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Batwa: gli ultimi pigmei. Una torinese nella foresta pluviale.

Pubblicato da alle 17:46 in Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

Batwa: gli ultimi pigmei. Una torinese nella foresta pluviale.

  I pigmei Batwa sono i più antichi abitanti della regione dei grandi laghi dell’Africa equatoriale. Attualmente vivono in Uganda, Rwanda, Burundi e Repubblica Democratica del Congo.  Rappresentano meno dell’1% della popolazione di questi paesi, per un totale di non più di 80.000 individui. Alcuni Antropologi stimano che i Pigmei siano esistiti nelle foreste equatoriali dell’Africa per più di 60.000 anni. La foresta impenetrabile di Bwindi, in territorio ugandese, ospita un’impressionante quanto fragile biodiversità, tra cui i famosi gorilla di montagna. Per migliaia di anni questa foresta pluviale è stata anche la dimora dei Batwa che, in perfetto equilibrio con l’ambiente e le sue creature, sono sopravvissuti cacciando con frecce e trappole e raccogliendo frutti e piante medicinali. In costante movimento, alla ricerca di cibo fresco, i Batwa costruivano ripari provvisori di rami e foglie. Nel 1992 la vita dei Batwa è cambiata per sempre. La foresta impenetrabile di Bwindi diventò parco nazionale e patrimonio dell’umanità per dare rifugio a 350 esemplari di gorilla di montagna. I Batwa furono cacciati e, poiché non potevano rivendicare alcun diritto sulla terra, non ebbero alcun risarcimento. Diventarono così “vittime dell’ecologia”, “ rifugiati” in un territorio estraneo ed ostile, privati degli strumenti indispensabili per la vita.  Sono, ancora oggi, uno dei gruppi etnici più emarginati dell’Africa. Le società pigmee differiscono enormemente dalle altre presenti sul territorio.     Si tratta di individui incapaci di condurre un’esistenza  stanziale, che cercano un ritorno immediato dal loro lavoro, non accumulano proprietà, non possiedono nulla di superfluo e sono completamente concentrati sul momento presente. La condivisione dei beni è indispensabile alla sopravvivenza del gruppo e questo fa sì che non vi siano sperequazioni sociali. Le decisioni importanti vengono prese da tutta la collettività , eliminando la necessità di un vero e proprio leader, benché, in situazioni di emergenza, venga accettata l’autorità dei più esperti. Conflitti, problemi o situazioni imbarazzanti vengono evitati semplicemente allontanandosi dalla fonte di difficoltà. La foresta è parte integrante dell’identità Batwa ed è in grado di soddisfare tutti i loro bisogni. Attraverso i rituali, i canti e le danze, essi mantengono il contatto con le entità soprannaturali che la popolano. Privati delle risorse indispensabili alla loro vita, hanno praticato il bracconaggio e si sono dedicati a forme minori di artigianato ma, nella maggior parte dei casi, sono diventati mendicanti. Il termine “Batwa” viene spesso usato con significato spregiativo dalle altre culture che li considerano alla stregua di animali. Quasi totalmente esclusi dalle cure sanitarie e dall’educazione, non hanno rappresentanti politici in grado di tutelare i loro diritti. Isolati e discriminati, sono tuttora vittime di intimidazioni e violenze, costretti ad abbracciare nuove fedi religiose e ad adattarsi ad un moderno stile di vita a loro totalmente estraneo. Nel tentativo di preservare il loro inestimabile patrimonio di conoscenze, la fondazione Kellermann ha acquistato a Bwindi numerosi ettari di foresta ed ha stabilito vari programmi con l’intento di integrare i Batwa nella vita del Paese. E’ quindi possibile accompagnare una piccola comunità Batwa in un’escursione nella foresta, partecipando, insieme ad un folto gruppo di bambini, ad un’esperienza unica ed emozionante. Gli anziani ci raccontano le loro leggende, ci mostrano trappole e tecniche di caccia, ci spiegano come costruivano i ripari, come seppellivano i morti e dove si mettevano in contatto con gli spiriti della natura. Ci mostrano come si procuravano il miele, come utilizzavano le piante medicinali e come fabbricavano gli abiti di corteccia. I...

