Un grande dono alla cittadinanza da parte del Politecnico di Torino per festeggiare il suoi 160 anni dalla fondazione. Quattro giorni di incontri sul tema “Tecnologia è umanità” con oltre 300 relatori in un ricchissimo calendario di dibattiti, lezioni, laboratori per i più piccoli, mostre…

Un tema attualissimo, sviluppato con una visione ampia e pluridisciplinare, dove le innovazioni tecnologiche sono state lette a più livelli: dai linguaggi matematici e informatici a quelli letterari e poetici, dalle prospettive filosofiche a quelle artistiche, etiche e religiose… Una polifonia di voci su un motivo comune: coniugare i due polmoni del respiro dell’uomo, quello scientifico e quello umanistico.
Tra i tanti incontri di alto livello, quello dedicato “Alla ricerca dell’uomo vitruviano” è stato particolarmente sintetico dello spirito che ha animato il Festival.

Quando la tecnologia si fa racconto
Un dialogo interessante tra Antonio Calabrò (Direttore Fondazione Pirelli), Lorenzo Fiori (chief executive Fondazione Leonardo), Vittorio Marchis (Ordinario di storia della tecnologia al Politecnico di Torino) e Alberto Saibene (storico ed editorialista per Edizioni Comunità), moderati da Serena Uccello (Il sole 24 ore).
Coerente col titolo, che richiama l’armonia perfetta nell’uomo disegnato da Leonardo, l’incontro è partito dalla domanda di fondo: è possibile promuovere un dialogo illuminato tra cultura umanistica e cultura tecnico-scientifica?
Ad ascoltare i relatori, pare proprio di sì. E ne hanno portato prove decisamente convincenti che fanno guardare con fiducia al nostro futuro.
Sono voci di ingegneri, affermati nel mondo dell’industria e nell’imprenditoria nonché nel mondo accademico scientifico, che riconoscono il ruolo fondamentale di una cultura umanistica per la formazione dell’uomo e del manager di successo.
“Non penso sia giusto che gli ingegneri diventino poeti o filosofi perché sarebbe uno spostamento di professionalità  – esordisce Vittorio Marchis – ma è bene che conoscano poeti e filosofi.” E viceversa: è bene che i letterati siano curiosi della tecnologia e la raccontino.

Festival della tecnologia 7-10 novembre 2019

Così avvenne agli esordi del sistema industriale italiano, quando nel Dopoguerra ingegneri e poeti dialogavano sulle riviste d’avanguardia. Marchis spiega l’esperienza di Civiltà delle macchine, la rivista nata per l’idea di Sinisgalli, ingegnere scrittore incoraggiato da Ungaretti, Gadda e dagli intellettuali degli anni Cinquanta. Cita la celebre la lettera di Ungaretti a proposito dei prodigi della meccanica: “Il volo, l’apparizione delle cose assenti, la parola udita nel medesimo suono casuale di chi l’ha profferita senza ostacoli di distanza di tempo e di luogo, gli abissi marini percorsi, il sasso che racchiude tanta forza da mandare in fumo in un baleno un continente, tutte le favolose meraviglie da Mille e una notte, e molte altre, si sono avverate, la macchina le avvera. (…) Come l’uomo potrà risentirsi con essi strumenti grande, traendo forza solo dalla sua debole carne?”

Allora ferveva il dibattito tra gli uomini del genio industriale e gli intellettuali attenti a comprendere le novità tecnologiche, nel loro valore e nella loro bellezza, ma anche nella complessità delle conseguenze sull’uomo e sulla società. Le copertine della rivista Civiltà delle macchine rendevano poetici bracci meccanici, trucioli di fabbrica, moti molecolari, spettogrammi, grafici, schizzi… mentre Eco, Calvino, Montale, Pasolini, Moravia vistavano e raccontavano la fabbrica.

Antonio Calabrò sottolinea la fecondità di quel clima, quando ingegneri e tecnici di ampia visione culturale seppero far dialogare due culture ben distinte, quella tecnologica e quella umanistica, quando ancora era riconosciuto il primato al mondo delle lettere.

