Per comprendere l’anima bisogna passare dal Blues.

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Sempre nuove sollecitazioni ci fanno interessare  ai diritti umani delle persone di colore e il mestiere di mediatore culturale si fa quantomai necessario. Proprio ora diventano attuali le parole della “Signora del blues Billie Holyday”, come titola la ristampa  di Feltrinelli,  secondo cui non si può comprendere l’anima nera se non si capisce il  blues.  

 blues

Questo genere è la base di molte altre declinazioni dal rithm’ and blues, al jazz, finanche al rap dei nostri giorni. Non me ne vogliano i puristi del be bop e del free jazz, ma bisogna dare  agli afromericani quello che è degli afromericani. E  ai  migranti di oggi la loro negritudine, resa in poesia da Senghor e Césaire, tra gli altri, su cui hanno dibattuto Pasolini, Moravia e Soldati, ma che poi è stata dimenticata. 

Se il jazz non si balla, il flamenco che è il blues dei gitani e il tango che è il blues argentino, sono fatti appositamente, come spiega il docente di storia del blues Eliilja Wald in “Blues, una breve introduzione” pubblicato dalla torinese Edt, con la consulenza di Monica Luccisano che conosce bene il mondo musicale sotto la Mole.

Sono pagine fittissime, di estrema chiarezza che raccontano il blues dai canti popolari accompagnati dalla chitarra  al suo sbarco nelle metropoli sulle note del pianoforte. Sullo sfondo gli anni del proibizionismo, quando i neri si trovano a casa dell’uno o dell’altro per gozzovigliare ai ritmi che li riportavano alle proprie radici. E nella migliore tradizione, secondo le parole di Césaire: “Non sono soltanto le bocche che cantano, ma anche le mani, i piedi, i glutei, la persona tutta intera che si scioglie nei suoni, nelle voci e nel ritmo”.

Blues

 

Approfondisce questo stile la studiosa del mondo ispanico, Monica Maria Fumagalli, in un altro breve, prezioso, recente e illuminante libretto “Negritudine e Tango”. Protagonisti sono i neri  di Buenos Aires, gli afroargentini, che si integrarono passando dalle candombe alle milonghe. Prima timidamente unendosi al ballo argentino, durante il Carnevale, loro che non erano abituati a danzare in coppia. 

Gli strumenti della loro tradizione bantù erano le percussioni. Poi si diedero agli strumenti a fiato, alla chitarre, al violino. Ma gli autoctoni dovettero riconoscere che il banjo era di matrice africana e che i ritmi neri in Africa erano una chiave di lettura del mondo. Per merito degli argentini la negritudine si fece erotismo interiorizzato e insieme ai tangueri andarono alla ricerca di uno swing comune, abbandonando i ritmi ipnotici dei tamburi battenti.

Al di là delle Ande il sax e la tromba fecero trionfare il jazz soul di Charlie Parker e di Miles Davis. Il loro successo commerciale fu immenso, ma non dimenticarono mai le loro radici blues a cui cercarono sempre di ricollegarsi. Per questo, non solo l’America, ma tutto il mondo li apprezzava e gli intellettuali riconoscevano il debito dei ritmi jazz dalla negritudine che era l’anello di congiunzione tra soul e blues.

In Europa il blues era definito “poesia folk” e si ricercava di riprodurne la grande potenza  emotiva. Tra i suoi ritmi si trovarono a proprio agio i Led Zeppelin e persino i Black Sabbath che li rivisitarono in salsa heavy metal.

Amedeo Pettenati

Redazione GT

Autore: Redazione GT

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