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L’uomo che urlava alla luna – seconda parte

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L’uomo che urlava alla luna – seconda parte

Capitolo 5 PRIMA LUNA   Chandra l’attendeva sulla soglia della portafinestra della sala. Mavì prese il maglioncino per evitare ulteriori guai nel caso l’avessero scoperta. La gatta la guardò mentre indossava l’indumento a suo avviso inutile e aspettò che la ragazzina, con i suoi comodi, prendesse la torcia portatile e aprisse loro la via di fuga. Stette bene attenta a non fare nessun miagolio infastidito e neppure mosse un baffo. Appena la portafinestra scivolò silenziosa sul suo binario lei svisciolò fuori precedendo Mavì. Non poteva accendere nessuna luce esterna. Così tirò su il cappuccio del maglioncino leggero e quando fu  lontana dalle finestre della tata e del padre accese la torcia puntandola per terra. Quel tanto che bastava a distinguere i buchi dai ciottoli e da non inciampare nei vasi o nelle piante. Lei e la sua compagna felina si diressero verso il muretto. Dove la luce era più forte per via dei lampioni. Si avventurarono sotto l’albero con la chioma più folta, proprio quello più vicino al confine con il giardino dello strano e vecchio Babacar, e il loro. Si arroccarono sul muretto e seminascoste osservarono il lungo fiume e la passeggiata completamente vuota. Erano solo le undici quando scorse la luna fare capolino dietro a delle nuvole innaturalmente chiare. Il suo corpo di solito pieno era raggrinzito sin quasi al limite. Una piccola falce di luna illuminava ben poco di quello che avevano intorno. I suoi raggi chiari non penetravano neppure tra le foglie spesse sopra le loro teste. Spense immediatamente la torcia al fruscio che sentì dietro di sé e rimase immobile. Qualcosa di morbido le si appoggiava sulla schiena. Aldilà della rete fitta e verde. Aveva paura potesse essere un topo, o quel temibile essere che è la nutria, animale obbrobrioso e leggendario di cui gli aveva parlato Yasmin. A sua detta “Un topo gigante con i denti di un leone e la coda di un serpente velenoso.” Mavì era andata a cercare l’immagine della nutria in un enciclopedia vecchia come suo padre e suo nonno messi insieme, ma aveva trovato solo un piccolo essere che non sapeva se essere un topo o un castoro. Certo la coda era un pochetto stonata con il muso carino, ma nessuno era perfetto, no? Lentamente voltò il capo e un musetto curioso sbucò dall’altra parte. Il naso roseo e i baffi folti. Gli occhi incredibilmente verdi e brillanti. Era Vêre, la gatta di Babacar. Per un attimo le due gatte si scrutarono con intensità tant’è che Mavì ebbe paura si azzuffassero, invece Chandra si avvicinò alla loro vicina e le diede un colpetto con la zampetta senza tirar fuori gli artigli affilati. Vêre rispose al buffetto con un miagolio giocoso e così le tre stettero sedute a godersi la serata. Mavì guardò l’ora sul suo orologio di plastica rosso e notò che mancavano dieci minuti alla mezzanotte. Mentre stavano li appostate in attesa, dei ragazzi passarono sotto di loro. Fumavano qualcosa che aveva uno strano odore e se la passavano a rotazione, la musica pop sparata a tutto volume dalla piccola cassa del telefonino rendeva irrequiete le due gatte e infastidiva terribilmente Mavì. Per fortuna si allontanarono velocemente, con gli zaini svogliatamente sostenuti dalle spalle incurvate e i cappucci tirati su. «Di certo spero di non diventare come...

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L’ uomo che urlava alla luna – Prima parte

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L’ uomo che urlava alla luna – Prima parte