“Cera il patto tra sindacato e impresa affinché si ricostruissero prima le fabbriche poi le case – spiega Antonio Calabrò – Bisognava accelerare e ingegneri e umanisti si ritrovarono in fabbrica per gestire, su posizioni differenti ma integrate, il decollo industriale. I romanzieri visitavano la fabbrica perché volevano capire e raccontare la modernità, consapevoli che la conflittualità dell’epoca passava dalle fabbriche.”

Lorenzo Fiori ci riporta al presente, quando proprio quest’anno alcuni intellettuali e ingegneri hanno deciso di ripubblicare la rivista Civiltà delle macchine: “Sì, perché in fabbrica si fa cultura, si crea, ci si confronta… ed è bene restituire alla società questa cultura e ampliare il confronto, superando un certo disamorameno verso l’industria, che è invece un laboratorio di idee e di creatività spesso poco conosciute.”

Fiori, ingegnere con lunga esperienza in Finmeccanica che ama scrivere poesie, sostiene che l’impresa business oriented debba investire in cultura, anche umanistica, che è il patrimonio riconosciuto all’Italia nel mondo: “Oggi nel mondo supertecnologico si percepisce il desiderio di un ritorno all’Umanesimo e l’uomo saprà affrontare la complessità dei nostri tempi se avrà maturato questo spirito di cui noi italiani siamo paladini.”

Quando la tecnologia si fa racconto

Alberto Saibene illumina la personalità di Adriano Olivetti, uomo d’impresa attento alla dimensione dell’uomo e della politica, come emerge dalle pagine della rivista da lui fondata e curata con scrupolo Rivista di comunità: “Raccontava l’Italia democratico-socialista del Dopoguerra, con numerose inchieste su esperienze di comunità, ma quel che colpisce è l’attenzione a certi temi pionieristici per il suo tempo, come l’housing sociale o la casa di villeggiatura per il benessere mentale dei dipendenti…”

Olivetti, che fece costruire la fabbrica in vetro affinché gli operai vedessero la luce, è l’esempio dell’imprenditore attento all’innovazione ma anche all’uomo e alla bellezza. “Solo in una cultura sensibile alla bellezza e all’arte – sostiene Calabrò- si creano prodotti di qualità perché nascono in un luogo adeguato al bello che si vuole produrre.” E’ l’idea della “fabbrica bella”, come il giardino dei ciliegi voluto da Renzo Piano per la Pirelli di Settimo o la Nuvola Lavazza… mentre le calzature d’eccellenza di Vigevano, secondo Calabrò, devono probabilmente il loro design alla bellezza della piazza ovale che era negli occhi dei loro creatori.
A questo proposito Marchis parla di kalos kai agathos industriale, tipico della manifattura italiana, dove ad esempio un calzolaio del sud, che aveva respirato arte e bellezza italiana, diventò lo stilista calzaturiere Salvatore Ferragamo che vestì le dive di Hollywood.

Come si coniugano questi presupposti di ampia cultura con la super specializzazione tecnologica richiesta oggi ai giovani che cercano lavoro?
A questa provocazione della moderatrice risponde Marchis, citando il titolo di un libro di Sinisgalli: “Ci vuole furor matematicus, una passione per la matematica che conservi quella irrequietezza dell’uomo capace di guardare oltre il proprio campicello di indagine.
A coltivare solo la competenza tecnologica si rischia di far la fine dell’uomo di Neanderthal, più tecnologico dell’uomo Sapiens sapiens, ma da questi superato grazie a una cultura più ampia e diversificata.” Un invito chiaro ad una formazione ampia e non settoriale per i giovani d’oggi, tentati a volte da una semplificazione culturale e da un riduzionismo che alla fine non paga.
“Penso che con una rigida fiducia nell’algoritmo si perda la narrazione del sapere e si pensi di poter ridurre tutto all’oggettività. Occorre non tralasciare la simpatia, le emozioni della bellezza e la passione nella ricerca che solo il racconto può offrire.”Un racconto dell’uomo tecnologico che in questi giorni si è fatto narrazione appassionante per il pubblico del Festival: la prova evidente che tecnologia è umanità. E anche bellezza.

Chiara Tamagno