poi il ricovero in Ospedale e l’ultimo respiro per accedere a quello più grande e mistero della luce divina.
Luca Rolandi