Capitolo 1  IL GIARDINO “Ancora non capisco questi piccoli senza neppure un pelo.” Pensò Chandra muovendo la sua lunga coda e osservando il musetto della padroncina di dodici anni appena compiuti. La guardava con insistenza. Il faccino, che lentamente andava sbocciando, appoggiato alle braccia conserte e il corpo a pancia in giù. Una di fronte all’altra la ragazzina e la gatta formavano una strana coppia. La prima incuriosita e la seconda meravigliata dalla creatura senza peli né coda che la seguiva come un’ombra per il giardino assolato. Mavì quel giorno si annoiava e la noia sembrava non darle tregua dal mattino. Le vacanze estive da poco iniziate le avevano trasmesso una speranza euforica. Cercava l’avventura. E neanche la decisione del padre di trasferimento aveva fatto crollare questo suo entusiasta presentimento. “Questa estate sarà speciale” pensava sicura Mavì. La prima volta che con la macchina, e il furgone del trasloco alle calcagna, era entrata nelle fauci della città aveva tremato d’aspettativa e paura per poi essere risucchiata dietro il cancello della sua nuova casa sul Lungo Po Machiavelli. Il padre aveva sempre avuto un innamoramento spaventoso per le grandi case con giardino: «Mavì, mi aiutano a creare le storie più belle del mondo» diceva sempre. Eppure mai una sola volta Mavì aveva potuto vederlo all’opera. Ogni mattina dopo la sveglia e la colazione preparata da Yasmin, la governante che fin dalla nascita si occupava di lei, il padre si richiudeva dietro le porte del suo studio e non ne usciva neppure per il pranzo. Solo a cena aveva la possibilità di rivederlo, ma era così assorto nella sua opera da guardarla e non vederla. La osservava con molto scrupolo, dai suoi occhialetti rotondi e spessi, come per studiarla, ma non le chiedeva mai come fosse andata la sua giornata o se Chandra avesse fatto qualche pasticcio. Lei in questa falsa libertà ci sguazzava, ma sempre con quella tristezza di chi è lasciato solo a se stesso. Alle volte, quando era intenta a camminare dietro la gattona, pensava a quanto le mancava la sua mamma. La mamma che non aveva mai conosciuto perché era andata in cielo per lasciare il posto a lei. Mavì aveva questa strana teoria: la teoria del tappabuchi. Questa teoria l’aveva scoperta guardando da vicino la natura e le sue creature. Aveva notato che non c’erano mai momenti vuoti. Qualcosa si sostituiva sempre a qualcosa d’altro. L’occhio non riposava mai perché aveva sempre qualcosa di nuovo da guardare. Ecco: lei e la sua nascita, in quest’ottica e in questo strampalato ragionamento, avevano sostituito la sua Mamma. Lei era solo volata da un’altra parte. Dharma, la gattona nera e in contropelo bianca di dodici anni, era suo lascito. Le aveva lasciato Chandra come regalo, di questo era certa. Certissima. Ecco perché la seguiva speranzosa. Ogni giorno confidava che la portasse dove era volata lei. Capitolo 2 L’URLO Chandra sonnecchiava sul grande cuscino della poltrona in vimini. Si era accoccolata poco dopo aver fatto un buon pranzetto di tonno e carote stufate, con lo stomaco bello pieno aspettava pazientemente che Mavì finisse il suo frullato. Succhiava dalla cannuccia e poi ci soffiava dentro per vedere le bollicine d’aria esplodere in quel brodo di frutti estivo. Ogni tanto la piccola umana si fissava e osservava per lunghi attimi il fiume....

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Da Torino a Parigi a cavallo di una deux chevaux d’epoca per vedere il Retromobile.

Pubblicato da alle 13:09 in Prima pagina, Racconti brevi, Sport | 0 commenti

Da Torino a Parigi a cavallo di una deux chevaux d’epoca per vedere il Retromobile.

UN TORINESE A PARIGI Da sempre appassionato di automobili, in particolare di quelle storiche, ho avuto la fortuna di trasformare una vera e propria “patologia” in professione. Ed eccomi qui, felice giornalista freelance specializzato in ferrivecchi. Sempre pronto a scovare il momento giusto per mettere in moto un’auto d’epoca, assaporarne gli odori e le sublimi scomodità d’antan. E le occasioni davvero non mancano mai: tra eventi, reportage, interviste a collezionisti, servizi speciali ad auto speciali e saloni, riesco sempre ad essere con la benzina fino al collo… Finalmente, dopo anni di attesa e di rinunce, ho soddisfatto il grande desiderio di visitare il salone parigino Retromobile. Come immaginavo, è stata una bellissima esperienza, che mi sento di consigliare non solo agli appassionati del motorismo. Ma sarebbe stato decisamente troppo banale e noioso se mi fossi imbarcato su un aeroplano o se fossi salito su un treno per raggiungere la “ville lumiere” senza gustarmi qualche centinaia di chilometri sulle piacevoli route nationale d’Oltralpe, attraversando senza fretta il cuore della Francia con la speranza di incrociare qualche altra vettura storica, di quelle che raramente si vedono in Italia. Il mio viaggio alla volta di Paris avrebbe dovuto unire aspetti puramente turistici a qualche prelibatezza motoristica, ecco perché ho studiato un itinerario ad hoc per soddisfare tali esigenze. Quindi niente aereo, niente treno. Quale altro mezzo mi avrebbe portato a Parigi se non una storica a quattro ruote? Naturalmente una francese, per rimanere in tema. Sicuramente un simbolo dell’automobilismo transalpino. Scartata la Citroen DS perché troppo… comoda e troppo… istituzionale, quale altra icona poteva venirmi in mente se non la mitica 2CV? È francese ma con qualcosa di italiano (la disegnò l’artista varesotto Flaminio Bertoni), è simpatica, sbarazzina, lenta quanto basta per assaporare ogni chilometro. E di chilometri ne avrei fatti in quantità. COMPAGNO DI VIAGGIO Solo un matto come Franco Grosso avrebbe potuto rispondere con entusiasmo alla mia oscena proposta… Cuneese di Beinette, l’amico Franco è uno specialista di Citroen 2CV e derivate. Compra, vende, restaura, commercia in pezzi di ricambio e mette a disposizione la sua decennale esperienza per tutti coloro che vogliano iniziare a frequentare il mondo della mitica “Deuche”. Ecco perché sono bastate un paio di telefonate per esporgli le mie intenzioni e per ricevere da lui tutto il supporto del caso. E tutto l’entusiasmo di chi si sarebbe rivelato un fantastico compagno di viaggio. Supporto tradotto in quattro ruote con la sua 2CV Azu del 1958: la furgonetta “shabby chic” alla quale Franco non risparmia né chilometri né carichi pesanti. Un conservato doc che al primo sguardo non infonde molta fiducia, ma che sottopelle è curato e seguito con scrupolo per poter affrontare a cuor leggero viaggi lunghi e impegnativi. Come il mio con destinazione Paris. PIT STOP SOTTO CASA “Per sicurezza ho cambiato le gomme e ho preso due antineve in caso di emergenza maltempo”. Queste le ultime parole famose di Franco subito dopo essere partiti in un grigio pomeriggio di inizio febbraio (martedì 2 alle 15.30, per la precisione). Ma poi, appena imboccata l’autostrada che da Torino porta al traforo del Fréjus, ecco la domanda che non avrei mai voluto sentire: “Cos’è questo rumore?”, mi chiede buttandola lì tra una chiacchiera e l’altra. Hai voglia se sento rumori… penso fra me e me con il...

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Sotto il segno della magia. A casa di una strega a Pemba, isola semi sconosciuta della Tanzania.

Pubblicato da alle 11:55 in Medicina, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

Sotto il segno della magia. A casa di una strega a Pemba, isola semi sconosciuta della Tanzania.

Esistono ancora angoli di mondo sconosciuti al turismo di massa e Pemba è uno di questi.   Si tratta di un’isola tanzaniana nota anche come “ Al Khu Dra” ossia l’isola verde, sita 50 Km al largo della costa orientale dell’Africa.  Ricoperta da vasti palmeti, è più collinosa e fertile di Zanzibar.  Le precipitazioni, più copiose, alimentano un paesaggio rigoglioso.  Chi vi arriva dal mare ha la sensazione di vedere una foresta galleggiante!  La maggior parte dell’isola è coltivata e le aree più estese sono destinate a prodotti per l’esportazione, soprattutto chiodi di garofano. Il canale di Pemba, che la separa dal continente, è una delle aree più pescose dell’intera Africa, rinomato per l’abbondanza di marlin e di pesce spada.  Poche volte ho visto tante sfumature di blu in un solo tratto di mare.  Turchese, cobalto, ceruleo, verde smeraldo si alternano in un’inebriante sinfonia che vi farà credere di essere approdati in paradiso!  I villaggi dei pescatori sono piccoli agglomerati di case di fango e paglia.  Le donne indossano coloratissimi “kanga” su cui sono stampati dei proverbi.  E’ il loro modo di trasmettere messaggi ai mariti! Le famiglie allargate sono di stampo patriarcale.  L’Islam è la religione più diffusa.  Tutte le donne sono rigorosamente velate ma ciò che più colpisce è che lo sono anche le bimbe di 2-3 anni.  Tra le numerose incombenze femminili vi sono anche la coltivazione delle alghe e la raccolta dei molluschi.  Il tutto si svolge sui banchi di sabbia color della cipria che emergono con la bassa marea.  Al tramonto gli uomini passano a prendere le donne a bordo di feluche dalle grandi vele bianche, i dhow, che scivolano silenziose, sospinte dalla tiepida brezza serale.  Ma Pemba non offre soltanto spiagge bianchissime e fondali spettacolari. Ciò che l’ha resa famosa è la sua tradizione di magia.    Attraverso i secoli, infatti, Zanzibar e soprattutto Pemba sono state rinomate come centri della religione tradizionale e della stregoneria.  Oggi il culto degli “shetani” ( spiriti) continua ad esistere all’insaputa della maggior parte dei visitatori.  La distinzione tra magia bianca e nera è alquanto labile.  La pratica magica si può definire come un’investitura, un’arte empirica, con i suoi segreti ed incantesimi, tramandata di generazione in generazione.  L’attività del mago è al servizio della gente.  Cerca, in primo luogo, di rispondere ai bisogni degli ammalati ma può anche attirare la buona fortuna, respingere le disgrazie e trovare l’amore.  La stregoneria, invece, è la fede in una forza astratta che, attraverso lo stregone, può essere scagliata contro una vittima designata.  Secondo le credenze locali, gli shetani sono creature di un altro mondo, solitamente invisibili  e mal intenzionate, che vivono accanto a uomini ed animali.  Non vi sono modi sicuri per proteggersi. La miglior cosa è rimanere lontani dalla loro portata.  Tutti i negozi e le abitazioni hanno appeso al soffitto un pezzo di carta su cui sono scritti versetti del Corano.  Se, nonostante le precauzioni, uno shetano dovesse decidere di risiedere nella vostra casa o, peggio, nel vostro corpo, è giunto il momento di consultare uno “mganga” o stregone.  Lo mganga, profumatamente pagato, si metterà in contatto con gli shetani e, grazie a loro, curerà il suo cliente.  Ogni stregone, all’occorrenza, può diventare erborista e preparare pozioni curative.  Quelli di Pemba sono famosi in tutto il mondo.  Ricevono...

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In visita alle meraviglie di Pechino. I ragazzi dell’Istituto Sociale a colloquio con l’ambasciatore.

Pubblicato da alle 16:58 in Notizie, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

In visita alle meraviglie di Pechino. I ragazzi dell’Istituto Sociale a colloquio con l’ambasciatore.

ALLA SCOPERTA DELLA TERRA DI MEZZO – Il viaggio dell’Istituto Sociale di Torino in Cina. La terza giornata del nostro viaggio cinese è iniziata con la visita di “Palazzo d’Estate”, uno dei giardini meglio conservati al mondo e il maggiore per importanza e grandezza nella Cina moderna. L’Unesco nel 1998 ha aggiunto questo sito alla Lista del Patrimonio Mondiale e  a riguardo ha detto: “…un capolavoro cinese di progettazione di giardini. Il paesaggio naturale delle colline e le acque a cielo aperto si combinano con caratteristiche artificiali come padiglioni, sale, palazzi, templi e ponti andando a formare un armonioso insieme di eccezionale valore estetico”. Dopo esserci immersi nella naturale spiritualità cinese, ci siamo recati alla tomba di Matteo Ricci. A Fine giornata abbiamo incontrato l’ambasciatore italiano in Cina per una discussione all’insegna dell’internazionalità. Il Palazzo d’Estate di Pechino, l’espressività dell’ ”armonia educata” Una grandiosa costruzione umana che celebra e si lega indissolubilmente all’armonia della natura. Il palazzo d’Estate si trova a nord-ovest, a soli 15km dal centro di Pechino. È stato per lungo tempo adibito a reggia degli imperatori della dinastia Qing, infatti l’imperatore scelse questa zona per il suo clima favorevole; in estate, a causa della forte umidità e del forte caldo della città, preferì questi ampi giardini, che i cinesi chiamano Yihe Yuan (Giardino dell’armonia Educata). Furono dunque progettati per raggiungere l’armonia con la natura; questo appare evidente al turista dai lunghi vialetti che corrono accanto al lago, ombreggiati da alberi o da tettoie variopinte. Di grande impatto per i soffitti è sicuramente “Il lungo corridoio” che conduce fino alla pagoda del palazzo, sulla quale è possibile salire. Da lì si può godere di un panorama mozzafiato: ponti, isole, barche, salici e  fiori di loto. Il Lago Kunming, che occupa più della metà dell’intero parco, è  circondato da alberi di loto ed è attraversato da battelli a forma di drago che portano i turisti, non solo europei, ma anche moltissimi pechinesi, da una sponda all’altra. Il paesaggio verdeggiante si estende libero,il sole si specchia nell’acqua tranquilla. Ho avuto la netta sensazione di essere catapultata in un’altra dimensione,in un altro mondo di eterna tranquillità completamente diverso dalla vita frenetica della città. Fabiana Russo   Matteo Ricci: l’uomo moderno ante litteram. “Prima di contrarre amicizia bisogna osservare; dopo averla contratta bisogna fidarsi”. Durante il nostro terzo giorno passato nella città di Pechino ci siamo recati a visitare la tomba del Padre Gesuita Matteo Ricci e seppur ciò possa sembrare strano, questa è situata nel campus della scuola del Partito Comunista di Pechino. La visita alla  tomba e a quelle di altri 63 gesuiti, situate nello stesso luogo, è stata molto importante per noi poiché tutti proveniamo da collegi gesuiti. (E’ la classica tomba di un mandarino e si differenzia dalle altre molto più essenziali) La tomba è costruita con mattoni quadrati e circondata da un muro e a differenza dalle altre tombe, vi si accede da un cancello in ferro battuto. Una cosa che mi ha molto colpita è stata la vista di una signora molto anziana che, nel giorno in cui si celebrano i defunti a noi cari, invece di visitare le tombe dei suoi cari, si trovava in questo cimitero di tombe di gesuiti e le bagnava con dell’acqua santa dicendo delle preghiere in cinese e ciò mi ha...

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La Terra di mezzo. Seconda tappa di un viaggio avventuroso e molto Sociale.

Pubblicato da alle 18:29 in Notizie, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

La Terra di mezzo. Seconda tappa di un viaggio avventuroso e molto Sociale.

ALLA SCOPERTA DELLA TERRA DI MEZZO. Seconda tappa del viaggio dell’Istituto Sociale di Torino in Cina. Secondo giorno cinese ci prepariamo con gli amici degli altri collegi a una grande impresa la “scalata” della Grande Muraglia. Con il fiatone circondati da un panorama mozzafiato scopriamo che il tetto di Mao-Tsetung è un’efficace metafora della vita: fatica, contemplazione, tenacia sono essenziali per diventare donne e uomini veri. “NON SEI UN VERO UOMO SE NON SALI SULLA GRANDE MURAGLIA” Fatica fisica metafora di fatica esistenziale. Oggi siamo usciti da Pechino, e ci siamo avventurati nelle campagne cinesi per dirigerci verso le prime alture, che annunciano il confine mongolo.Su questo confine, tempo fa, qualcuno ha pensato di costruire un muro per tenere lontani i molesti vicini. Questo muro è immenso. La Grande Muraglia è lunga circa 6500 km e risale al III sec. a.C. Il progetto iniziale risale alla dinastia Qin, ma fu ripreso dalla dinastia Ming nel XIV secolo a.C. e successivamente dai Qing; un lavoro che durò secoli e che mostra l’unità del popolo cinese contro “il nemico”. I diversi materiali e metodi di costruzione segnano le varie età del muro, prima dell’uso di mattoni era stata costruita principalmente utilizzando terra battuta, sassi e legno. Di fatto, non è che sia molto larga o alta, è semplicemente infinita. Corre verso l’orizzonte e passa oltre. È una delle meraviglie del mondo, e quando la vedi non la dimentichi. Non la dimentichi per la sua immensità, per la fatica nel percorrere anche solo poche centinaia di metri. È incredibile pensare come secoli fa il popolo cinese, senza l’aiuto di attrezzi tecnologici, abbia costruito una tale opera architettonica. DALLA BELLEZZA DEL PAESAGGIO ALLA PUREZZA DELLA GIADA Alla scoperta della yu (nome cinese della giada) la pietra che nella tradizione cinese simboleggia le cinque virtù dell’umiltà ,della saggezza, della compassione, della giustizia, della modestia e del coraggio. Subito dopo l’assalto alla Grande Muraglia, siamo andati al Mercato della Giada, pietra sacra ai cinesi dalla simbologia potentissima. Paradossalmente questa pietra è una sorta di scommessa per coloro che la lavorano. Infatti è necessario procurarsi grosse quantità di massi opachi ed informi che una volta aperti potrebbero contenere quantità notevoli del prezioso e magnifico minerale. Solo rompendo, aprendo e guardando il mistero può essere svelato. Le tonalità della sacra pietra variano dal bianco al rosso, dal verde al rosa; e la purezza si misura osservando la facilità del filtrare della luce attraverso la dura pietra. Dopo pranzo dimentichiamo la saggezza orientale e rivestiti i panni dei materialisti occidentali ci lanciamo nella ressa degli acquisti: trattare è un dovere, ottenere lo sconto a più di metà prezzo è un’arte. Quello che ci stupisce è costatare che anche per gli orientali la saggezza spirituale si sta indebolendo e la pesantezza del consumismo occidentale si sta allargando....

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I liceali del Sociale di Torino alla scoperta della terra di mezzo. Pechino e dintorni.

Pubblicato da alle 13:18 in Notizie, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

I liceali del Sociale di Torino alla scoperta della terra di mezzo. Pechino e dintorni.

Gli studenti del 5 anno del liceo classico e scientifico del Sociale di Torino a Pechino e dintorni. L’idea di andare a Pechino è nata nel lontano 2010, il quattrocentenario dalla morte di Padre Matteo Ricci (il Padre gesuita italiano che alla fine del ‘500 aprì i rapporti tra occidente e mondo cinese) quando venne l’idea: “perché non andare a visitare la sua tomba?”. Detto, fatto. Si mise in moto la macchina organizzativa e nell’Ottobre del 2015 per il quinto anno gli studenti dell’ultimo anno del liceo classico e scientifico dell’Istituto Sociale di Torino, insieme agli altri cinque collegi gesuiti d’Italia (Leone XIII di Milano, Istituto Massimo di Roma, Istituto Pontano di Napoli e Istituto Cei di Palermo), si ritrovano nella terra di mezzo.   Piazza Tienanmen e Città Proibita Il nostro grande viaggio di istruzione intercollegiale inizia con la visita ad uno dei luoghi più visitati di tutta la Cina, ovvero piazza Tienanmen. Questa piazza si apre ai nostri occhi come immensa e spaziosa nonostante le migliaia di persone che, come noi, si apprestano a visitarla. Questa è considerata uno dei luoghi piú importanti di tutta Pechino ed é sovrastata dalla gigantografia di Mao Tsetung che introduce alla città imperiale. La sensazione di essere spaesati e un po’fuori posto é forte, infatti si presenta di fronte a noi una realtà completamente diversa, architetture differenti, immensità di spazi e, addirittura, la sensazione di venerazione per una forma di governo a noi del tutto estranea. Una lunga scalinata, la Via Imperiale, controllata lateralmente da guardie armate, conduce direttamente all’interno della Città Proibita e di colpo ci troviamo immersi nella scenografia del film di Bertolucci,L’ultimo imperatore. Questa fu il palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing  per quasi 500 anni e dunque centro cerimoniale e politico del governo cinese. infatti lo stesso nome viene dato dal fatto chel’ingresso era “proibito” a chiunque non avesse l’autorizzazione dell’imperatore. Le 9999 stanze ( numero che, attraveso la ripetizione del nove, afferma la figura maschile considerata forte e dominante secondo la simbologia dello Ying e Yang) lo rendono il più grande palazzo del mondo, ma allo stesso tempo le caratteristiche architettoniche della tradizione cinese  e l’intrigante simbolismo hanno un impatto decisamente forte. Il giallo, per esempio, colora tutti i tetti in quanto colore imperiale e la completa assenza di piante, considerate possibili nascondigli per i nemici dell’imperatore, mette in risalto gli edifici, tutti in legno. Ci lasciamo trascinare, da nord a sud in un vortice di stupore e incanto, aprendo questo primo giorno di scoperta della Cina in maniera eccezionale. Riccardo Ragno Fabbrica della seta.Tra bruchi, piumini , kimono. La seconda visita della prima giornata del nostro viaggio in Cina è stata ad una fabbrica di stato di seta. La lavorazione del materiale è così tanto lunga da far sembrare miracoloso il risultato finale, per esempio un vestito, una cravatta o un pigiama. Tutto comincia con un piccolo baco da seta lungo una decina di centimetri che riesce a creare un filo di 1300 metri di finissima seta. Ben 8 di questi animali sono necessari per creare un filo che deve poi essere cucito dalle laboriose operaie cinesi fino al risultato desiderato. Con meraviglia gli studenti dei nostri collegi hanno osservato il processo di produzione per recarsi infine al reparto vendite dove, tra smoking e cravatte di dubbio gusto e dai colori carnevaleschi qualcuno è riuscito a trovare...

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“Abitudini”

Pubblicato da alle 12:27 in Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

“Abitudini”

Caro Guido, ti scrivo da Parigi dove mi sono appena trasferito per intraprendere ufficialmente la carriera dell’artista. Prima ancora, per lo stesso motivo, mi trovavo a Londra ; ma già dopo sei mesi era diventato tutto grigio e monotono e non trovavo più gli stimoli giusti per il mio lavoro. Parigi invece è così bella e colorata che pare una bomboniera appena tirata a lucido. E dato che desidero profondamente che la situazione rimanga tale -non posso certo continuare a cambiar città ogni sei mesi- mi sono in fine risolto a prendere sul serio i tuoi consigli. Rifuggirò attentamente la « trappola delle abitudini » che annichiliscono l’uomo, lo impigriscono e ne uccidono il sentimento e l’ispirazione ; iniziando dalle cose più semplici e banali. Per esempio se prima prendevo il caffè soltanto la mattina appena sveglio, qui ho iniziato a prenderlo ogni giorno a ore diverse. Qualche volta nel primo pomeriggio, qualche altra alla sera. È vero che quella volta che l’ho preso dopo cena non sono riuscito a chiudere occhio prima delle quattro… Ma in tal modo ho perso anche la sadica abitudine di svegliarmi presto ogni mattina. E anche per quanto riguarda il dormire poi non mi sono certo cullato. Ho infatti preferito più volte, al termine di estenuanti letture, restare appisolato sullo stretto, ostico divano della cucina piuttosto che andare a riposare nel mio confortevole letto di una piazza e mezzo. La mia schiena certo non ha gradito troppo quel guizzo di romanticismo ma in compenso ho fatto sogni più avventurosi del solito. Anche nei bisogni fisiologici primari ho deciso di essere originale. La pipì qualche volta la faccio in piedi, qualche volta seduto. E una mattina che proprio mi scappava, essendo il bagno occupato, l’ho fatta in un vaso di fiori, fuori sul balcone. Il caso ha voluto che quattro gocce finissero sul berretto di un passante; e questo mi è costato una giornata intera passata in commissariato. Come se l’avessi fatto a posta! E cosa ancora più strana mi hanno domandato quanti anni avessi… Come se ci fosse un età per decidere di non avere più abitudini. Non mi restava allora che bere per dimenticare. Ma quando, chiappe sullo sgabello e gomiti sul bancone, ho chiesto una bella pinta di latte macchiato mi hanno guardato storto. Quasi quanto la mattina dopo quando in un altro bistrot ho inzuppato il croissant dentro un bicchiere di vino rosso. A cambiar troppo spesso cinema o teatro si finisce per perdersi o andare in un posto anziché un altro scoprendo che lì il film o la pièce che si cercavano non erano mai stati in programma. Avevo anche preso a lavorare come cameriere in un ristorante nel fine settimana, per arrotondare un pò… Ma quando mi sono reso conto che iniziavo a sorridere e a ringraziare tutti, anche al di fuori dell’orario di lavoro, me la sono data a gambe. Un giorno poi ho persino fumato una sola sigaretta invece del solito pacchetto. E guardare al fatto che il giorno dopo ne abbia fumati due interi di pacchetti, vuol dire proprio voler vedere il bicchiere mezzo vuoto. Come vedi, caro Guido, qui a Parigi faccio tutto il possibile, ogni giorno, e al quanto meticolosamente, per evitare che le abitudini mi rendano pigro e piatto come finiva per succedere nella città precedente...

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“Alla Fiera dell’Est”

Pubblicato da alle 11:18 in Racconti brevi | 0 commenti

“Alla Fiera dell’Est”

L’altra sera ero seduta in un locale molto carino in una delle spiagge di Tel Aviv; sorseggiavo te alla menta e ad un tratto ho sentito in sottofondo una musica familiare… “ma è la canzone di Branduardi!” esclamo. Alla Fiera dell’Est! Un tuffo nel passato e ricordo, quando da piccola, al culmine del successo, questo brano veniva cantato da tutti, grandi e piccini, perché la ripetizione delle strofe era un gioco, perché la filastrocca conteneva una morale che al momento mi sfugge. Come è possibile che proprio qui, in medio oriente, nel 2015, qualcuno trasmetta una sua canzone? Ascolto più attentamente e mi accorgo che la voce non è quella di Branduardi, le parole non sono italiane… Nei mesi scorsi mi è capitato più volte di ascoltare cover di canzoni italiane cantate in ebraico o in inglese e tutte le volte dimostravo trionfante la paternità italiana di queste canzoni. E mi fa sempre effetto dover spiegare a qualcuno per esempio chi è Mina…..chi non conosce Mina? Un sacco di persone, ma lo capisco solo ora che sono qui. Anche l’Italia non è il centro del mondo. E in nazioni dove praticamente non esiste il motociclismo è difficile raccontare cosa rappresenta per noi Valentino Rossi, ma io ci provo ogni volta. Comunque, continuo ad ascoltare e incuriosita prendo il telefono per cercare qualche notizia su wikipedia al riguardo…e cosa leggo? Che i brani dell’album in questione sono di Branduardi e i testi della moglie Luisa Zappa, ma…scorrendo più a fondo leggo che la canzone non è italiana! E’ un adattamento di un canto pasquale ebraico dal titolo Chad Gadyà! Chad Gadyà, una piccola capra, è la canzone che viene cantata alla fine del Passover Seder, la festività ebraica che segna l’inizio delle vacanze per il Passover e che nel nostro calendario risulta cadere intorno a marzo-aprile. Insomma questo brano è antichissimo ed ha una morale ben precisa, ci ricorda che Lui (il Dio che non si dovrebbe nominare) è al di sopra di ogni cosa e può tutto. Mi incuriosisco sempre di più e scopro nuove cose. Il brano italiano parla di un padre che va alla fiera dell’Est (Est, appunto….) e per due soldi compra un topolino. Un topolino????? Perché uno dovrebbe andare al mercato e comprare un topolino???? Cerco il testo originale ebraico e leggo che questo padre va a comprare una capra, non un topolino, il che mi sembra già più sensato. Nella versione italiana il topolino viene mangiato dal gatto, il gatto viene morso dal cane, il cane viene picchiato dal bastone, il bastone viene bruciato dal fuoco, il fuoco viene spento dall’acqua, l’acqua viene bevuta dal toro, il toro viene ucciso dal macellaio, il macellaio viene preso dall’angelo della morte…e tu pensi che sia finita lì….ma no! Alla fine viene il Signore, ma non ci è dato di sapere cosa succede. Sappiamo solo che LUI mette fine a tutto e che lui è l’unico ad essere più forte dell’angelo della morte. La canzone si presenta come una cantilena a cui viene aggiunta una nuova parte ad ogni strofa e ricordo la soddisfazione, da piccola, quando riuscii a ricordare tutto il brano e a cantarlo di fila senza esitazione. Ricordare tutte le parole di una canzone ti fa sentire che è proprio tua, che in quelle...

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